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Negli Stati Uniti la pubblicazione degli “Epstein files”

Uno specchio su un sistema di potere, quello patriarcale-capitalistico, che premia chi impone la propria volontà e forza sulle altre e sugli altri

21 Novembre 2025 Marianna Gatta  944

“È ora di portare alla luce i segreti nascosti nell’ombra. È ora di illuminare l’oscurità”. Undici donne, sopravvissute agli abusi del magnate condannato per pedofilia e traffico di minorenni, Jeffrey Epstein, guardano in camera e tengono in mano le foto di sé adolescenti, dicendo ad alta voce l’età che avevano al loro primo incontro con Epstein. Alcune sono mosse dall’emozione, faticano a finire le frasi. Diffuso dall’associazione anti-traffico di esseri umani World Without Exploitation, il video ha l’obiettivo di spingere il Congresso degli Stati Uniti a rendere finalmente pubblici tutti i documenti sul caso Epstein. “Cinque legislature e siamo ancora al buio”, si legge alla fine.

Il silenzio delle istituzioni contrasta, infatti, con le promesse di trasparenza fatte da Trump in campagna elettorale, raccogliendo proprio su questo tema il consenso di larghe fasce di elettorato Maga. Nel 2024, il presidente aveva assicurato che, una volta rieletto, avrebbe desecretato tutto. Tornato alla Casa Bianca, ha pubblicato una prima tranche di appena un centinaio di pagine, composta quasi interamente da materiale già noto, per poi promettere una “fase due”, mai arrivata. Nel frattempo, durante l’estate, un rapporto congiunto Fbi-Dipartimento di giustizia ha stabilito che “non esiste alcuna lista clienti”, e che non c’era molto altro da rivelare. Poi, di nuovo, il silenzio.

Il video è un’accusa che riguarda non solo i reparti investigativi e giudiziari, ma un intero sistema che, pur trattando di un caso in cui corpi di minorenni sono stati usati, comprati, scambiati fra uomini potenti, non ha mai avuto l’urgenza di far emergere i dettagli utili a condannare i colpevoli e i conniventi. Arriva poi nel momento in cui la Camera dei rappresentanti ha approvato, con uno schiacciante 427 a uno, l’Epstein Files Transparency Act, una legge che obbliga il Dipartimento di giustizia a pubblicare, entro trenta giorni, tutti i files non classificati. Documenti giudiziari, email, deposizioni, report investigativi, registri di volo, accordi segreti, archivi rimasti nell’ombra o diffusi a pezzi, saranno ora desecretati.

Tra questi, anche i dettagli sulla detenzione e sul suicidio di Epstein, il 10 agosto 2019. Un suicidio avvenuto mentre le telecamere del corridoio erano fuori uso, i controlli non venivano effettuati e l’ex imprenditore era stato collocato in una cella singola, nonostante un precedente tentativo di togliersi la vita. Ancora in carcere dal 2022, invece, la complice Ghislaine Maxwell, figlia dell’imprenditore editoriale britannico, Robert Maxwell, giudicata colpevole di adescamento di decine di ragazze minorenni per conto dell’ex compagno Epstein.

Le uniche eccezioni possibili per la pubblicazione dei files riguardano i dati che identificano le vittime, le immagini di abusi e la divulgazione di informazioni che potrebbero danneggiare indagini o processi in corso. Tutto il resto non potrà essere trattenuto solo perché politicamente inopportuno. Trump, dopo avere bollato la richiesta di pubblicazione come una “montatura” orchestrata dai democratici, ha cambiato posizione, quando ha capito che il voto sarebbe passato comunque, anche grazie a una discharge petition firmata da deputate repubblicane, che hanno messo il presidente con le spalle al muro. È uno dei rarissimi casi in cui Trump non ha guidato il partito ma lo ha inseguito, con la paura di apparire come colui che, opponendosi alla trasparenza, dimostra di avere qualcosa da nascondere. We have nothing to hide (“Non abbiamo niente da nascondere”), ha dichiarato, ribaltando in poche ore mesi di attacchi alla stampa, all’opposizione e perfino ai suoi stessi alleati.

Il conflitto con i media è stato emblematico. In Florida, a una domanda di una cronista sugli Epstein files, Trump ha risposto interrompendola, dandole del “maiale” e ordinandole di “stare zitta” (shut up, piggy!), per poi accusare la stampa di usare Epstein per distogliere l’attenzione dagli “enormi successi” della sua amministrazione. Una rivendicazione che però collide con i dati ufficiali: l’inflazione è aumentata, ed è problematica per ampie fasce della popolazione; i tagli al personale federale e ai programmi sociali hanno colpito quasi la metà degli statunitensi, mentre i supposti 160 miliardi di risparmi dichiarati dal Dipartimento dell’efficienza governativa sono verificabili solo per meno del 40%. L’informazione, poi, ha subito un colpo dall’inizio del secondo mandato di Trump: migliaia di pagine web e dataset pubblici – specie in ambito ambientale, sanitario e di uguaglianza – sono stati rimossi o modificati dopo ordini esecutivi, rendendo più difficile monitorare le reali condizioni del Paese.

In questo contesto, il ritardo intenzionale nella pubblicazione completa dei documenti su Epstein non appare come un episodio isolato, ma come parte di una più ampia strategia di controllo. Nonostante ciò, grazie all’impegno di alcuni democratici, sono trapelate alcune email provenienti dagli archivi di Epstein, ottenute da una commissione parlamentare, in cui si legge: “Trump sapeva delle ragazze” e “passava ore a casa mia”. Non si tratta delle uniche allusioni. Nel 2025 il “Wall Street Journal” ha riportato l’esistenza di un biglietto di compleanno osceno che Trump avrebbe inviato a Epstein nel 2003; il presidente ha negato e ha fatto causa per diffamazione. Elon Musk, in uno dei suoi tanti momenti di impulsività pubblica, aveva sostenuto, in un post su X, che nei documenti riservati comparisse anche Trump, salvo cancellare poche ore dopo. Sono parole che non provano responsabilità penali, ma configurano un contesto di favoreggiamento. Il presidente statunitense sostiene di essersi allontanato da Epstein quindici anni prima dell’arresto del 2019, ma questa ricostruzione oggi vacilla di fronte alle contraddizioni accumulate. Trump ed Epstein hanno condiviso ambienti, feste, relazioni e influenza, negli anni Novanta e Duemila; ci sono fotografie che li ritraggono insieme a giovani donne, registri di volo comuni, frequentazioni incrociate.

In quegli anni, infatti, è iniziato a emergere il giro di prostituzione minorile dell’ex imprenditore. Nel 1996, l’artista Maria Farmer denuncia abusi all’Fbi e alla polizia di New York: nessuno interviene. Tra il 2000 e il 2002, Ghislaine Maxwell porta nella villa di Epstein la sedicenne Virginia Giuffre, una ragazza australiana, diventata poi simbolo delle vittime dello “schema Epstein”: reclutata da adolescente, ha raccontato di essere stata sfruttata sessualmente e costretta a rapporti con uomini influenti. Nel suo libro postumo, pubblicato dopo il suicidio, nello scorso aprile, Giuffre aveva descritto l’universo costruito da Epstein e Maxwell: voli privati, isole segrete, un sistema di potere che mescolava sesso, denaro e influenza politica.

Nonostante nei primi Duemila la polizia di Palm Beach raccogliesse le testimonianze di varie minorenni, Epstein ottenne un accordo federale segreto che gli garantì l’immunità, insieme a Maxwell e a complici non identificati, impedendo alle vittime di essere informate e chiudendo la porta a ulteriori incriminazioni. Dal 2009 in avanti, la vicenda si riapre: accordi extragiudiziali, inchieste, cause per diffamazione, denunce del “Miami Herald” che portano alla luce il fallimento sistemico delle autorità, e, finalmente, si arriva al processo a Epstein e Maxwell. Rimane, però, il mistero dei clienti influenti che hanno attraversato gli spazi e i corpi implicati nella vicenda e le liste di persone che li hanno coperti. Negli ultimi anni, vengono desecretate centinaia di pagine di documenti che parlano di omissioni dell’Fbi, decisioni inspiegabili dei procuratori, contatti con figure potenti della politica, della tecnologia e della finanza.

Per capire come tutto ciò sia stato possibile, bisogna guardare oltre la cronaca. Epstein prosperava dentro un modello culturale che permea la nostra società dalle fondamenta: quello che glorifica il potere maschile, la forza economica, la capacità di dominare e possedere. Da Berlusconi a Putin, da certi magnati della Silicon Valley fino allo stesso Trump, che ne è il principe, è chiaro un archetipo ricorrente: l’uomo che considera i corpi femminili, in primis quelli giovani, l’ennesima cosa da conquistare e consumare, un trofeo, un dispositivo di status. In un sistema come quello patriarcale-capitalistico, che premia chi impone la propria volontà e forza sulle altre e sugli altri, l’abuso minorile non è un’anomalia incomprensibile, è la sua diretta conseguenza.

La pubblicazione degli Epstein files non cancellerà le omissioni di tre decenni, né evidenzierà tutte le ombre di un sistema che opprime le donne, dall’Asia alle Americhe, dall’Africa all’Europa; ma potrà finalmente mostrare la mappa di una rete di potere che, per troppo tempo, ha agito indisturbata. Sarà uno specchio – non solo su Epstein, non solo su Trump – ma su un’intera struttura che ha permesso a tutto questo di accadere.

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