• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » Malinconica Cop30

Malinconica Cop30

Da Belém nessuna buona notizia per il clima

27 Novembre 2025 Agostino Petrillo  750

La malinconia è una brutta bestia. Non si può però fare a meno di provare questo sentimento quando si guarda allo svolgimento delle ultime Cop sul clima. Una malinconia che sorge dalla constatazione di come sia difficile mettere gli esseri umani intorno a un tavolo a ragionare di questioni vitali come quella del riscaldamento globale. La parata inutile dei diversi orientamenti, la spietatezza con cui emergono gli interessi economici, e la caparbietà con cui vengono a oltranza sostenute alcune posizioni, non può non far pensare che la utilità di questi incontri andrebbe messa per lo meno in discussione. Difficile ostinarsi a voler vedere a tutti i costi il bicchiere mezzo pieno.

L’accordo raggiunto – approvato dall’intera comunità internazionale mediante la forzatura di un consensus ottenuto in maniera quasi truffaldina, con il presidente che “non ha visto” le segnalazioni dei Paesi contrari – è considerato debolissimo da molti partecipanti e dalle organizzazioni ambientaliste. Ed è stato platealmente contestato da alcuni Paesi che hanno preso più volte la parola, pur di esprimere la loro rabbia nei confronti delle modalità usate per approvare il testo finale, il Global Mutirão. “Sappiamo che alcuni di voi avevano ambizioni più grandi”, si è scusato così André Corrêa do Lago, presidente brasiliano del vertice, per il fatto che il documento finale contenesse così poco.

I Paesi presenti non sono riusciti a trovare un accordo sulla tabella di marcia per l’eliminazione graduale di carbone, petrolio e gas, proposta dal presidente brasiliano Lula da Silva, che aveva cercato di imprimere una sterzata a Cop30. Il parziale fallimento di Belém non è una buona notizia per il clima. Lo sanno benissimo gli esperti, che vedono l’orologio del disastro correre senza che vengano prese misure adeguate. Con molto aplomb, Niklas Höhne del New Climate Institute ha commentato: “Quella emersa non è certo la modalità di emergenza che sola rappresenterebbe la risposta adeguata alla crisi”.

Ormai è chiaro: anche se tutti i Paesi dovessero implementare gli obiettivi climatici presentati secondo quanto hanno proposto, il mondo si dirigerà comunque verso un aumento della temperatura di 2,3-2,5 gradi entro la fine del secolo. Magra consolazione il fatto che “la rivoluzione delle energie rinnovabili è inarrestabile”, come ha affermato ancora Höhne. L’ampia alleanza di ottanta Paesi, che a Belém hanno chiesto pubblicamente che una roadmap per un’eliminazione graduale delle energie non rinnovabili fosse inclusa nel documento, ha trovato la tenace opposizione di un piccolo ma potente gruppo di Stati produttori di petrolio, che ha impedito l’adozione di un testo energico e chiaro sulla questione.

Qualcuno tra gli ambientalisti si consola con il fatto che, sia pure non menzionato esplicitamente, il percorso verso l’eliminazione graduale dei combustibili fossili è indirettamente contenuto anche nella risoluzione. Il testo chiede infatti maggiori sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi. Ma certo nessun Paese potrebbe perseguire un percorso verso il raggiungimento di un simile obiettivo senza ridurre drasticamente il proprio consumo di combustibili fossili. Inoltre, il testo fa riferimento all’accordo raggiunto a Dubai due anni fa, in cui, pur profilandosi già la situazione di blocco attuale (ne parlammo a suo tempo: vedi qui), i Paesi sottoscrittori avevano concordato di triplicare l’uso delle energie rinnovabili e di raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030.

Parallelamente al depennamento della tabella di marcia per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, anche la protezione delle foreste è stata quasi dimenticata. Lula non aveva portato per caso il vertice sul clima in Amazzonia. Ma persino il piano richiesto per fermare la deforestazione non ha trovato spazio nel documento finale, e ha dovuto essere avviato separatamente dalla leadership brasiliana del vertice. Anche in questo caso, si potrebbe ricordare che i Paesi avevano concordato questo obiettivo fin dal vertice di Glasgow del 2021. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) stima che, per una realizzazione del progetto, sarebbero necessari tra i 310 e i 365 miliardi di dollari all’anno. Nel documento finale, le nazioni industrializzate si sono invece impegnate solo a triplicare gli impegni già assunti, ma resta da chiarire quanto verrà effettivamente stanziato per gli aggiustamenti. Quello che è stato promesso è una moltiplicazione con variabili ancora sconosciute. E sui soldi ormai tutti frenano: l’Unione europea, dopo vari tentennamenti di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, si è presentata in Amazzonia con il portafoglio vuoto. Alla faccia della “giusta transizione”!

Meglio di tutti ha sintetizzato quanto avvenuto la ministra francese della Transizione ecologica, Monique Barbut, che ha detto testualmente: “Non possiamo dire che sosteniamo questo testo perché non contiene il livello minimo di ambizione che ci attendevamo sull’abbandono dei combustibili fossili e sulla lotta contro la deforestazione, ma non ci opporremo perché non vogliamo far pagare tutto il prezzo della crisi ambientale ai Paesi più poveri”.

Capofila della protesta contro Corrêa do Lago è stata la Colombia, che aveva precedentemente annunciato l’intenzione di organizzare, con i Paesi Bassi, un vertice extra, con decine di Paesi tra i più ambiziosi e determinati a portare avanti un phaseout, cioè un’uscita dai combustibili fossili. Sarà il First International Conference on Fossil Fuel Phaseout, e si terrà a Santa Marta, nell’aprile del 2026. La Colombia ha preso più volte la parola per notificare, in modo fermo e deciso, la propria contrarietà alla modalità di conduzione della plenaria e all’assenza dei punti sopracitati, da loro considerati imprescindibili. Insieme alla delegazione colombiana, hanno espresso considerazioni analoghe anche Panama e Uruguay. Il sistema delle Cop, da tempo bloccato, pare dunque vicino a rompersi: gli Stati del petrolio non cedono, i Paesi più poveri del Sud del mondo, da tempo, sperimentano le conseguenze umane, economiche e ambientali, e la loro rabbia è comprensibile. E pensare che questa avrebbe dovuto essere nelle intenzioni degli organizzatori “semplicemente” la Cop dell’implementazione, della concretezza…

Su tutto il dibattito è aleggiata, in ogni caso, una “atmosfera di guerra” – come diceva benissimo, in un altro drammatico momento storico, Frantz Fanon –, e a Belém si è disegnato un quadro che forse già rinvia la soluzione del riscaldamento globale a un’altra epoca. Non a caso, molti discorsi e molte previsioni ormai guardano al 2100, o quantomeno a un periodo del futuro in cui l’eventuale ridefinizione dei poteri planetari forse renderà finalmente possibile prendere le contromisure necessarie, facendo marcia indietro rispetto a un innalzamento delle temperature oltre i due gradi, che pare ormai inevitabile. Sempre che, quando giorno verrà in cui sia politicamente possibile agire energicamente in questo senso, non sia ormai troppo tardi.

743
Archiviato inArticoli
TagsAgostino Petrillo Belem clima Cop30 documento finale

Articolo precedente

Accordi di Dayton al capolinea?

Articolo successivo

Referendum, il “sì” in vantaggio?

Agostino Petrillo

Seguimi

Articoli correlati

Disfatta laburista o fine di un sistema politico?

Tempi difficili per il funambolo Merz

La crisi delle città creative

San Salvador, la questione della casa

Dello stesso autore

Disfatta laburista o fine di un sistema politico?

Tempi difficili per il funambolo Merz

La crisi delle città creative

San Salvador, la questione della casa

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Ridiventeremo filocinesi?
Rino Genovese    15 Maggio 2026
Legge elettorale o legge di distrazione di massa?
Paolo Barbieri    13 Maggio 2026
Disfatta laburista o fine di un sistema politico?
Agostino Petrillo    11 Maggio 2026
Ultimi articoli
In Spagna la nuova sinistra andalusa
Vittorio Bonanni    20 Maggio 2026
Il Brasile di Lula e quello di Bolsonaro figlio
Claudio Madricardo    19 Maggio 2026
Conte apre al centro, per fare cosa?
Paolo Barbieri    18 Maggio 2026
L’Armenia alla ricerca di un’identità nella politica internazionale
Vittorio Bonanni    14 Maggio 2026
Quando il teatro è veramente politico
Katia Ippaso    14 Maggio 2026
Ultime opinioni
Scure del governo sulla filosofia: fuori Marx e Spinoza
Stefania Tirini    19 Maggio 2026
Ancora sulla massoneria e le sue lotte interne
Guido Ruotolo    12 Maggio 2026
Tra 25 aprile e primo maggio
Rino Genovese    5 Maggio 2026
Una critica della geopolitica
Claudio Bazzocchi    30 Aprile 2026
Fenomeno Silvia Salis?
Vittorio Bonanni    28 Aprile 2026
Ultime analisi
Trentin e Ingrao: l’insospettabile attualità di due “sconfitti”
Paolo Andruccioli    11 Maggio 2026
Pnrr a fine corsa. Dopo l’estate il vuoto?
Paolo Andruccioli e Paolo Barbieri    7 Aprile 2026
Ultime recensioni
Un film contro tutte le guerre
Marianna Gatta    13 Maggio 2026
Indagini sulla violenza
Katia Ippaso    6 Maggio 2026
Ultime interviste
Ex Ilva, a che punto siamo
Guido Ruotolo    18 Maggio 2026
Un libro ricostruisce il genocidio dei comunisti indonesiani
Marco Santopadre    15 Maggio 2026
Ultimi ritratti
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Anna Politkovskaja e la costellazione del coraggio
Laura Guglielmi    11 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA