Quello di martedì scorso è stato un test elettorale importante per gli Stati Uniti in vista delle elezioni per il Congresso, che si terranno tra un anno. Sono stati chiamati alle urne, a vario titolo (elezioni comunali, elezioni per alcuni governatori, proposte di legge di iniziativa popolare, elezioni di giudici), oltre cento milioni di residenti in almeno quattordici Stati del Nord, dell’Est, del Sud, dell’Ovest, del Midwest. Alcuni di questi sono i più popolosi del Paese, con decine di milioni di abitanti ciascuno: la California, New York, il Texas, la Florida. Com’è andata? Senza mezzi termini, è stato per i democratici un successo di vaste proporzioni, che consente loro di tirare un sospiro di sollievo dopo dieci mesi di montagne russe trumpiane, in cui, a parte alcune manifestazioni di protesta significative, si sono visti relegati, almeno all’apparenza, nell’irrilevanza dal protagonismo martellante del presidente.
Intanto l’affluenza. Non ci sono (e non ci saranno per molto tempo) dati cumulativi certi, ma alcune linee di tendenza sono chiare. A New York hanno votato oltre due milioni di elettori, il doppio di quelli che avevano votato nel 2021; nel New Jersey, su un totale di oltre tre milioni di voti, l’affluenza cresce di oltre mezzo milione; in Virginia di almeno trecentomila. Si tratta, com’è abituale in tutte le elezioni non presidenziali americane, di livelli molto bassi (in media intorno al 30-40%), ma la crescita significativa indica che l’elettorato, soprattutto democratico, si è sentito mobilitato, ha voluto esprimersi e mandare un segnale ai leader del partito.
Cosa abbia espresso è chiarissimo. Nei due Stati in palio per la carica di governatore (il New Jersey e la Virginia) hanno vinto le due candidate democratiche, con margini superiori a sei punti sui candidati repubblicani. In Virginia è stata una riconferma, nel New Jersey è stata una riconquista. Si votava anche per sindaci e consigli comunali in diciotto delle cento maggiori città americane. Il risultato è stato che sono andate tutte, meno una, ai democratici, e anche l’ultima (Miami in Florida) verrà sicuramente vinta al ballottaggio che si terrà tra un mese circa. A parte Miami, erano già tutte città governate da esponenti democratici, ma è significativo che i nuovi sindaci abbiano vinto con un margine molto più ampio dei loro predecessori, segno, anche questo, che non solo i democratici si sono recati in massa alle urne (o hanno votato per corrispondenza), ma che anche molti repubblicani moderati (esistono ancora!) hanno deciso di non votare per il proprio candidato, anche e forse proprio se sostenuto da Trump. Alcuni esempi: a Pittsburgh, in Pennsylvania, i democratici passano dal 70% circa del 2021 al 90%, a Boston (Massachusetts) dal 64 al 93, ad Atlanta (Georgia) dal 63 all’85, a Cincinnati (Ohio) dal 66 al 78, e via di seguito. A Miami (che ospita molti miliardari amici di Trump) i repubblicani avevano vinto quattro anni fa con il 78% e quasi certamente scenderanno sotto il 50%. Nella maggior parte dei casi, i candidati democratici hanno migliorato i propri consensi non solo rispetto al 2021, ma anche rispetto a quelli ottenuti solo un anno fa (e che anno!) da Kamala Harris.
Tra le proposte di iniziativa popolare, la più significativa è la Proposition 50 della California, fortemente voluta dal governatore, Gavin Newsom, approvata con il 63% dei consensi. È difficile spiegare l’importanza di questo provvedimento per i democratici. La questione ruota intorno alle future elezioni per il Congresso, nella quali la maggioranza della Camera bassa dipenderà (come già adesso) da una manciata di seggi. In maggio, Trump aveva “invitato” il Texas a ridisegnare la mappa dei propri collegi elettorali: con una accorta suddivisione, spostando i confini attuali, sarebbe stato possibile strappare quattro o cinque seggi ai democratici e consegnarli ai repubblicani, assicurandosi così la maggioranza alla Camera. Si chiama gerrymandering e lo praticano un po’ tutti, anche i democratici quando fa loro comodo. Alla minaccia, Newsom ha deciso di rispondere facendo la stessa cosa in California: con Proposition 50 sarà possibile ai democratici impossessarsi di almeno cinque collegi attualmente occupati dai repubblicani. Ma Newsom non si è fermato lì e ha invitato i suoi colleghi governatori di altri Stati popolosi, in mano ai democratici (l’Illinois, New York), a fare altrettanto. I democratici, in passato, erano contrari al gerrymandering, almeno a parole, ma adesso hanno deciso che quando la lotta si fa dura… Insomma, si rendono conto che l’unico modo per provare a fermare Trump, tra un anno, è di togliergli la maggioranza almeno in una Camera, e per questo si può rinunciare a qualche principio di fair play democratico.
Le altre iniziative popolari approvate – a parte una sventagliata di proposte di destra ideologica varate dagli elettori del Texas – hanno tutte un carattere sociale o progressista: nel Colorado, in particolare, viene estesa la gratuità dei pasti ai ragazzi nelle scuole e, per finanziarli, si istituisce una tassa sui redditi superiori ai trecentomila dollari. Nel Maine, viene respinta una proposta che di fatto limiterebbe l’esercizio del voto, e ne viene approvata un’altra che consente di proibire alle persone violente, o pericolose, di possedere armi da fuoco; nello Stato di Washington si rafforza un fondo pubblico per l’assistenza sanitaria. Sono soltanto alcuni indizi, che però confermano come la generalità degli elettori americani, di fronte a proposte concrete che riguardano le personali condizioni di vita e i diritti, non sono allineati con l’ideologia dominante interpretata dal Partito repubblicano e dal suo capo indiscusso, Donald Trump.
Aumento dell’affluenza, crescita dei consensi per i democratici, riforme sociali costituiscono un chiaro messaggio di insoddisfazione dell’elettorato non solo sulle tematiche locali sulle quali si votava, ma nei confronti di Trump e delle sue politiche liberticide. Il quale Trump non ha trovato di meglio, a sconfitta ormai chiara, che dichiarare che i repubblicani hanno perso perché non c’era lui nelle liste. L’evidenza dice il contrario: a New York, per esempio, il suo endorsement a favore di Andrew Cuomo (un vecchio notabile democratico ed ex governatore che correva da indipendente contro Mamdani) lo ha sicuramente danneggiato agli occhi dei democratici. Del resto, i sondaggi già da mesi registravano come il favore dell’elettorato nei confronti di Trump fosse sceso, secondo i più affidabili, sotto il 40%.
Meno chiaro è il significato del messaggio rappresentato dal voto popolare verso l’establishment democratico. La vittoria di Mamdani a New York, che in parte era prevista ma non di questa entità (sopra il 50%!), ha un’impronta chiaramente progressista e di sinistra: case popolari, affitti controllati, trasporti e mense gratuite, aumento della tassazione sui redditi più alti. Ma le vittorie di Mikie Sherrill in New Jersey e di Abigail Spamberger in Virginia, quella probabile di Eileen Higgins a Miami e in altre città, hanno un carattere molto più moderato e centrista, e vanno lette soprattutto come una ripulsa nei confronti del presidente in carica. A parte alcune frange minoritarie, il Partito democratico rimane quello “moderato” di Joe Biden e di Kamala Harris. Prova ne sia che il capogruppo al Senato, il newyorkese Chuck Schumer, non ha sostenuto Mamdani, e il capogruppo alla Camera, Akeem Jeffries, lo ha fatto solo a urne aperte. Rimane il timore, tra gli strateghi del partito, che già guardano alle presidenziali del 2028, che il modello, per quanto mediaticamente attraente, del nuovo sindaco di New York sia troppo di sinistra, troppo vicino ai vari Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez per potere attirare la generalità degli elettori in una competizione nazionale.
Finché si vota a livello locale, finché si affrontano i problemi di una città o di una mensa scolastica o i costi dell’affitto, le proposte di sinistra vanno bene, ma il livello nazionale è un’altra cosa. Là tutto ciò che odora di socialismo e di tassazione dei ricchi – non importa quanto scandalosamente ricchi – fa aggricciare la pelle ai notabili democratici. Negli ultimi settant’anni, dopo Franklin Delano Roosevelt, tutti i presidenti democratici sono stati centristi (moderati, terza via, o come li si voglia chiamare), compreso il fascinoso Barack Obama. Mamdani, che è nato in Uganda, non potrebbe diventare presidente (la Costituzione lo vieta), ma con il suo programma politico nessuno ci riuscirebbe – così almeno pensano i notabili democratici. Zohran Mamdani può fare il sindaco di New York, e magari anche farlo bene; ma New York con il suo 30% di bianchi, il 70% di neri, ispanici, asiatici e “altre razze” complessivamente, con il 36% degli abitanti nati all’estero, non è gli Stati Uniti. E forse non lo sarà mai.











