Per ora l’effetto rimbalzo ha tenuto. Gli occhi degli operatori erano puntati sulla performance di Nvidia, una delle sette big mondiali dell’Intelligenza artificiale, che negli ultimi tempi aveva mostrato di essere in grande difficoltà al Nasdaq, dopo mesi di impennate. A metà settimana, invece, è arrivato il rimbalzo e il titolo ha ricominciato a crescere. Si parla ora di prospettive produttive più solide per quello considerato il più importante gruppo del mondo e per le sue sei sorelle (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft e Tesla). Eppure le preoccupazioni degli analisti non sono state archiviate: c’è anche chi sostiene che la bolla finanziaria high tech potrebbe scoppiare già nel corso del nuovo anno.
Secondo Vincenzo Comito, studioso di finanza e di globalizzazione, nelle previsioni per il 2026, un posto di grande rilievo spetta all’ipotesi di una crisi finanziaria che abbia origine dagli Stati Uniti e si diffonda poi in diverse direzioni geografiche, in particolare verso l’Europa. Così, negli ultimi tempi, gli allarmi sul possibile scoppio di una crisi si sono fatti sempre più insistenti, quasi a formare un coro. Se il sistema finanziario crollerà, sarà una delle implosioni più previste della storia, ha scritto il prestigioso “The Economist”. E anche se personaggi di primo piano, nel mondo della finanza, come Wolf von Rotberg, importante e ascoltato equity strategist, spiegano con una certa saggezza che “una bolla può essere determinata solo con il senno di poi”, le preoccupazioni non diminuiscono, perché la corsa dell’Intelligenza artificiale è sicuramente irrefrenabile, ma, per vari motivi, trascina con sé grandi dosi di incertezza, che si aggiungono a quelle plumbee sugli sviluppi delle guerre e su una pacificazione che il candidato al Nobel per la pace non riesce a tradurre in fatti concreti (anche se Trump pare si sia messo d’accordo sotto banco con Putin per chiudere la partita ucraina).
Per quanto riguarda il prossimo futuro degli investimenti, e dei risultati in Borsa delle sette grandi, ci sono analisi che legano la situazione attuale a quella delle grandi bolle finanziarie del passato, la più recente quella dei primi anni Duemila, delle cosiddette “dot.com”. “I segnali di pericolo ci sono tutti: valutazioni alte, attese quasi messianiche di rendimenti elevati, narrazione estremamente ottimistica”, ha spiegato l’economista Carlo Benetti. “Questa narrazione a sua volta genera un afflusso di investitori individuali, mossi da quelli che la finanza comportamentale chiama effetto gregge e Fomo(Fear Of Missing Out, ndr), cioè la paura di restare fuori dal trend”. Oggi, come nel passato, si guarda alla corsa della tecnologia come a un’evoluzione inevitabile, che sta già cambiando i paradigmi nel mondo del lavoro, delle comunicazioni e dell’educazione. Ma gli analisti mettono in guardia, appunto, dall’effetto Fomo. Benetti ha spiegato che “Fomo ed effetto gregge sono tipicità delle bolle. Basti pensare alla bolla dei titoli ferroviari nell’Ottocento: nonostante la rivoluzione fosse reale, tante società ferroviarie sono fallite”.
“Quella dell’intelligenza artificiale – ha scritto Luigi Pandolfi su “il manifesto” – è ormai la nuova frontiera del capitalismo. Investimenti senza precedenti, aspettative che ricordano le radiose giornate della bolla dot-com degli anni Novanta”. “E c’è chi, andando più a ritroso, azzarda addirittura paralleli con la mania dei canali del 1790, o con la febbre ferroviaria del 1845 in Inghilterra. Di mezzo, in ogni caso, c’è sempre l’illusione del progresso, e lo scarto tra aspettative e realtà”.
Oggi quello che spaventa maggiormente è la sopravalutazione delle società che producono sistemi di Intelligenza artificiale. Le “magnifiche sette” trattano a 26,8 volte gli utili attesi, ma possiamo ricordare che, nella fase dot.com, i leader del mercato (tra cui Microsoft, Ibm, Oracle) trattavano a 52 volte gli utili. E, a fine anni Ottanta, le banche giapponesi a 67. L’interrogativo cruciale, secondo molti, quindi, non è poi tanto la sopravvalutazione tipica delle bolle, che poi scoppiano o si sgonfiano, ma la sostenibilità della domanda a fronte di investimenti colossali. Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla, hanno rappresentato quasi il 50% dei guadagni totali dell’indice S&P 500 negli ultimi tre anni. A un esame più attento, però, non è chiaro se i migliori di sempre della Silicon Valley siano stati, o saranno davvero, gli unici protagonisti di spicco, considerando soprattutto lo scatto cinese sempre più potente.
Franco Bernabè, presidente dell’Università di Trento, ed ex amministratore delegato di Eni e Telecom Italia, ha messo in evidenza la presunzione degli attuali padroni dell’Intelligenza artificiale, rivenduta alle masse come “strumento di conoscenza universale”. Una visione che il manager navigato definisce arrogante e destinata a fallire. “Credo che la bolla dell’Intelligenza artificiale scoppierà e si faranno male in molti”.
Il circuito Intelligenza artificiale-big tech-Borsa appare a molti come una sorta di “bolla circolare”. Le piattaforme spendono per più potenza di calcolo: questo alimenta i ricavi dei produttori di chip, che a loro volta gonfiano il valore delle azioni dei committenti, consentendo nuovi finanziamenti, nuovi investimenti, grandi plusvalenze. “Per questo – spiega ancora Pandolfi – cresce il timore che lo scossone delle ultime sedute non sia soltanto una fisiologica correzione, ma il preludio di qualcosa di più grave. I capitali si muovono come se avvertissero l’avvicinarsi di un punto di rottura nella grande narrazione dell’Intelligenza artificiale”. E se la bolla dovesse scoppiare davvero, le conseguenze non potrebbero che essere sistemiche.
Più prudente, ma non meno preoccupato per il prossimo futuro è lo storico contemporaneo Alessandro Volpi, divenuto uno dei più importanti osservatori del mondo della grande finanza (il suo ultimo libro La guerra della finanza spiega la lotta in corso, negli Stati Uniti, tra le storiche big dei fondi di investimento e la finanza legata ai bitcoin, quella che piace a Trump). Secondo Volpi non è detto che la bolla dell’Intelligenza artificiale sia destinata a scoppiare con grande fragore. Visti gli interessi in gioco, è più probabile uno “sgonfiamento”, un ridimensionamento progressivo della centralità acquisita dai gruppi big tech (quelli che hanno fatto il picchetto d’onore a Trump nel giorno dell’investitura). Volpi fa notare due elementi fondamentali. Nella guerra mondiale della grande finanza non c’è solo l’Intelligenza artificiale, ma oggi tornano di grande attualità i titoli delle industrie delle armi e quelli legati al mondo immobiliare. Le Borse puntano insomma sull’Intelligenza artificiale, ma anche sulle armi e sul patrimonio immobiliare, sul mattone delle città dei ricchi.
Nel frattempo, si inizia anche a puntare sulla diversificazione all’interno dello stesso mondo dell’Intelligenza artificiale. Un dirigente del sindacato dei bancari della Cgil racconta, per esempio, che nelle riunioni dei gestori dei Fondi pensione si comincia a parlare di possibili spostamenti di investimenti dalle grandi big verso società minori, che però sono in crescita e garantirebbero risultati finanziari più interessanti. Nei prossimi mesi ne vedremo delle belle.







