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Ex Ilva, ormai è scontro

Sindacati sul piede di guerra. La parola ai lavoratori: sciopero generale

20 Novembre 2025 Guido Ruotolo  1349

“Ci stanno strappando la nostra dignità. Non lottiamo per la cassa integrazione ma per il lavoro”. Un piazzale così pieno non lo si vedeva da anni. Migliaia di lavoratori ex Ilva hanno rotto gli argini, proclamando uno sciopero generale di ventiquattr’ore e occupando il “mostro” moribondo, l’ex Ilva di Taranto. Ma anche fuori dal “recinto”, i lavoratori indiretti, quelli degli appalti del centro siderurgico, hanno occupato le arterie di comunicazione. Siamo al secondo giorno della lotta dei lavoratori siderurgici di Acciaierie d’Italia (ex Ilva). A Genova ancora il presidio in piazza, alla stazione di Cornigliano. E oggi tocca a Taranto.

“Solo quando il governo annuncerà il ritiro del piano di ‘morte’, di chiusura dell’Ilva, saremo disponibili a riaprire il tavolo delle trattative”. I segretari nazionali dei metalmeccanici di Cgil-Cisl-Uil (Fiom-Fim-Uilm) ieri mattina hanno convocato una conferenza stampa a Roma, parlando di “disinformazione” del governo e di sottovalutazione di una crisi sociale che può trasformarsi in un “problema di ordine pubblico”. I sindacalisti sono molto determinati, non sparano alto pensando di trovare l’accordo a metà strada. Non ci sono margini per farlo. È rottura. Scontro frontale con il governo.

Il piano del governo è una condanna a morte dei lavoratori, perché prevede anche paracadute sociali (la cassa integrazione, per seimila dei quasi diecimila dipendenti, compresi millecinquecento corsi di formazione), ma fino al primo marzo del 2026. Lasciando intendere che, dopo, saranno necessari “ulteriori interventi”. Ma tutto quello che accadrà dopo dipenderà dall’acquirente. Che oggi non c’è.

Insomma, senza pendenze debitorie o giudiziarie, con gli impianti fermi quasi del tutto, senza lavoratori, se tutto va bene il nuovo padrone, semmai arriverà, deciderà cosa fare dell’ex più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa. Ma intanto – denunciano i sindacati – vengono fermati gli impianti dove il carbone viene trasformato in coke, che serve per produrre acciaio. Una contraddizione rispetto alla volontà dichiarata di voler mantenere in vita gli altiforni.

Siamo ormai sull’orlo del precipizio, a voler essere ottimisti. La crisi è drammatica e i segnali che arrivano sono anche quelli di uno sfaldamento della tenuta del quadro istituzionale e sindacale. A luglio, tutte le forze politiche si dichiararono a favore del piano presentato dal governo (sembra passato un secolo, ma sono solo quattro mesi fa). Quel piano ipotizzava la decarbonizzazione di Taranto, con il passaggio ai forni elettrici e la cessione di Acciaierie d’Italia (gli stabilimenti ex Ilva di Taranto, del Piemonte, della Liguria e del Veneto) ai privati. Con tre altiforni elettrici a Taranto, uno a Genova e poi gli impianti di “preridotto” (il materiale che alimenta i forni elettrici), il gruppo ex Ilva si vende in blocco, lasciandosi alle spalle il rischio “spezzatino”, cioè la vendita frazionata dei “gioielli” di famiglia.

Appena quattro mesi dopo, il presidente di centrodestra della Liguria, Marco Bucci, apre una voragine: “Valutiamo l’ipotesi di una vendita dello stabilimento di Cornigliano staccato dal resto dell’Ilva e da Taranto”. Anche il sindacato genovese ribadisce quello che ha sempre sostenuto: “Se Taranto affonda, noi non vogliamo affondare, colare a picco con loro”. Fa un certo effetto sentire questa presa di distanza, un vero e proprio pugno allo stomaco che lascia in tragica solitudine i lavoratori di Taranto. Dalla Fiom di Taranto si ricorda che, da diversi anni, la posizione dei “compagni di Genova” è stata questa: “Taranto è l’unico impianto che produce acciaio che poi i diversi tubifici, impianti a freddo del gruppo (da Taranto a Genova e Novi Ligure) lavorano. Ma sono quasi vent’anni che la produzione dell’acciaio a Taranto non raggiunge i sei milioni di tonnellate all’anno, e dunque gli impianti che lavorano i semilavorati non vengono saturati. Si produce meno di quanto gli impianti potrebbero garantire”. Cassa integrazione e fermate. Anche quando l’Ilva era del gruppo ArcelorMittal i liguri volevano staccarsi da gruppo per comprare i semilavorati (bramme e coils) dall’acciaieria vicina francese di Fos-sur-Mer.

Si tratta di capire fino a che punto palazzo Chigi condivida oggi l’ipotesi dello “spezzatino” del gruppo ex Ilva. Il sospetto della comunità sindacale e istituzionale tarantina è che, in realtà, il governo abbia sempre condiviso la vendita dei “gioielli” del gruppo e la chiusura di Taranto. Solo che non ha avuto il coraggio di dirlo pubblicamente.

Vediamo come risponderà a Bucci il nuovo presidente della Puglia che sarà eletto domenica. E naturalmente cosa diranno tutti i partiti che, a luglio, erano d’accordo su un progetto che a fatica anche il sindacato aveva condiviso. E anche la sindaca del centrosinistra di Genova, Silvia Salis, ieri sera ha ribadito l’intesa siglata a luglio: “Mi sono impegnata politicamente per il forno elettrico a Genova. Ora il ministro Urso venga a Genova. Deve darci risposte nette”. In queste ore, intanto, la parola è passata ai lavoratori. Sciopero generale dei siderurgici ex Ilva. A Genova, un corteo dalla fabbrica ha invaso la tangenziale per raggiungere la piazza della stazione Genova-Cornigliano, dove i lavoratori hanno dato vita a un presidio permanente. Hanno scioperato anche Novi Ligure, Alessandria. E oggi appunto Taranto.

Non è tempo di autocritiche, i sindacati hanno sposato con grande difficoltà la decarbonizzazione dell’ex Ilva. E oggi non possono tornare indietro. Sembra di capire che, per loro, l’ostacolo insormontabile è il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, protagonista, martedì scorso, di “uno spettacolo indecoroso”. Il ministro è stato un “fiume in piena” di contumelie contro i responsabili del disastro ex Ilva, e cioè la Regione Puglia, la Provincia e il Comune di Taranto, e naturalmente la magistratura che continua a non dissequestrare l’altoforno che il 7 maggio scorso si fermò per un incendio.

Il sindacato torna a invitare la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a prendere l’iniziativa: “Hanno imboccato in senso contrario l’autostrada”, la presidente del Consiglio decida se andarsi a schiantare seguendo il ministro Urso. Ma i vertici di Fiom-Fim-Uilm hanno ben chiara la strettoia cui si trovano di fronte. “Siamo al capolinea”: anche i soloni che parlano di “bonifiche ambientali” come prospettiva devono sapere che la bonifica del territorio di Taranto non è in programma. E che lo scenario che potrebbe crearsi è drammatico, fatto solo di scheletri di cemento o ferro e veleni. “Non possiamo accettare che il ministro Urso parli di dimezzamento dei tempi di passaggio alla decarbonizzazione (da otto a quattro anni) quando la maggioranza di governo ha ‘definanziato’ la nascita degli impianti di ‘preridotto’ (del materiale che alimenterà i forni elettrici). Quando metà dei lavoratori delle manutenzioni è in cassa integrazione, mettendo a rischio gli impianti stessi”. Insomma, si finanzia l’industria militare mentre si lascia morire quella civile.

Post-scriptum – Il ministro Urso, ha convocato, per venerdì 28 novembre a Roma, i rappresentanti territoriali e istituzionali solo degli impianti ex Ilva della Liguria (Genova-Cornigliano) e del Piemonte (Novi Ligure e Racconigi), per discutere “il futuro degli stabilimenti del Nord Italia dell’ex Ilva”. A Urso, hanno immediatamente replicato i sindacati metalmeccanici di Taranto: “È una convocazione che nei fatti divide il gruppo. Chiediamo che il tavolo venga allargato a tutte le istituzioni locali e regionali. La mobilitazione, in assenza di tale convocazione, proseguirà a oltranza”. Insomma, il governo esce allo scoperto. Legittimando dunque la prospettiva dello “spezzatino” della vendita dei “gioielli” del Nord e dell’abbandono del “mostro” di Taranto. Abbandonando così al loro destino diecimila famiglie. La vertenza rischia di trasformarsi in una macelleria sociale. Contro il Mezzogiorno.

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