Negli ultimi mesi, Firenze ha dato vita a una mobilitazione studentesca senza precedenti. Si parte il 19 settembre con un maxi-corteo, seguito il 22 da una “passeggiata rumorosa” universitaria e da un corteo liceale di diverse scuole cittadine. Il momento più partecipato arriva il 3 ottobre: sessantamila–centomila persone alla manifestazione per la Global Sumud Flotilla. Dal 6 ottobre, cominciano le occupazioni: prima il Michelangiolo e il Machiavelli-Capponi, il giorno dopo il Pascoli, e l’8 ottobre oltre duemila studenti riempiono piazza Santissima Annunziata per un presidio. Il movimento prosegue il 13 ottobre con le occupazioni di Russell-Newton, Castelnuovo e Rodolico, il 14 con il Gramsci e il Saffi, e il 15 con il Marco Polo, il Da Vinci e il Buontalenti, portando a più di una dozzina le scuole coinvolte. In meno di un mese, la mobilitazione si è sviluppata dai singoli cortei fino a un’azione diffusa, che ha coinvolto migliaia di studenti e gran parte dei licei fiorentini, segnando uno dei movimenti studenteschi più estesi degli ultimi anni.
“Rivoluzione: ogni processo storico, anche graduale, che finisce per determinare la trasformazione di un assetto sociale, politico o economico; rinnovamento, svolta”. Gli studenti vogliono la rivoluzione. Gli studenti vogliono gridare, denunciare, parlare. Le decine di manifestazioni e occupazioni a favore della Palestina sono il sintomo di un bisogno impellente di “trasformazione” degli assetti sociali. Gli studenti sono stufi del silenzio, del perbenismo istituzionale, dell’ipocrisia; sono stufi di chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie. È finito il tempo dell’inerte astensionismo, è giunto il momento della scelta, della presa di posizione, della parola come movimento, del canto come bandiera. È finito il momento delle riforme cosmetiche, delle misure palliative, delle opposizioni timide, delle manovre diversive. La parola “rivoluzione” deve essere spogliata della sua connotazione di violenza e distruzione, e rivestita del suo significato più nobile: trasformazione radicale per il Bene comune. Che la storia di domani venga scritta dalla speranza, non dal rancore. La reazione studentesca è una reazione lucida e disperata di una generazione che sa di dover ripulire il disordine lasciato indietro. Rivoluzione è risveglio.
In questo senso, ciò che accade oggi affonda le sue radici nel passato, basti pensare alle grandi mobilitazioni del Sessantotto, dove il Vietnam non era soltanto un luogo geografico, ma un simbolo. Era la misura del coraggio morale di una generazione che si rifiutava di accettare l’idea che la politica fosse un affare per pochi e che la guerra, purché lontana, fosse tollerabile. Il Vietnam diventò lo specchio in cui gli studenti del mondo vedevano riflessa la loro stessa responsabilità. Oggi, per molti versi, la Palestina riveste un ruolo analogo. Non perché le vicende siano sovrapponibili, ma perché il meccanismo è lo stesso: un popolo soffre, e il silenzio internazionale pesa come una complicità.
Per questo, oggi gli studenti tornano a parlare, a scegliere, a unirsi. Per recuperare i valori sociali e umani che servono per costruire una comunità e non per distruggerla o denigrarla. Ma c’è un altro motivo, più intimo e più urgente: la società continua a costruire un modello di studente che a noi non appartiene più. Uno studente muto, distratto, rintanato nei social, incapace di pensare, incapace di esporsi. Un giovane spettatore, non un attore. Noi questo modello vogliamo distruggerlo. Vogliamo smettere di essere la caricatura che ci avete cucito addosso: l’idea comoda di una generazione disinteressata, passiva, facilmente intrattenibile e scarsamente intelligente. Non è così, non vogliamo più che lo sia.







