• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Accedi
Home » Articoli » Accordi di Dayton al capolinea?

Accordi di Dayton al capolinea?

Elezioni anticipate nella Repubblica serbo-bosniaca: si rafforza il nazionalismo filorusso di Dodik

26 Novembre 2025 Vittorio Bonanni  496

Ancora una volta nell’Europa dell’Est si ripropone lo schema che vede spaccato in due il Paese tra chi è più vicino a Mosca e chi all’Unione europea. Questa volta è toccato alla Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, dove si è votato alle presidenziali di domenica scorsa. Ad affermarsi è stato Sinisa Karan, professore universitario e avvocato, braccio destro del leader indiscusso del nazionalismo serbo-bosniaco, Milorad Dodik (vedi qui e qui), vicinissimo a Vladimir Putin, presidente de facto della piccola repubblica.

Dodik è stato condannato a tredici mesi di carcere (pena poi commutata in una multa) e a sei anni di interdizione dalle cariche politiche, ed era dunque impossibilitato a partecipare al voto perché dichiarato decaduto dalla Commissione elettorale centrale della Bosnia Erzegovina, organo amministrativo responsabile della regolamentazione e della supervisione del processo elettorale del Paese balcanico. Motivo: disobbedienza all’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, il tedesco Christian Schmidt. Il che ha comportato le convocazioni di elezioni anticipate in attesa delle parlamentari di ottobre.

Karan – esponente dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti, una coalizione di più partiti di stampo nazionalista che, fino al 2012, faceva invece riferimento all’Internazionale socialista – si è affermato di misura contro Branko Blanusa, docente di ingegneria elettrica ed esponente del Partito democratico serbo, anch’esso di ispirazione nazionalista, ma più attento del suo avversario ai rapporti con l’Unione europea. I due hanno conseguito rispettivamente il 50,9% dei voti (circa 216.000), e il 47,8% (circa 188.000). Una vittoria risicata, che comporterà inevitabilmente ricorsi, carte bollate e altro, da parte dello sconfitto.

Karan era nella “lista nera” redatta dal Dipartimento del Tesoro statunitense. Elenco dal quale ora è stato cancellato, in virtù dell’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. Si profila, dunque, un rafforzamento della linea politica filorussa nella Repubblica serbo-bosniaca. Abbiamo ricordato dell’esclusione di Dodik dalla competizione elettorale da parte dell’Alto Rappresentante. Questa figura è stata istituita con gli accordi di Dayton nel 1995, che misero fine al sanguinoso conflitto, iniziato nel 1992, tra le varie componenti etniche e politiche dell’ex Jugoslavia.

L’appuntamento elettorale è stato preceduto di soli due giorni, esattamente il 21 novembre, dal trentennale degli accordi di pace – per la precisione, Accordo quadro generale per la pace in Bosnia ed Erzegovina – firmati appunto a Dayton, una località degli Stati Uniti, in Ohio, alla presenza del presidente della Jugoslavia Slobodan Milošević, della Croazia, Franjo Tudjman, della Bosnia, Alija Izetbegović, accompagnato dal ministro degli Esteri bosniaco, Muhamed “Mo” Sacirbey, sotto la guida del mediatore statunitense Richard Holbrooke, inviato del presidente Bill Clinton assieme all’inviato speciale dell’Unione europea, Carl Bildt, e al viceministro degli Esteri della Federazione russa Igor’ Ivanov.

Quell’intesa aveva messo fine ad anni di guerra che avevano provocato centomila morti e due milioni di sfollati; riuscì a creare uno Stato unitario, appunto la Bosnia-Erzegovina, ma su una base istituzionale molto complessa e con una divisione territoriale anch’essa complicata, in un contesto ancora gravido di tensioni riemerse negli ultimi anni. Pur garantendo tre decenni di pace e avendo creato un fondamento costituzionale, i rapporti tra serbo-bosmiaci, da un lato, e bosniaci e croati, dall’altro, sono tutt’altro che idilliaci. Quegli accordi, insomma, andavano bene allora, ma sono ormai superati da uno scenario geopolitico potenzialmente catastrofico per i Balcani. Un’unità del Paese, sia pure all’interno di una federazione, è ben lungi dall’essere costruita. Tanto per dirne una, ci sono ancora alfabeti diversi, quello cirillico nella parte serba, e quello latino nella federazione, senza alcuna intenzione di introdurre un bilinguismo.

In questo contesto, gli stessi accordi vengono letti e interpretati diversamente dalle diverse nazionalità. Il ritrovato protagonismo serbo-bosniaco sta rendendo le cose ancora più complicate, visto che, come abbiamo detto, Banja Luka trova in Mosca un punto di forza. Contro Dodik e Karan l’Unione europea ha le armi spuntate. Ogni possibile sanzione sarebbe bloccata dal presidente ungherese Orbán, oltre a essere controproducente di fronte a una possibile quanto complicatissima risoluzione del conflitto russo-ucraino. “La crisi istituzionale e politica bosniaca – dice Giorgio Fruscione, ricercatore, presso l’Ispi, su tematiche riguardanti l’Europa dell’Est e i Balcani – sembra essere rapidamente entrata in una fase di non ritorno, con il suo attore principale al centro della scena per cercare di sopravvivere politicamente. Un all in politico – aggiunge Fruscione – quello di Dodik, giocato al prezzo della sovranità, dell’integrità territoriale e delle istituzioni della Bosnia ed Erzegovina, che dopo trent’anni affronta dei déjà-vu che si fanno sempre più ricorrenti”. La fine delle ostilità tra ucraini e russi, a prescindere da quali saranno le conclusioni, potrebbe disinnescare la mina balcanica – ma al momento l’incertezza regna sovrana.

490
Archiviato inArticoli
Tagsaccordi di Dayton Bosnia-Erzegovina elezioni anticipate Milorad Dodik nazionalismo filo-russo Sinisa Karan Vittorio Bonanni

Articolo precedente

Vincenti o perdenti

Articolo successivo

Malinconica Cop30

Vittorio Bonanni

Articoli correlati

Quell’antico amore per la Groenlandia

La Bulgaria nella zona euro malgrado i bulgari

Delrio, da Israele con amore  

L’antisemitismo confuso con l’antisionismo

Dello stesso autore

Quell’antico amore per la Groenlandia

La Bulgaria nella zona euro malgrado i bulgari

Delrio, da Israele con amore  

L’antisemitismo confuso con l’antisionismo

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Rovesciare gli ayatollah?
Rino Genovese    14 Gennaio 2026
L’Europa e il Putin dell’Occidente
Rino Genovese    12 Gennaio 2026
Equità fiscale e testardaggine
Paolo Barbieri    7 Gennaio 2026
Ultimi articoli
Guerra aperta ad Aleppo tra le forze curde e quelle di al-Sharaa
Eliana Riva    13 Gennaio 2026
Trump, il pretesto della lotta al narcotraffico, le minacce
Claudio Madricardo    13 Gennaio 2026
Referendum: al via la campagna per il “no”
Stefania Limiti    12 Gennaio 2026
Quell’antico amore per la Groenlandia
Vittorio Bonanni    8 Gennaio 2026
La Palestina e la fabbrica dell’opinione pubblica
Agostino Petrillo    7 Gennaio 2026
Ultime opinioni
Considerazioni sulla rivolta iraniana
Marianna Gatta    15 Gennaio 2026
L’aria della città ha smesso di rendere liberi
Enzo Scandurra    15 Dicembre 2025
Delrio, da Israele con amore  
Vittorio Bonanni    12 Dicembre 2025
Ignoranza è incapacità di distinguere
Stefania Tirini    9 Dicembre 2025
Siamo tutti palestinesi
Tessa Pancani e Federico Franchina    24 Novembre 2025
Ultime analisi
Sulla libertà di parola e l’antisemitismo
Giorgio Graffi    9 Gennaio 2026
Che cosa sono i clan a Gaza
Eliana Riva    21 Ottobre 2025
Ultime recensioni
La partita degli “antifa” non finisce mai
Luca Baiada    12 Gennaio 2026
La riproposta di “Vogliamo tutto”
Rino Genovese    5 Gennaio 2026
Ultime interviste
Arte e “creatività” nell’era dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    8 Gennaio 2026
“Il nostro Pd è un partito vincente”
Paolo Andruccioli    23 Dicembre 2025
Ultimi forum
È pensabile un programma per la sinistra?
Paolo Andruccioli    8 Ottobre 2025
Forum su movimenti e partiti
Paolo Andruccioli    8 Gennaio 2025
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Elly Schlein Europa Francia Gaza Genova Germania Giorgia Meloni governo draghi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA