Se dovesse finire oggi la diciannovesima legislatura, che ha doppiato il capo del terzo anno di governo Meloni, sarebbe certo da ricordare come quella in cui le forze della maggioranza di destra-centro hanno potenziato al massimo la loro capacità di condividere e difendere collettivamente le bandiere identitarie di ciascun partito. Sono lontani i giorni in cui Silvio Berlusconi doveva gestire, dall’alto della sua forza economica e dei suoi consensi elettorali, la doppia alleanza, al Nord con la Lega e al Sud con i postfascisti. L’autonomia regionale differenziata, blando surrogato dell’antico secessionismo leghista, è stata approvata anche dagli eredi della tradizione centralista-nazionalista (con le radici nel ventennio mussoliniano), anche se poi è stata bocciata parzialmente dalla Corte costituzionale (vedi qui un riassunto delle puntate precedenti). L’ossessione berlusconiana contro la magistratura è diventata bandiera dell’intera coalizione e ha portato all’approvazione della riforma costituzionale alla cui applicazione si frappone ormai solo il sottile diaframma del referendum confermativo (ne abbiamo parlato qui e qui ). Soltanto il tradizionale presidenzialismo della destra erede del Movimento sociale italiano ha ceduto il passo al cosiddetto premierato nella riforma costituzionale, che fu approvata senza scossoni in prima lettura al Senato, e successivamente si è arenata alla Camera, più che altro a causa della necessaria armonizzazione con una legge elettorale sulle cui convenienze, per ora, a destra non ci sono idee troppo omogenee.
Dopo l’ultimo passaggio parlamentare della riforma della giustizia, quindi, a rimettere la freccia per sorpassare il premierato è stata nuovamente l’autonomia differenziata. Certo, è una legge ordinaria, l’iter non ha la complessità delle riforme della Costituzione. In ogni caso, obbligato a rimediare dopo i rilievi della Consulta, il ministro leghista Roberto Calderoli aveva presentato un disegno di legge sui Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) che avrebbe dovuto passare al vaglio della commissione Affari costituzionali del Senato e poi dell’aula di palazzo Madama. L’autore della famigerata legge elettorale “Porcellum”, però, non ha voluto smentire la sua fama di creativo delle aule parlamentari, e con un colpo di teatro è riuscito a ottenere che il governo inserisse le norme sui Lep nella legge di Bilancio. L’operazione sottrae il provvedimento alle sabbie mobili del confronto parlamentare e alla pubblicità delle audizioni nella commissione di merito (la manovra, infatti, passa dalla commissione Bilancio, alla commissione Affari costituzionali a cui spetterà solo il previsto parere consultivo); di fatto cancella la dimensione sostanzialmente costituzionale delle norme ordinarie sull’autonomia regionale.
Le opposizioni sono insorte, finora senza trovare troppo ascolto, contro la forzatura. I capigruppo di Pd, 5 Stelle, Alleanza verdi-sinistra e Italia viva hanno scritto una lettera al presidente del Senato, Ignazio La Russa, al quale hanno chiesto “ragione del mancato stralcio degli articoli 123, 124, 125, 126, 127 e 128 del disegno di legge in esame”, la manovra finanziaria, appunto. Si tratta – hanno sottolineato – di “un grimaldello per scavalcare e mortificare ancora una volta il parlamento, aggirando il regolamento del Senato e la stessa Corte costituzionale, nel tentativo di attuare il prima possibile, senza alcun confronto, i Lep per riprendere i negoziati avviati con alcune Regioni”.
Eppure, dopo l’approvazione del disegno di legge sull’autonomia, qualche tardiva crepa era emersa all’interno della coalizione che sostiene l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, autorevole esponente di Forza Italia, aveva sollevato qualche dubbio, costringendo il leader del suo partito, Antonio Tajani, ad assumere l’impegno a una vigilanza sulla effettiva applicazione della legge affinché non penalizzasse (troppo?) le regioni del Sud. Sarebbe stato lecito attendersi, quindi, in occasione del nuovo esame parlamentare, una spinta di Forza Italia in direzione di una maggiore cautela, a cominciare proprio dalla scelta di un iter adeguato all’esigenza di approfondire i contenuti del nuovo testo Calderoli.
Ma proprio qui si chiude il cerchio con le considerazioni iniziali: le forze del destra-centro, nei passaggi fondamentali, hanno dimostrato una coesione infrangibile, a dispetto delle tensioni più o meno sotterranee sulla politica e sulla bilancia interna delle candidature e del potere, a Roma come nelle regioni. Forza Italia, che ha appena incassato la riforma-simbolo del suo programma e della sua stessa identità politica, quella sulla separazione delle carriere, non può e forse non vuole frapporre ostacoli alla marcia del progetto leghista. D’altro canto, in Veneto, il presidente uscente della Regione, Luca Zaia, custode primo della tradizione separatista del partito che fu di Umberto Bossi, è stato costretto non solo a rinunciare al terzo mandato, dichiarato incostituzionale dai giudici delle leggi, ma anche a presentarsi alle elezioni con una sua lista personale, che avrebbe sottratto troppi consensi ai partiti della coalizione; sarà invece capolista della Lega. Lega che si sente quindi legittimata a pretendere una approvazione pressoché “automatica” del nuovo disegno di legge Calderoli, attraverso l’inserimento all’interno della legge di Bilancio, su cui in genere i gruppi di opposizione e gli stessi parlamentari di maggioranza non toccano palla.
Al momento del varo delle norme nel Consiglio dei ministri, Calderoli ha rivendicato di avere elaborato sui Lep “una delega dettagliata”, che tiene conto della sentenza 192/2024 della Corte costituzionale. Tuttavia, pur considerando il recente riequilibrio politico (verso destra) nella composizione della Consulta dopo l’elezione dei giudici mancanti a opera del parlamento, la scommessa su una maggiore tolleranza della Corte rispetto alle forzature di marca leghista rimane alquanto rischiosa. E, dal punto di vista delle opposizioni, rimane probabilmente la Consulta l’ultimo appiglio per una possibile nuova battuta d’arresto nella “legislatura costituente” delle destre.







