La malinconia è una brutta bestia. Non si può però fare a meno di provare questo sentimento quando si guarda allo svolgimento delle ultime Cop sul clima. Una malinconia che sorge dalla constatazione di come sia difficile mettere gli esseri umani intorno a un tavolo a ragionare di questioni vitali come quella del riscaldamento globale. La parata inutile dei diversi orientamenti, la spietatezza con cui emergono gli interessi economici, e la caparbietà con cui vengono a oltranza sostenute alcune posizioni, non può non far pensare che la utilità di questi incontri andrebbe messa per lo meno in discussione. Difficile ostinarsi a voler vedere a tutti i costi il bicchiere mezzo pieno.
L’accordo raggiunto – approvato dall’intera comunità internazionale mediante la forzatura di un consensus ottenuto in maniera quasi truffaldina, con il presidente che “non ha visto” le segnalazioni dei Paesi contrari – è considerato debolissimo da molti partecipanti e dalle organizzazioni ambientaliste. Ed è stato platealmente contestato da alcuni Paesi che hanno preso più volte la parola, pur di esprimere la loro rabbia nei confronti delle modalità usate per approvare il testo finale, il Global Mutirão. “Sappiamo che alcuni di voi avevano ambizioni più grandi”, si è scusato così André Corrêa do Lago, presidente brasiliano del vertice, per il fatto che il documento finale contenesse così poco.
I Paesi presenti non sono riusciti a trovare un accordo sulla tabella di marcia per l’eliminazione graduale di carbone, petrolio e gas, proposta dal presidente brasiliano Lula da Silva, che aveva cercato di imprimere una sterzata a Cop30. Il parziale fallimento di Belém non è una buona notizia per il clima. Lo sanno benissimo gli esperti, che vedono l’orologio del disastro correre senza che vengano prese misure adeguate. Con molto aplomb, Niklas Höhne del New Climate Institute ha commentato: “Quella emersa non è certo la modalità di emergenza che sola rappresenterebbe la risposta adeguata alla crisi”.
Ormai è chiaro: anche se tutti i Paesi dovessero implementare gli obiettivi climatici presentati secondo quanto hanno proposto, il mondo si dirigerà comunque verso un aumento della temperatura di 2,3-2,5 gradi entro la fine del secolo. Magra consolazione il fatto che “la rivoluzione delle energie rinnovabili è inarrestabile”, come ha affermato ancora Höhne. L’ampia alleanza di ottanta Paesi, che a Belém hanno chiesto pubblicamente che una roadmap per un’eliminazione graduale delle energie non rinnovabili fosse inclusa nel documento, ha trovato la tenace opposizione di un piccolo ma potente gruppo di Stati produttori di petrolio, che ha impedito l’adozione di un testo energico e chiaro sulla questione.
Qualcuno tra gli ambientalisti si consola con il fatto che, sia pure non menzionato esplicitamente, il percorso verso l’eliminazione graduale dei combustibili fossili è indirettamente contenuto anche nella risoluzione. Il testo chiede infatti maggiori sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi. Ma certo nessun Paese potrebbe perseguire un percorso verso il raggiungimento di un simile obiettivo senza ridurre drasticamente il proprio consumo di combustibili fossili. Inoltre, il testo fa riferimento all’accordo raggiunto a Dubai due anni fa, in cui, pur profilandosi già la situazione di blocco attuale (ne parlammo a suo tempo: vedi qui), i Paesi sottoscrittori avevano concordato di triplicare l’uso delle energie rinnovabili e di raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030.
Parallelamente al depennamento della tabella di marcia per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, anche la protezione delle foreste è stata quasi dimenticata. Lula non aveva portato per caso il vertice sul clima in Amazzonia. Ma persino il piano richiesto per fermare la deforestazione non ha trovato spazio nel documento finale, e ha dovuto essere avviato separatamente dalla leadership brasiliana del vertice. Anche in questo caso, si potrebbe ricordare che i Paesi avevano concordato questo obiettivo fin dal vertice di Glasgow del 2021. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) stima che, per una realizzazione del progetto, sarebbero necessari tra i 310 e i 365 miliardi di dollari all’anno. Nel documento finale, le nazioni industrializzate si sono invece impegnate solo a triplicare gli impegni già assunti, ma resta da chiarire quanto verrà effettivamente stanziato per gli aggiustamenti. Quello che è stato promesso è una moltiplicazione con variabili ancora sconosciute. E sui soldi ormai tutti frenano: l’Unione europea, dopo vari tentennamenti di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, si è presentata in Amazzonia con il portafoglio vuoto. Alla faccia della “giusta transizione”!
Meglio di tutti ha sintetizzato quanto avvenuto la ministra francese della Transizione ecologica, Monique Barbut, che ha detto testualmente: “Non possiamo dire che sosteniamo questo testo perché non contiene il livello minimo di ambizione che ci attendevamo sull’abbandono dei combustibili fossili e sulla lotta contro la deforestazione, ma non ci opporremo perché non vogliamo far pagare tutto il prezzo della crisi ambientale ai Paesi più poveri”.
Capofila della protesta contro Corrêa do Lago è stata la Colombia, che aveva precedentemente annunciato l’intenzione di organizzare, con i Paesi Bassi, un vertice extra, con decine di Paesi tra i più ambiziosi e determinati a portare avanti un phaseout, cioè un’uscita dai combustibili fossili. Sarà il First International Conference on Fossil Fuel Phaseout, e si terrà a Santa Marta, nell’aprile del 2026. La Colombia ha preso più volte la parola per notificare, in modo fermo e deciso, la propria contrarietà alla modalità di conduzione della plenaria e all’assenza dei punti sopracitati, da loro considerati imprescindibili. Insieme alla delegazione colombiana, hanno espresso considerazioni analoghe anche Panama e Uruguay. Il sistema delle Cop, da tempo bloccato, pare dunque vicino a rompersi: gli Stati del petrolio non cedono, i Paesi più poveri del Sud del mondo, da tempo, sperimentano le conseguenze umane, economiche e ambientali, e la loro rabbia è comprensibile. E pensare che questa avrebbe dovuto essere nelle intenzioni degli organizzatori “semplicemente” la Cop dell’implementazione, della concretezza…
Su tutto il dibattito è aleggiata, in ogni caso, una “atmosfera di guerra” – come diceva benissimo, in un altro drammatico momento storico, Frantz Fanon –, e a Belém si è disegnato un quadro che forse già rinvia la soluzione del riscaldamento globale a un’altra epoca. Non a caso, molti discorsi e molte previsioni ormai guardano al 2100, o quantomeno a un periodo del futuro in cui l’eventuale ridefinizione dei poteri planetari forse renderà finalmente possibile prendere le contromisure necessarie, facendo marcia indietro rispetto a un innalzamento delle temperature oltre i due gradi, che pare ormai inevitabile. Sempre che, quando giorno verrà in cui sia politicamente possibile agire energicamente in questo senso, non sia ormai troppo tardi.







