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Stato palestinese dove sei?

Trump e il controllo sul Medio Oriente: cerca l’intesa con Riad, mentre, dal cessate il fuoco a Gaza, Israele continua a mietere vittime

20 Novembre 2025 Eliana Riva  564

L’incontro tra Donald Trump e Mohammed bin Salman arriva in un momento in cui la Casa Bianca cerca di rimettere mano agli equilibri regionali dopo due anni di guerra continua. La partita degli F-35 all’Arabia saudita è solo il punto più visibile di un negoziato più ampio. In Israele è stata presentata come una possibile minaccia alla supremazia aerea del Paese, ma lo stesso establishment militare riconosce che non è così: il vantaggio israeliano rimarrà intatto ancora per molti anni, sorretto da tecnologia, intelligence e da un rapporto privilegiato con Washington che Riad non può colmare. Dietro la retorica allarmista, c’è piuttosto l’intenzione di Netanyahu di trasformare ogni passo americano verso i sauditi in una leva politica da utilizzare sul tavolo delle compensazioni.

Per bin Salman, invece, gli F-35 sono un tassello di una strategia più ampia. L’Arabia saudita vuole chiudere il cerchio: modernizzazione economica, cooperazione militare con gli Stati Uniti e un accordo di normalizzazione con Israele che, nelle intenzioni del principe, rafforzerebbe la posizione saudita nel mondo arabo. Ma il punto dirimente resta lo stesso: senza una prospettiva reale di Stato palestinese, non ci sarà alcuna firma. Apparentemente, il principe non sarebbe disposto ad accontentarsi di un richiamo generico, di un cenno simbolico, pretendendo al contrario una direzione chiara, pubblica e verificabile. È una condizione che Riad ha ripetuto a Trump, consapevole che è proprio Washington, più che Tel Aviv, a volere trasformare la normalizzazione in un trofeo geopolitico.

Il problema è che Israele non si muove. E non ha intenzione di farlo. Nelle ultime settimane, i leader della destra radicale al governo hanno chiuso ogni spiraglio. Bezalel Smotrich ha dichiarato che uno Stato palestinese “non nascerà mai”, punto. Itamar Ben Gvir ha rincarato, proponendo di far fuori l’intera leadership dell’Autorità nazionale palestinese, spingendo per accelerare la legge sulla pena di morte per i palestinesi (vedi qui) e bollando la prospettiva dei due Stati come “un’illusione da non rimettere sul tavolo”. Con questi presupposti, le rassicurazioni americane diventano parole inerti: la distanza tra ciò che chiede bin Salman e ciò che è disposto a concedere il governo israeliano resta totale.

Questa stessa distanza è emersa con chiarezza al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove gli Stati Uniti hanno fatto approvare una risoluzione che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto aprire una fase nuova. Washington l’ha presentata come un compromesso equilibrato, ma la dinamica del voto racconta altro. Il testo lega il cessate il fuoco a condizioni che lasciano mano libera all’esercito israeliano e non introduce meccanismi vincolanti per la protezione dei civili. Russia e Cina hanno tentato di correggere la linea, proponendo una bozza alternativa costruita sugli stessi elementi americani ma con impegni più stringenti sulla parte politica, compreso un riferimento alla soluzione dei due Stati. La proposta è stata scartata.

Gli Stati arabi hanno scelto di approvare il piano Trump e la risoluzione di Washington. È probabile che esista una reale speranza che la presenza internazionale (compresa quella araba) sul suolo della Striscia possa limitare il dominio incontrastato d’Israele e porre un freno all’occupazione, lasciando uno spiraglio aperto alla prospettiva dei due Stati e all’indipendenza palestinese. Ma è esattamente questo che manca all’interno della risoluzione, un percorso politico controllabile, con tappe chiare, che renda la de-escalation qualcosa di più di un esercizio diplomatico. L’Autorità nazionale palestinese ha appoggiato il testo, sapendo però che la sua applicazione dipende da un esecutivo israeliano che ha già escluso qualsiasi passo politico. E anche il segretario generale dell’Onu ha ricordato che le risoluzioni sul conflitto israelo-palestinese vengono regolarmente ignorate, un dato che svuota di forza il voto appena approvato.

La reazione israeliana è stata immediata: Netanyahu e i vertici militari hanno ribadito che Israele manterrà “piena libertà d’azione”, cioè la possibilità di continuare operazioni militari dove e quando riterrà necessario. Washington non ha replicato, preferendo insistere sulla narrativa della “nuova fase”, fondamentale per presentare alla stampa americana un risultato politico in un momento in cui la politica estera è diventata un tassello centrale del secondo mandato di Trump.

È in questo contesto che vanno lette le parole pronunciate dal presidente davanti a bin Salman: “A Gaza i palestinesi sono tornati nelle loro case… Non si sono mai sentiti sicuri quanto in questo momento”. Un’immagine che non trova riscontro nei fatti. Nelle stesse ore, Israele colpiva Ain al-Hilweh in Libano, bombardava villaggi nel sud e continuava operazioni mirate a Gaza: una realtà che smentisce l’idea di un cessate il fuoco già trasformato in stabilità. Nella Striscia, dall’inizio del cessate il fuoco, non è passato un giorno senza vittime. Nelle ultime ore, la popolazione vive un’escalation degli attacchi, che hanno provocato decine di vittime. Una donna e un bambino sono stati uccisi nel quartiere di Zaitoun, mentre un drone ha colpito i civili lungo via Salah al-Din. Altre vittime sono state registrate a Khan Younis e a Shujaiya. Le autorità israeliane sostengono di avere neutralizzato persone che avrebbero superato la “linea gialla”, ma i dati mostrano una campagna militare che prosegue senza restrizioni. Dall’entrata in vigore del “piano Trump”, le persone uccise da Israele a Gaza sono 280.

Il quadro che emerge dall’insieme di queste dinamiche è quello di una divergenza crescente tra la narrazione diplomatica statunitense e la realtà di un governo israeliano che continua a perseguire una strategia di pressione militare su Gaza, Libano e Siria. Gli attori regionali ne traggono conclusioni diverse: Hezbollah avverte che qualsiasi indulgenza da parte delle autorità libanesi rischia di produrre nuovi massacri; Hamas chiede una risposta palestinese unificata all’attacco di Ain al-Hilweh; il governo siriano considera la visita di Netanyahu un ulteriore segnale di escalation. Riad, dal canto suo, osserva una scena che rende ancora più complessa la promessa americana di una normalizzazione “a portata di mano”. In questo contesto, la frase di Trump su Gaza “più sicura che mai” appare come il sintomo di una distanza strutturale tra propaganda diplomatica e dinamiche reali del conflitto.

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TagsArabia Saudita Eliana Riva Gaza Israele Mohammed bin Salman Onu risoluzione Trump

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