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Caso Garofani: un avvertimento

20 Novembre 2025 Paolo Barbieri  964

Uno scontro istituzionale fra il Quirinale e Palazzo Chigi non può mai essere indolore: anche se ufficialmente chiuso dalla nota congiunta dei capigruppo parlamentari di Fratelli d’Italia, il caso Garofani è destinato a lasciare una traccia nelle relazioni tra le due istituzioni e tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni. Sinossi necessaria del film giallo di questa settimana: imbeccato da una email anonima (per la precisione: firmata Mario Rossi…), inviata a più di un quotidiano di destra da un indirizzo farlocco, Maurizio Belpietro, direttore della “Verità”, decide di sparare in prima pagina “Il piano del Quirinale per fermare la Meloni”. Oggetto dello scoop le confidenze, in una occasione conviviale, dell’ex deputato del Pd, Francesco Saverio Garofani, consigliere di Mattarella e segretario del Consiglio supremo di difesa. Tema della conversazione: un possibile approdo di Meloni al Colle dopo Mattarella, e la necessità di un intervento della provvidenza per rianimare il centrosinistra, sotto le vesti di un Romano Prodi più incisivo, o grazie alla nuova creatura dell’establishment non “melonizzato”, ovvero Ernesto Ruffini, ex numero uno dell’Agenzia delle entrate, oggi animatore dei neocentristi comitati Più Uno.

C’è anche un piccolo giallo nel giallo: nella cronaca, sotto pseudonimo, pubblicata da Belpietro manca una parola che invece compare, virgolettata, nell’articolo del direttore del quotidiano di destra: “scossone”, quello che sarebbe necessario, a giudizio di Garofani, per azzoppare le ambizioni della presidente del Consiglio in vista della prossima legislatura e anche della successione a Mattarella. Fratelli d’Italia, secondo una consuetudine ormai consolidata nella comunicazione politica, rilancia lo scoop della “Verità”, ufficialmente prendendo di mira il solo Garofani, ma pur sempre partendo dall’accusa del giornale sull’esistenza di “un piano del Quirinale” contro Meloni: arduo immaginare che Mattarella possa accettare lo sfregio. Dopo un aspro comunicato del Quirinale, che esprime “stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito all’ennesimo attacco alla presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo”, ci vuole una notte di riflessioni perché la stessa Meloni chieda un veloce incontro al capo dello Stato, seguito però da una “velina” governativa, che torna a puntare il dito su Garofani, irritando il Quirinale. Vicenda chiusa poi, formalmente, dal citato comunicato dei capigruppo parlamentari di Fratelli d’Italia che ribadiscono la sintonia istituzionale col Quirinale, dopo un paio di giornate di fibrillazione nei palazzi romani della politica e nell’ecosistema giornalistico nazionale.

Cosa rimane dello scontro? Di sicuro l’evidenza di una qualche insofferenza, nelle stanze dei fedelissimi di Meloni, per il protagonismo istituzionale e comunicativo di Mattarella: sempre felpato e democristiano nello stile, ma tutt’altro che passivo spettatore della legislatura. Non è sembrata troppo una coincidenza la riunione del Consiglio supremo di difesa per valutare i piani del ministro Crosetto contro la cosiddetta “guerra ibrida” della Russia, giusto nei giorni in cui, nella maggioranza, emerge una dialettica fra la linea ufficiale della maggioranza e la Lega, meno propensa a possibili avventure militari nell’Est europeo, e soprattutto in costante frenata (almeno a parole) sui costosi piani europei di riarmo e, di fatto, anche sul sostegno militare all’Ucraina. Così come non sono passate inosservate le considerazioni del presidente sull’astensionismo nella recente assemblea annuale dei sindaci dell’Anci: come non collegare il suo richiamo alla “rappresentatività” e il suo scetticismo su “meccanismi tecnici” che potrebbero aggravare la situazione ai progetti del centrodestra (ce ne siamo occupati qui) per l’abolizione dei ballottaggi nei comuni?

Certo, può far sorridere l’idea del “complotto” contro Meloni attribuito da Belpietro ai consiglieri di Mattarella, e di fatto allo stesso capo dello Stato, quando la conversazione (che poi si è scoperto essere avvenuta a una cena di tifosi romanisti Vip) riguardava soprattutto l’ossessione neocentrista di un riequilibrio dell’asse del cosiddetto campo largo, assai sgradito nella forma attuale fondata prevalentemente su Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli.

Casomai l’avvertimento, non certo il primo, dovrebbe essere giunto forte e chiaro all’orecchio della segretaria del Pd; e dimostra come dalle parti del Quirinale non è solo sulle questioni internazionali che si è affezionati a un quadro storico euro-atlantico che si vorrebbe immutabile, e invece è stato per molti versi lacerato, se non addirittura superato negli ultimi anni: vagheggiare oggi un ritorno all’Ulivo prodiano, e alla sua salda guida centrista, dopo che proprio quella linea è stata levatrice dell’ascesa delle destre più o meno estreme non solo in Italia ma in mezza Europa e mezzo mondo, significa avere il collo girato all’indietro.

Tuttavia, mai come in questa legislatura la destra al governo ha marciato divisa per colpire unita, e i giochi di sponda fra giornali di area e vertici dei vari partiti vanno presi sul serio. Lo “scossone”, citato da Belpietro, probabilmente qualcuno ai vertici di governo ha inteso farlo sentire a Mattarella, in previsione dei prossimi passi della coalizione al potere: che sia la forzatura dei Lep in legge di Bilancio (vedi qui) o un rilancio della riforma del premierato, che tocca, sia pure indirettamente, i poteri del presidente della Repubblica; oppure ancora la riforma della legge elettorale, con l’abolizione dei collegi per scongiurare la possibile rimonta del centrosinistra stavolta unito, a differenza di quanto accadde nel 2022. Una sorta di avvertimento: nessuno, nemmeno Mattarella, può essere intoccabile. Il caso insomma è chiuso, ma il confronto resta aperto, e può facilmente ridiventare aspro.

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