C’era una volta una casetta nel bosco dove una famigliola si era ritirata insieme a tre creature… La favola piace da morire alla destra, l’avrebbero inventata, se non fosse tra le cronache del nostro Paese, pur di avere un nuovo potente gancio per attaccare i magistrati (dopo avere abbondantemente goduto dello spettacolo anti-giudici in onda a Garlasco). Quelli dell’Aquila (mossi da relazioni dei servizi sociali molto preoccupate) sono intervenuti trasferendo i bimbi in una struttura protetta – ma non siamo qui a sviscerare quel caso, quanto piuttosto a dire che nulla è più adatto a sollecitare gli istinti che far ricorso all’amore e al dolore verso i figli.
Appena la vicenda del bosco è stata resa pubblica, è stato un attimo: sbraiti del leader leghista Matteo Salvini, gli ispettori inviati dal ministro Carlo Nordio per accertare l’operato dei giudici del tribunale minorile dell’Aquila, urla roboanti di una presidente del Consiglio già molto madre per auto-investitura, tutta questa canea ha fatto da sfondo a una campagna referendaria difficile per il fronte del “no”, e apparentemente così facile per la destra da non far temere all’avventuriero Nordio di ammettere che la controriforma coincide con gli auspici dello stragista Licio Gelli: “Se il signor Gelli (così elevato e innocuo, e innocente uomo qualunque, ndr) ha detto anche cose giuste non si capisce perché non dovremmo seguirle solo perché le ha dette lui”, ha dichiarato il prode ministro della Giustizia.
Di fronte alla cavalcata populista di questa destra appaiono sottotono le giuste, diremmo sacrosante motivazioni del fronte che si oppone alle modifiche improvvide della Costituzione: avremo nuovi Torquemada, una categoria di pubblici ministeri che non hanno alcuna “terzietà”, i costi della giustizia lieviteranno (un doppio Csm e un’Alta corte disciplinare), la lunghezza dei processi, se possibile, aumenterà per la necessità di coordinare tribunali e procure – e così via, insieme con tante altre buone ragioni che dovrebbero portare il Paese a una rivolta contro questa manovra di tutela delle élite. E però…
I sondaggi svolazzano tra numeri tristi: lo scorso 24 novembre la Swg ha reso noto per il telegiornale della 7 che, tra luglio e novembre, i “sì” alla riforma sono aumentati di due punti (44-46%, 73% da elettori di destra), il “no” ha guadagnato sette punti passando dal 21 al 28%. C’è dunque molto lavoro da fare. E ogni errore viene pagato caro. Come quella citazione sbagliata di Nicola Gratteri, che, essendo tra i più efficaci commentatori anti-governo, è stato letteralmente preso di mira: se lo fanno i giornali d’area pazienza, se gli attacchi provengono dalla tv di Stato sono dolori. Intanto, dall’area democratica, oggi una nuova voce si è fieramente levata a difesa della destra, quella del costituzionalista Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex parlamentare del Pci e poi del Pds, che ha sentito il bisogno di fare al “Corriere” la sua dichiarazione di voto: per il “sì”, ovviamente.
Nonostante l’aleatorio vantaggio attribuito dai sondaggi, il fronte della destra appare inquieto, sa che deve correre per non perderlo: il periodo natalizio non sarà adatto alla campagna elettorale, dunque essi intendono stringere. Mercoledì 26 novembre, a margine del question time alla Camera, l’ineffabile Nordio ha detto che la data del referendum cadrà a marzo, non dopo, pur potendo andare anche in là (tra i cinquanta e i settanta giorni dal decreto di indizione dei seggi), mentre il presidente del Senato, La Russa, ha invitato a non trasformare il referendum in una guerra santa: “Gli esiti non saranno così drammatici qualunque siano gli esiti”.
L’impressione è che la paura serpeggi nelle stanze di palazzo Chigi: il consenso popolare è volubile, potenzialmente cambia con rapidità, e da qui a qualche mese, fatti i conti in tasca, potrebbe virare, se il gruppo dirigente della destra venisse identificato con le stesse odiate élite che il sentimento popolare ripudia. Inoltre, la destra dovrà misurarsi con la propria ingordigia: non soddisfatti di aver concepito la distruzione della giustizia, a palazzo Chigi, dove domina l’uomo macchina del governo, Giovanbattista Fazzolari, immaginano già di andare avanti con la riforma del premierato, che potrebbe essere poi sottoposta a referendum popolare addirittura nella legislazione successiva, dove – si intende – Giorgia Meloni tornerebbe saldamente in carica baciata dai voti popolari, dopo aver presieduto uno dei governi più longevi della storia repubblicana, e vinto un referendum sulla separazione delle carriere, cosa mai accaduta prima – i governi hanno sempre perso i referendum costituzionali. Troppa carne al fuoco, alla quale non manca la legge elettorale: Fazzolari si è premurato di far sapere, dalle pagine del giornale amico “Libero”, che “a quel punto (approvato il premierato, ndr) sarebbe bene avere già prima una legge elettorale che tendenzialmente rispecchia (sic) quella che dovrà essere adottata con la forma del premierato”, cioè un sistema che dia forza al premier e non alla rappresentanza, che poco interessa all’élite di governo. Tante cose, troppe, un percorso che somiglia al dispiegamento delle forze dell’ordine ordinato dal generale Bava Beccaris nella Milano di fine Ottocento, più che a un progetto di cambiamento a portata di governo.
La partita è dunque molto aperta, e c’è ancora un domani per il fronte del “no”, che deve però impegnarsi di più e meglio.








