Con la sua figura dinoccolata, Paolo Virno fece irruzione nelle nostre esistenze sul finire degli anni Ottanta, qualche tempo prima che uscisse il volume collettaneo da lui fortemente voluto, Sentimenti dell’al di qua (1990), che intendeva riaprire un dibattito e riavviare un percorso di azione politica dopo il “grande freddo” degli anni di piombo. Ne conoscevamo già gli scritti, apparsi su riviste come “Magazzino” o “Metropoli”, che avevamo letto mentre si spegnevano gli ultimi fuochi della breve stagione settantasettina, e ne avevamo seguito le vicende giudiziarie che lo avevano portato a transitare attraverso carceri e tribunali, per poi essere assolto.
Nei successivi “anni dello scontento”, il filosofo aveva riflettuto sul disincanto della politica ormai radicato nel Paese, il cosiddetto “riflusso”, di cui aveva analizzato le figure-cardine: la paura, l’opportunismo, il cinismo, una temperie cui egli intendeva opporsi promuovendo attivamente la ripresa di un pensiero critico radicale all’altezza dei tempi, e non solo “un richiamo mesto agli anni Settanta”. Per questo, aveva ricominciato a girare l’Italia, contattando gruppi e realtà associative, partecipando a riunioni e presentazioni di libri. Così lo conoscemmo personalmente.
Se la sua scrittura era accattivante, brillante, a tratti poetica, sentirlo parlare dal vivo era un’esperienza. Era un oratore magnetico, quasi ipnotico, di quelli che, come si diceva di György Lukács, “finché parlano hanno ragione”. Mentre parlava agitava curiosamente le lunghe braccia che descrivevano circoli quasi fossero elitre di un coleottero sapiente e incantatore. Con il gruppo storico dei compagni genovesi, con cui avevamo attraversato i difficilissimi Ottanta, finimmo per legarci strettamente a lui. All’inizio del decennio successivo, con Sandro Mezzadra, facemmo parte del giro della rivista animata da Virno, “Luogo comune”.
La rivista (1990-1993) fu un momento importante di formazione per tutta la generazione della “Pantera”, delle occupazioni universitarie dell’inizio dei Novanta. Intendeva regolare i conti con l’ethos della sconfitta e del ripiegamento che aveva caratterizzato il decennio precedente, capire se, ed eventualmente in che modo, il disincanto potesse coniugarsi alla rivolta, voleva “provocare un effetto di spaesamento, una sospensione delle opinioni consolidate, un’attesa (…), aprire nuove feritoie, che diversamente orientino la vista” – come scrisse Virno nel primo numero. Fu un laboratorio ricchissimo, che vide la partecipazione di intelligenze di prim’ordine, non necessariamente allineate agli stessi punti di vista, “marxisti non di sinistra” – come scherzava Paolo –, a sottolineare la rottura con l’eredità della sinistra storica. Ai vari numeri presero parte Giorgio Agamben, Massimo de Carolis, Franco Berardi e Marco Bascetta, solo per menzionare qualche nome. Le riunioni di redazione si trasformavano spesso in accesi dibattiti filosofico-politici, o generavano seminari in cui si trattava di temi che spaziavano dalle riflessioni di Walter Benjamin sulla filosofia della storia all’analisi critica della teoria sociologica di Niklas Luhmann. Rammento ancora il mio imbarazzo quando mi toccò il compito ingrato di tenere una relazione sul concetto di “sfera pubblica”.
In quel periodo, Paolo andava elaborando una sua visione innovativa delle trasformazioni del lavoro nel postfordismo, che poi avrebbe raccolto in volume. Era affascinante sentirlo rovesciare Hannah Arendt e la tradizione aristotelica, proponendo concetti audaci e innovativi che legavano strettamente insieme in modo nuovo la classica relazione tra poiesis, praxis e theorein, ovvero tra lavoro, azione e pensiero. Ricordo la presentazione del suo libro Mondanità (1994), in cui confluivano tutti questi temi, come una sorta di shock cognitivo, in cui veniva spiegato come l’agire politico, nella contemporaneità, si fosse sempre più strettamente legato al lavoro, un “lavoro nuovo”, che metteva a valore le stesse facoltà umane in generale (e in particolare l’intelletto) che costituiscono la strumentazione basilare di ogni agire.
Filosofia e politica si intrecciavano insieme in modo originale, fornendo una chiave esplicativa di quanto ci circondava. Nella lettura proposta da Virno, il lavoro postfordista impiegava doti e requisiti che, secondo la tradizione, appartenevano alla sfera politica: la relazione costitutiva con la presenza altrui, la capacità d’innovazione, la familiarità con la contingenza e l’imprevisto. Questo completo assorbimento delle facoltà umane, nel lavoro, spiegava anche il discredito e la crisi della politica. Se l’esperienza lavorativa, per quanto in forma dispossessata, ha già al suo interno una carica di politicità, allora l’azione politica tradizionale appare come una duplicazione tutto sommato inutile dell’originale. Ma, se veniva utilizzata come motore produttivo del lavoro nuovo, la dimensione politica era invece soppressa in quanto sfera pubblica propriamente detta – e questo finiva per implicare la messa tra parentesi di quella dimensione che è alla radice dell’azione, suo momento generativo.
La sfida che si prospettava era perciò di rovesciare la situazione: “come nelle arti marziali giapponesi, sfruttando la forza dell’avversario” – diceva Paolo – sviluppando invece il carattere comune e pubblico dell’intelletto: occorreva muoversi “al di fuori del lavoro e in opposizione a esso”. Di qui le tesi sviluppate successivamente in Grammatica della moltitudine (2001), per cui la “moltitudine” emerge nel momento in cui i confini tra le sfere del lavoro, dell’azione e del pensiero vengono meno, dando luogo a un’ibridazione inedita. Il libro sintetizza e divulga il dibattito avviato in “Luogo comune”, e poi ampliatosi fino a diventare una componente fissa della cosiddetta italian theory. Virno spiega come far uso del nuovo lessico della politica generatosi intorno al concetto di moltitudine, e mostra perché, nella crisi radicale della modernità, questo torni di urgente attualità.
In questo periodo, viene da lui introdotta anche la figura del virtuoso (il filosofo ebbe una passione per il pianista Glenn Gould, che lo spinse a leggerne gli scritti teorici), un artista “riproduttore”, che non crea un’opera sua propria ed esige un pubblico, collocandosi in una relazione costitutiva con la presenza altrui. Il lavoratore postfordista, per portare a termine il suo compito, ha bisogno di uno spazio a struttura pubblica, e la sua attività somiglia sempre più a un’azione performativa senza un prodotto tangibile. In questo contesto, lo spartito che i lavoratori-virtuosi eseguono è l’Intelletto stesso, cioè il general intellect. Con questa espressione, il Marx dei Grundrisse indicava il sapere sociale generale, la scienza e la conoscenza divenute forza produttiva immediata. Secondo Virno il general intellect non è solo la conoscenza oggettivata nel “lavoro morto”, nelle macchine, ma si manifesta soprattutto come attributo del lavoro vivo, come capacità di comunicazione, astrazione e autoriflessione incarnate nei soggetti. La rivoluzione, però, non è dietro l’angolo, anzi la distruzione della sfera lavorativa in quanto “ambito privilegiato della socializzazione e luogo di acquisizione dell’identità politica” crea il vuoto nel quale si insedia un nuovo clima politico europeo, in cui emergono tendenze reazionarie e autoritarie. Le sole vie per uscire da questa dimensione di “condanna allo spartito” appaiono l’esodo, la secessione radicale, la disobbedienza, come evidenziò in Esercizi di esodo (2002).
Forse questa la ragione per cui, negli anni successivi, Paolo scelse di dedicarsi principalmente all’insegnamento universitario e di tenere separate attività filosofica e militanza politica, cui comunque non rinunciò mai. Apparvero dei lavori nuovi, con un’impronta più marcatamente teoretica. Però, intanto, un’intera generazione di giovani militanti e di intellettuali era stata sedotta da teorie originali che, fuoriuscendo dall’alveo della “tradizione operaista”, allargavano il campo a prospettive culturali diverse: dalle filosofie del linguaggio a quelle della comunicazione, con una contaminazione fertile e inattesa della tradizione marxiana. Poi, per il filosofo, giunse la notorietà internazionale e vennero importanti riconoscimenti; ma per noi rimane il ricordo vivo di un periodo irripetibile, che ci traghettò fuori dalle secche degli Ottanta – e di un amico, della sua umanità e simpatia, della sua intelligente e fantastica capacità di parola, che ne fece sì un virtuoso, ma un virtuoso che suonava lo spartito di possibili rivoluzioni a venire.







