Questa è la settimana in cui si moltiplicano le occasioni di confronto, dibattito se sensibilizzazione sul tema “violenza contro le donne”. Vale la pena ricordare che il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è stata istituita il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea generale dell’Onu (con la risoluzione 54/134). Ma già sei anni prima, cioè nel 1993, durante la Seconda conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani, l’Assemblea aveva ufficializzato il 25 novembre come data celebrativa, definendo il campo specifico di “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata” (art. 1, “Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne).
Naturalmente, non basta una settimana di estrema vigilanza perché il problema possa trovare soluzioni permanenti; ma niente è superfluo, se fatto con attenzione, responsabilità e autocritica. Già, autocritica. Come quella che si trova a fare la protagonista di Prima Facie, testo pluripremiato dell’australiana Suzie Miller, in questi giorni (fino al 30 novembre) in scena al teatro Franco Parenti di Milano, con la regia di Daniele Finzi Pasca e l’interpretazione di Melissa Vettore. L’opera, che aveva debuttato nel 2019 al Griffin Theatre di Sidney, è stata tradotta in venti lingue ed è attualmente rappresentata in trentotto Paesi, con attrici diverse.
Non si tratta di un monologo come tanti altri, che dividono il mondo in vittime e carnefici. La materia drammatica si innesta, in questo caso, su una profonda conoscenza della materia: Suzie Miller, oltre a essere una drammaturga e una sceneggiatrice di fama, ha una lunga esperienza come avvocata per i diritti umani. Rappresentato per la prima volta in Italia (curioso che in questi sette anni nessuno ci abbia pensato), l’assolo è costruito attorno al racconto di Tessa, una donna che riscatta la propria condizione minoritaria (nasce da una famiglia povera) grazie a una brillante carriera come avvocata. Tessa si specializza nella difesa di donne vittime di violenza, ma non riesce a sviluppare nessuna particolare empatia nei confronti delle sue assistite. Non lo fa solo perché ha una grande fiducia nella legge ma perché, grazie alla sua scalata sociale, comincia ad apprezzare i privilegi della sua nuova condizione.
L’apprezzamento (ebbro, incosciente) del proprio status si trasforma, in maniera quasi impercettibile, in abuso: ma è proprio lì che il diavolo si accasa. Questo è il passaggio più importante del testo di Suzie Miller, senza il quale la cosiddetta “scena primaria” – risolta in maniera stupefacente da Daniele Finzi Pasca, che ha inventato per la sua attrice (nella vita sono sposati) un’altalena che è anche strumento di tortura – non raggiungerebbe quella tensione drammatica. Qual è la scena primaria? Quella in cui Tessa (restituita con assoluta verità da Melissa Vettore) racconta il preciso momento in cui un rapporto sessuale senza consenso si trasforma in stupro. Lei non riuscirà ad avere giustizia, ma tutta l’opera suona come un micidiale atto d’accusa contro una società che divide in perdenti e vincenti. In questo preciso punto, sta la forza del testo di Suzie Miller che, non a caso, ha contribuito alle modifiche legislative nel Regno Unito, portando l’autrice australiana all’Onu per discutere dei diritti legali in materia di abuso sessuale.
Com’è noto, nei giorni scorsi, in Italia la Camera ha approvato una norma bipartisan, che aspetta il vaglio del Senato (dove però le destre stanno già frapponendo delle difficoltà): senza il consenso della donna, è stupro. Ed è esattamente la situazione descritta da Suzie Miller: la nostra protagonista, che pure ha una qualche forma di relazione sentimentale con il suo violentatore, dice “no” a quel rapporto strappato con la violenza, approfittando di una condizione di malessere in cui Tessa si trova quella notte. Si può, dunque, dire “no” anche in un secondo momento.
“Tutta la nostra cultura greco-romana cristiana identifica la donna con la sessualità e la maternità”: su questo riflette la storica femminista Lea Melandri, autrice di libri fondamentali come Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia (2001), Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà (2011), e il recente Dialogo tra una femminista e un misogino, in cui l’autrice crea una conversazione immaginaria con il filosofo austriaco Otto Weininger, l’autore di Sesso e carattere, morto suicida a 23 anni (nel 1903). “Il primo processo per stupro risale agli anni Settanta, e credo che questa modifica dell’articolo 609 sul consenso della donna rappresenti un tassello importante, ma la storia non si ferma qui, perché la misoginia attraversa tutta la nostra cultura”.
Il problema è, indubbiamente, culturale: passa attraverso l’educazione sentimentale e sessuale, e dunque da un’analitica e paziente disamina circa il modello patriarcale. Ma quello che ci dice Suzie Miller, nel suo clamoroso testo teatrale, è che non basta essere donne per stare dalla parte giusta, come non basta essere uomini per essere candidati al sopruso. E ritorniamo all’autocritica come infallibile strumento di conoscenza. La protagonista di Prima Facie (il testo è pubblicato in Italia da Neri Pozza) racconta il momento della violenza che apre al discorso del consenso, ma lo fa attraverso una sottile ricostruzione della sua stessa vita. Se il discorso “maschile-femminile”, “vittima-carnefice”, trova spazio nel discorso pubblico, difficilmente l’attenzione si posa sul binomio “vincente-perdente”. Se lo si facesse, si andrebbe a smantellare la letteratura universale, che fa perno proprio sulla retorica del “riscatto”, sulla lotta per la sopravvivenza, sul diritto all’affrancamento e sulla bellezza dell’avanzamento sociale. Non c’è niente di male nel desiderio che porta a evolverci dal nostro stato d’origine.
Ma è facendo leva proprio su questo desiderio che il sistema capitalistico-liberale ha creato un modello granitico, capace di divorare ogni forma di dissenso. Perché, se nessuno direbbe mai apertamente che violentare una donna è cosa buona e giusta, non tutti comprendono che il problema sta nei rapporti di forza. La maggior parte delle donne che continuano a non denunciare e a subire violenza non è autonoma economicamente. Ma le donne che hanno fatto il salto sociale (per nascita, censo o merito) non sempre sono in grado di provare empatia nei confronti delle altre donne che sono in una condizione apparentemente “inferiore”, e quindi incapaci di parola. Prima Facie ci aiuta a guardare il nero che si annida nell’uomo e anche il nero che si nasconde nella donna. Il problema è nell’abuso di “potere” in sé, che crea disuguaglianze e soprusi, fino a degenerare nella violenza. Cosa che riguarda tutte noi. Perché, come scrive Suzie Miller, “una donna su tre ha subito violenza” (magari senza saperlo).







