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Perù, settimo cambio di presidente in dieci anni

Fuori Dina Boluarte, capo di Stato meno amato al mondo, arriva un altro che le assomiglia

24 Ottobre 2025 Claudio Madricardo  851

A sei mesi dalle elezioni generali, la presidente peruviana Dina Boluarte è finalmente caduta. Subentrata a Pedro Castillo, di cui era vice, dopo il fallito autogolpe del dicembre 2022 (vedi qui), era riuscita a stare a galla grazie al controllo del parlamento. La sua fine si deve innanzitutto al voto della destra di Fuerza popular di Keiko Fujimori. Con lei, esce di scena una presidente la cui popolarità ha oscillato tra il 4%, quando le è andata bene, e il 2%: il che la farà passare alla storia come il capo di Stato meno amato al mondo. Boluarte si era distinta per la repressione violenta delle manifestazioni contro la scelta di non andare subito a elezioni, all’indomani della sua entrata in carica. Una decisione che aveva provocato cinquanta morti e più di mille feriti. Oltre a ciò, per aver promulgato la legge di amnistia che favorisce i militari che hanno commesso violazioni dei diritti umani nel ventennio tra il 1980 e il 2000, per non essersi opposta alla liberazione del dittatore Alberto Fujimori, e per i suoi scontri con i capi di Stato di Messico, Colombia e Honduras, che hanno comportato il richiamo degli ambasciatori.

È rimasta attaccata alla poltrona a tutti i costi, finendo col degradare ulteriormente la massima carica di un Paese che, tutto sommato, ha saputo conquistarsi un sistema democratico relativamente stabile, e che, potendo contare sull’autonomia della Banca centrale di riserva del Perù (Bcrp), è riuscito a salvaguardare la sua moneta e una certa stabilità macroeconomica, con la povertà in diminuzione, un contenuto debito pubblico e un gettito fiscale in crescita l’anno scorso. Le previsioni economiche, per il 2026, indicano una crescita media del Pil tra il 2,9% e il 3,2%, secondo varie istituzioni come la Banca centrale di riserva e il ministero dell’Economia e delle Finanze. Con un’inflazione stabile all’1,9%, e la disoccupazione ferma al 6,5%.

Fino a quando è riuscita, Boluarte ha governato una coalizione parlamentare, espressione dei principali partiti, resa autoritaria dalla concentrazione del potere. Mettendo lei al vertice, quelle che erano delle minoranze divise, si sono saldate trasformandosi in una maggioranza parlamentare tesa a proteggere molti dei propri membri da procedimenti giudiziari. Mentre sul piano legislativo sono state approvate leggi che hanno favorito le economie informali e la criminalità organizzata, con il tasso di omicidi che è aumentato del 36%, tra il 2023 e il 2024.

Il parlamento peruviano è di fatto composto da famiglie legate a mafie, che evitano qualsiasi cambiamento di fondo, e, secondo i sondaggi, risulta essere l’istituzione più screditata del Paese. Il risultato è che i partiti si sono trasformati in veicoli attraverso i quali nuovi avventurieri della politica, sprovvisti di militanza e ideali, possono concretizzare i loro progetti di potere personale e di arricchimento. Così le persone perbene evitano la politica, e lo spazio che hanno reso libero è occupato dai corrotti. Infine, soprattutto dopo l’arresto di Castillo, l’operato del Congresso è stato finalizzato a paralizzare il governo, una situazione che ha fatto sì che una criminalità sempre più dilagante abbia finito per indebolire la democrazia. In fondo, proprio l’esplosione della criminalità, e l’incapacità da parte del governo di contrastarla, sono i motivi che a Boluarte sono costati la testa.

Il governo del maestro rurale Pedro Castillo, sostenuto dal “marxista-leninista” Perú Libre di Vladimir Cerrón, nel mentre aveva spaventato le destre spingendole a unirsi attorno alla figura di Keiko Fujimori, si è caratterizzato per il suo alto tasso di inefficienza e corruzione. Un fattore che, alla fine, ha determinato la spaccatura tra i sostenitori del presidente e la sinistra moderata, in genere di matrice urbana. Per uscire dall’impasse politica cui il parlamento lo stava inesorabilmente condannando, Castillo aveva messo in atto il tentato goffo autogolpe con cui aveva spianato la strada alla sua vice Boluarte, sostenuta da un’inedita alleanza tra la destra, che aveva votato la sua caduta in parlamento, e la sinistra radicale di Cerrón.

Il primo servizio reso alla nuova alleanza che la sosteneva è stato il rifiuto di anticipare le elezioni, cosa che avrebbe comportato la perdita del seggio dei parlamentari, visto che la legge proibisce una loro ricandidatura. Da allora, il parlamento peruviano da sistema unicamerale è diventato bicamerale, e, dalle elezioni del 2026, uscirà eletto anche un Senato, dove i deputati attualmente in carica al Congresso potranno essere rieletti. Da notare che tale riforma ha bypassato il referendum del 2018, quando il 90% dei votanti, nauseati dalla politica, si erano dichiarati favorevoli al mantenimento del sistema unicamerale.

La decisione di non andare a elezioni è costata la vita a decine di manifestanti, e in seguito la repressione violenta delle manifestazioni è diventata una costante. In un Paese in cui i giovani fino ai trent’anni costituiscono il 25% dell’elettorato, e che ha circa un milione e mezzo di ragazzi che non studiano e non lavorano, le proteste contro il governo e il parlamento, cui si aggiunta quella contro la corruzione e la criminalità, si sono ripetute dalla metà di settembre. Disperando in un possibile cambio di passo del Congresso, i manifestanti hanno chiesto la decadenza della presidente e lo scioglimento del parlamento, dato che le loro denunce hanno coinvolto l’intera classe politica, di destra come di sinistra. A capeggiare le proteste, la cosiddetta “generazione Z”, già protagonista del risveglio antisistema dei giovani in altri Paesi. Spinta, in Perù, dal malcontento di fronte alle estorsioni e al fenomeno del killeraggio, e dalla crisi politica nazionale. A essa si sono presto aggiunti i trasportatori, tutti sempre repressi violentemente dalla polizia in assetto antiguerriglia. A far cadere una presidenza sempre più debole e precaria, l’attacco al gruppo musicale di cumbia Agua Marina – un canto e una danza di coppia, originario delle coste caraibiche della Colombia –, i cui membri sono stati feriti da armi da fuoco: un fatto che ha suscitato l’indignazione della gente. Tutto ciò ha costretto il Congresso, il 10 ottobre, a votare la destituzione per “incapacità morale permanente” di Dina Boluarte, con 122 voti favorevoli e nessuno contrario. Dopo sette analoghi tentativi precedenti di mandarla a casa, l’aula si è finalmente compattata, e la magistratura ha immediatamente posto in essere provvedimenti tesi a impedirle una fuga all’estero.

Dina Boluarte è stata il settimo presidente che il Perù ha cambiato negli ultimi dieci anni, tutti vittime di un parlamento che usa sparare sui presidenti come al tiro al piccione. Cinque di essi sono finiti nel carcere del Barbadillo, che il Paese ha dovuto costruire per offrire una prigione all’altezza dei suoi ex governanti. In quel carcere, che sorge nei pressi di Lima, sono attualmente ospitati Ollanta Humala, Alejandro Toledo e Pedro Castillo; mentre vi hanno in passato soggiornato El Chino Fujimori e Martín Vizcarra. Rimane attualmente libero un quarto e ultimo posto, e non è difficile pensare da chi esso potrebbe essere occupato nel prossimo futuro. Boluarte, durante la sua carica, è stata coinvolta in numerosi scandali, che hanno finito per indebolirla. Ma, per quanto strano, questo è anche il fattore che le ha consentito di sopravvivere così a lungo, dato che al parlamento, finché è stato possibile, faceva comodo tenersi una presidente debole che poteva facilmente influenzare, e che avrebbe potuto destituire con facilità. A questa decisione, i parlamentari sono arrivati per dare uno sbocco alle proteste, le cui durata ed estensione hanno reso incandescente lo scontro sociale. E hanno avviato un cambiamento che però, nella sostanza, non cambia nulla. La scelta è caduta sul presidente del congresso, José Jerí, un avvocato di 38 anni, militante di Somos Perú, che è stato uno dei fattori chiave nella destituzione dell’ex presidente. Un uomo che ha denunce archiviate per abusi sessuali e corruzione e può contare su un consenso popolare al minimo. Un perfetto rappresentante di quella classe politica di cui è espressione.

Nelle prime ore di mandato, Jerí ha ordinato blitz nelle carceri contro i capi di alcune bande, facendo della sicurezza la priorità del governo di transizione verso le elezioni dell’aprile 2026. Inoltre, ha dichiarato lo stato di emergenza nella capitale e nella vicina città di Callao, a partire dalla mezzanotte di martedì per trenta giorni. Una misura che riguarda più di dieci milioni di persone che vivono a Lima, e consente al governo di mandare i militari in strada per pattugliare. Durante questo periodo, i diritti costituzionali come l’inviolabilità del domicilio, la libertà di transito, di riunione e la sicurezza personale, possono anche essere limitati. Nel suo breve messaggio televisivo, Jerí ha affermato che “la criminalità è cresciuta in modo sproporzionato”, ha causato un dolore immenso a migliaia di famiglie e ha danneggiato l’economia nazionale. La dichiarazione dello stato di emergenza arriva due giorni dopo l’omicidio del cantante di salsa Johan Mora e della ballerina Ariana Cañola a Callao, una delle aree raggiunte dal decreto del presidente. Mora, 28 anni, e Cañola, 19 anni, si stavano esibendo nelle prime ore di domenica scorsa nella popolata zona di Sarita Colonia, a Callao, quando sono stati colpiti da sconosciuti che sono riusciti a fuggire.

Il provvedimento presidenziale è stato ampiamente criticato dai cittadini, poiché questa non è la prima volta che un governo dichiara lo stato di emergenza per combattere l’insicurezza. Lo aveva fatto di recente anche Boluarte, senza che si ottenessero risultati apprezzabili. Ma, al di là di questo, gli avversari di Jerí temono che lo stato di emergenza venga usato per soffocare le manifestazioni scoppiate contro di lui dal momento della sua assunzione della carica di presidente, tanto più che, negli ultimi giorni, gli omicidi in strada non sono per nulla cessati. Restando il fatto che, con la sua presidenza, il baricentro del potere politico non si è spostato di un centimetro, perché non risulta per nulla intaccato quel coagulo autoritario che in Perù è andato col tempo solidificandosi, e in virtù del quale la maggioranza parlamentare, che di fatto decide le sorti del Paese, sta sempre più assumendo un inedito carattere oligarchico.

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TagsClaudio Madricardo Dina Boluarte José Jerí Perù

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