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Disfatta laburista o fine di un sistema politico?

11 Maggio 2026 Agostino Petrillo  595

Con una buona dose d’ironia, lo aveva già detto chiaro l’antropologo anarchico David Graeber diversi anni fa: “Il Labour a direzione Keir Starmer abbandonerà i propri princìpi e il proprio nucleo ideale, senza peraltro averne un ritorno in termini tattici. Sarà un partito che non darà a nessuno una buona ragione per votarlo, e, in effetti, finirà per non votarlo nessuno”. La profezia di Graeber pare realizzarsi dopo questa tornata elettorale, che ha visto una disfatta storica dei laburisti. Certo, si tratta di elezioni amministrative, ed è difficile pensare che alle politiche Reform UK, l’ennesimo partito inventato da Nigel Farage, netto vincitore della tornata, riscuoterebbe gli stessi consensi. Va però rilevato che le amministrative, nel Regno Unito, hanno anche il valore di elezioni di mid-term, guardano quindi alle politiche successive, e costituiscono un termometro importantissimo degli umori del Paese.

Sui quotidiani i commentatori si dividono: c’è chi sottolinea che il voto alle elezioni locali è spesso irrazionale, ed è motivato da fattori che esulano dalla sfera di competenza delle amministrazioni locali, e chi insiste sulla evidente politicità di questa tornata. Anche perché i consigli comunali sono oggi ben diversi da quello che erano in passato, e la loro autonomia – soprattutto nelle aree più povere – si è da tempo ridotta. La maggior parte del bilancio se ne va in servizi sociali, e le decisioni riguardano principalmente gli appalti di questi servizi. Nonostante alcuni timidi passi verso il decentramento del potere, l’Inghilterra rimane un Paese profondamente centralizzato, in cui la politica nazionale predomina da sempre sulla dimensione locale: basterebbe ricordare l’esito del braccio di ferro che nella seconda metà degli Ottanta contrappose il sindaco di Londra, Ken Livingstone, a Margaret Thatcher, che risolse la contesa con “Ken il rosso” semplicemente chiudendo d’autorità il Great London Council. Per questo è evidente che il pessimo risultato del Labour, alle elezioni del 7 maggio, non è stato dovuto a istanze meramente locali: impossibile leggerlo come una rivolta contro la raccolta dei rifiuti o contro l’aumento del costo dei trasporti.

L’esito è chiaramente legato alla crescente riprovazione nei confronti della politica messa in atto dai laburisti da quando sono tornati al potere. Il partito ha perso ovunque e ha perso malamente. La sua disfatta in Galles, l’incapacità di riprendersi in Scozia, e la perdita di consensi in tutto il Nord, sottolineano un fatto ormai ricorrente nelle ultime tre elezioni: la fedeltà intergenerazionale al partito è morta, il voto “di appartenenza” e le roccaforti sono un ricordo del passato.

Qualche settimana fa, Starmer aveva implorato gli elettori di “scegliere il progresso anziché la politica della rabbia”. Ma la Gran Bretagna non funziona. I nati oggi possono aspettarsi di vivere meno anni in salute rispetto ai loro predecessori. Il Paese in cui nascono è più povero, meno mobile socialmente e meno ottimista di quello ereditato dai loro genitori. Dopo quattordici anni di governo conservatore, l’opinione pubblica sperava in un vero cambiamento. Invece, Starmer ha offerto più o meno la stessa pietanza: più privatizzazioni, più austerità, più autoritarismo. Ha rincorso a destra Farage, con politiche di welfare punitive e dure misure anti-immigrazione. Al governo pensavano che bastasse a garantire la tenuta, il poco fatto sul piano sociale: un nuovo pacchetto (seppure annacquato) di diritti dei lavoratori, un aumento del salario minimo, il ripristino dei diritti degli inquilini, la rinazionalizzazione di (parti delle) ferrovie. Certo, meglio di niente, ma non a sufficienza per dare la sensazione di un cambio di direzione, e di incidere sul nodo fondamentale delle disuguaglianze, che vedono un aumento continuo della deep poverty.

Nel frattempo, si assiste alla trasformazione del sistema politico inglese: da un duopolio Labour/Tories verso una democrazia multipartitica. I risultati hanno messo in luce un panorama politico frammentato, che il Labour non è più in grado di tenere unito. Oltre ai due partiti tradizionali, emergono altre forze, non solo il partito di Farage, anche i verdi. Il loro leader, Zack Polanski, ha ottenuto il miglior risultato di sempre per i verdi alle elezioni locali, nonostante una campagna diffamatoria nei suoi riguardi. Le assurdità sull’antisemitismo, un tempo usate come arma contro Jeremy Corbyn, si sono rivelate inefficaci contro l’unico leader politico ebreo del Regno Unito.

I verdi hanno dovuto affrontare la notevole ostilità, da parte della stampa, in seguito al recente successo nelle elezioni suppletive di Manchester, e al conseguente aumento di consensi; sono stati sparsi molti veleni riguardo alla loro composizione. In realtà, le posizioni del partito non presentano grandi novità, e la sua graduale professionalizzazione è stata evidente negli ultimi dieci anni, a giudicare dai risultati elettorali. Il percorso di Polanski – che ha mosso i primi passi come liberaldemocratico – viene talora tacciato di opportunismo, ma in fondo riflette l’esperienza di vita dei millennials e la loro maturazione. Molte delle posizioni politiche dei sostenitori dei verdi rappresentano quel che era considerato buon senso una decina di anni fa: opposizione all’austerità, prestiti per le infrastrutture, controllo degli affitti ed edilizia sociale. Anche per questo molti attivisti di sinistra sono stati attratti dal partito, che è, tra l’altro, l’unico a non averli trattati con sufficienza, come ha fatto spesso la destra laburista. In ogni caso, i verdi non sono riducibili al semplice slogan “Greta e Gaza”, ma hanno toccato, nella campagna elettorale, anche molti temi di sinistra che sembrano scomparsi dal dibattito interno al Labour. I sondaggi, all’uscita dai seggi, mostrano che il 42% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha votato per loro, mentre solo il 28% per i laburisti: un’oscillazione di ben quattordici punti percentuali rispetto alle elezioni generali del 2024. Le famiglie in età lavorativa hanno bocciato i laburisti senza mezzi termini, e il partito ha consolidato il proprio sostegno solo tra i boomers.

La riforma elettorale ha ridotto i Tories a un partito marginale, radicato soprattutto nel Sud-est dell’Inghilterra. Alcuni esponenti di spicco si sono imbarcati sulla nave di Farage. Ma sarebbe sbagliato darli per morti. Non c’è dubbio che, nonostante il ridimensionamento, continuino a essere un partito di riferimento di alcune élite, in un’Inghilterra sempre più divisa, in grado, in futuro, di riguadagnare posizioni a scapito di una sinistra frammentata.

Pochi hanno seguito Corbyn nel suo disastroso progetto di partito personale, Your Party, che ha appoggiato un piccolo numero di candidati indipendenti, per lo più senza successo.

Il successo di Reform si basa, prevalentemente, sulla conservazione di gran parte della sua base elettorale precedente, cui è andata ad aggiungersi una consistente fetta di ex elettori conservatori.  Anzi, i risultati migliori il partito di Farage li ha avuti nelle roccaforti dei brexiters – a sottolineare la continuità e il radicamento nel tempo di posizioni xenofobe e revansciste nei “posti che non contano”, come ha scritto Andres Rodriguez-Pose, nelle zone deindustrializzate e impoverite, nei luoghi trascurati, privi di prospettive economiche e di potere, in cui si radicano il risentimento e la sfiducia verso le istituzioni. Zone in cui alla geografia di un perdurante malcontento politico si sovrappone quella della marginalità sociale.

Più in generale, se si guarda alla dinamica complessiva, non si è trattato di un semplice travaso di voti da sinistra a destra: secondo il British Election Study, la situazione è più complessa. Solo il 5% degli elettori che hanno votato per il Labour alle elezioni generali del 2024 ha deciso di sostenere Reform UK, nel corso del 2025. Un terzo di questi elettori laburisti ha semplicemente deciso di non votare; un altro 10% ha votato per i verdi. Starmer, però, ha dichiarato che non si arrenderà, e i quotidiani titolano circa il recupero di elementi della vecchia guardia laburista per dare una vernice di sinistra al governo. Il problema del Labour è che non esiste, al momento, una vera alternativa a Starmer, che è avvantaggiato dalla debolezza dei candidati che si contendono la sua successione, nessuno dei quali sembra per ora intenzionato a tentare un colpo di mano.  Così la situazione è alquanto instabile, e pare di assistere a una polarizzazione progressiva della politica britannica, che spinge inesorabilmente verso una distruzione del vecchio sistema di equilibri. In fondo, si potrebbe anche concludere che è l’ultimo atto di un processo innescatosi con la Brexit, ma i tratti di quanto sta avvenendo appaiono sempre meno definibili.

D’altro canto, è ormai assodato che, quando i populisti vanno al potere, i sistemi democratici entrano in una spirale che può condure alla loro dissoluzione. Un’ondata di autoritarismo e intolleranza percorre non solo il Regno Unito, ma tutta l’Europa impaurita, impoverita e disorientata. Sembra paradossale, ma la prospettiva che Farage – per decenni una figura assolutamente marginale, quasi una macchietta – possa un giorno diventare primo ministro è diventata concreta. Certo però non è ancora finita. Le prossime politiche si terranno solo nel 2029, e da qui ad allora possono ancora succedere molte cose. Tuttavia una cosa è già sicura: la vecchia democrazia britannica, ammirata per la sua stabilità, marcia veloce verso il capolinea, e Keir Starmer non sembra l’uomo in grado di fermare questo processo.

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TagsAgostino Petrillo elezioni amministrative Labour Reform UK Regno Unito Verdi

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