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Elezioni in Perù, una situazione ingarbugliata

Il Paese andino e la sua crisi politica senza fine

20 Aprile 2026 Claudio Madricardo  1592

Con le schede scrutinate al 94,13% – dall’Oficina nacional de procesos electorales (Onpe) – Keiko Fujimori, con il 17,6% dei voti, passa al secondo turno delle presidenziali peruviane, previsto per il 7 giugno. Questa appare l’unica cosa certa di queste travagliate elezioni, quando è già passata una settimana dal loro svolgimento, e il conteggio non è ancora terminato. Circa 27,3 milioni di peruviani sono stati chiamati ai seggi per eleggere i loro rappresentanti alla Camera e al Senato, appena reintrodotto nell’ordinamento peruviano dopo trentaquattro anni. Sono stati eletti centotrenta deputati e sessanta senatori, e quindici rappresentanti del parlamento andino, tra titolari e supplenti. Con lo stesso voto obbligatorio, si eleggeva anche il presidente della Repubblica, per la cui carica si sono presentati trentacinque aspiranti, a testimonianza della frammentazione di cui soffre il Paese, già afflitto da una crisi politica che ha macinato ben otto capi di Stato negli ultimi dieci anni.

Chi sarà il rivale di Keiko Fujimori, al suo quarto ballottaggio per diventare presidente? Lo si saprà a metà maggio, a causa della lentezza del conteggio e del controllo di migliaia di verbali elettorali. Questo, almeno, ha fatto sapere sabato un funzionario dell’autorità elettorale. Allora si saprà se toccherà a Roberto Sánchez Palomino, ex ministro di Pedro Castillo ed esponente della sinistra di Juntos por el Perú, che ha ottenuto il 12,1%, oppure al rappresentante dell’estrema destra, Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima e capofila di Renovación popular, che, con l’11,92%, è in pareggio tecnico e denuncia frodi. Il divario tra i due si è leggermente allargato, ma è ancora minimo: 13.600 voti. Comunque, le volte precedenti, Keiko ha sempre perso con un margine ristretto. La prima volta, nel 2011, contro Ollanta Humala; quindi, nel 2016, contro Pedro Pablo Kuczynski; infine, nel 2021, contro l’outsider Pedro Castillo, l’uomo che indossava il sombrero chotano, tipico delle aree montane di Cajamarca. E che Roberto Sánchez ha ripreso, durante la campagna elettorale.

Rafael López Aliaga, sicuro di andare al ballottaggio nei sondaggi precedenti la consultazione elettorale, si era confermato al secondo posto nei primi risultati, quando i dati che venivano divulgati si riferivano all’area urbana di Lima. Ma appena sono cominciati a essere contabilizzati i verbali delle zone rurali, ha intrapreso una lenta discesa, che lo ha portato dietro al rivale di sinistra. Allarmato, ha reagito chiedendo ai suoi di scendere in piazza, e ha presentato un centinaio di richieste di nullità dei risultati in 98 seggi della regione settentrionale di Cajamarca. Non a caso l’area geografica in cui Roberto Sánchez ha ottenuto la maggioranza, emulando, nella sua campagna, l’ex presidente Pedro Castillo, incarcerato dal 2022 per un tentativo di autogolpe. Secondo López Aliaga, i cittadini delle montagne peruviane non avrebbero la “formazione” necessaria per poter redigere verbali corretti. Questo ha sostenuto in una recente intervista a un quotidiano argentino, attirandosi le accuse di razzismo, dopo avere chiesto l’annullamento delle elezioni.

A una situazione già di suo ingarbugliata, si aggiunge anche il fatto che il presidente del Jurado nacional de elecciones (Jne), Roberto Burneo, ha dovuto riconoscere, venerdì scorso, che “ci sono state gravi irregolarità” durante l’organizzazione delle elezioni. Parlando con i giornalisti, Burneo ha tentato di spiegare i motivi che hanno impedito – a circa sessantatremila elettori – di esercitare il loro diritto di voto, domenica 12 aprile, costringendo così le autorità a tenere aperti lunedì i seggi in tredici scuole nel sud di Lima, in cui la votazione era stata sospesa per mancanza di materiale elettorale. Una situazione mai verificatasi in precedenza, in nessuna votazione. Come se ciò non bastasse, il sospetto che la consultazione sia stata viziata da frodi è diventato sempre più forte, anche a causa delle denunce di ritrovamenti di schede elettorali, segnalati in diverse zone del Paese. Fatti che, per il presidente del Jne, non possono essere trascurati, anche perché, già lunedì 13 aprile, il capo dell’Onpe, Piero Corvetto, è stato denunciato penalmente per irregolarità, assieme con altri tre alti funzionari. Nonostante ciò, gli osservatori dell’Unione europea hanno negato di aver trovato tracce di presunte frodi. Stessa posizione condivisa dalla procura e dall’Ufficio del difensore civico peruviani.

La situazione di sospetto, di estrema tensione, di grande confusione sul piano elettorale, e di profonda frustrazione delle aspettative di cambiamento da parte della gente, è lo specchio fedele della intricata realtà in cui il Perù vive a livello istituzionale dal 2016, da quando nessun presidente ha concluso il suo mandato, in un sistema in cui, di fatto, governa il parlamento. Otto presidenti, dal 2016, sono passati per il palazzo presidenziale nella Plaza de armas di Lima. Solo due, di questi otto, sono stati eletti alle urne: Pedro Pablo Kucinsky, nel 2016, e Pedro Castillo, nel 2021. E dello stesso gruppo di otto leader, quattro sono stati rimossi: Martín Vizcarra nel 2020, Castillo nel 2022, Dina Boluarte nel 2025 e José Jerí nel 2026.

L’Onpe ha evidenziato che le ultime elezioni “sono state le più complesse della storia”, poiché, in un’unica scheda elettorale, erano indicati più di quaranta partiti politici. Fuerza popular di Keiko Fujimori è la formazione che ha ottenuto più rappresentanti (quarantuno deputati e ventidue senatori, contro trenta deputati e quattordici senatori per Roberto Sánchez): se eletta presidente, anche Keiko non potrà contare su una maggioranza parlamentare, e potrebbe essere esposta al cosiddetto proceso de vacancia, ovvero alla sua destituzione per “permanente incapacità morale”, dichiarata dal Congresso. La “vacanza presidenziale” è il meccanismo costituzionale attraverso cui il legislativo può dichiarare vacante la carica di presidente del Perù, provocando la sua immediata decadenza dal potere. In parole povere, dovrebbe funzionare come un “pulsante di emergenza”, consentendo al legislatore di rimuovere il capo dello Stato quando ritiene che non sia più in grado di continuare a governare; ma col tempo questo istituto è diventato uno strumento che permette alle cangianti geometrie parlamentari di condizionare, o di far fuori, un presidente riottoso ad avallare scelte spesso più ispirate da interessi di parte che da quelli generali.

La riapertura del Senato renderà questa procedura più lenta di quella attuale, a causa dei tempi procedurali di una legislatura bicamerale: la nuova procedura di “vacanza presidenziale” nel Congresso bicamerale, in vigore dal 28 luglio 2026, da svolgersi in due fasi obbligatorie e separate, sarà teoricamente più impegnativa di quella del precedente sistema unicamerale. Del resto, nessuna forza politica ha da sola la maggioranza assoluta, nel Senato riaperto, dal momento che i sessanta seggi sono distribuiti come segue: ventidue al fujimorismo, quattrodici a Juntos por el Perú, otto a Renovación popular dell’estrema destra di López Aliaga, e i restanti sedici divisi tra altre tre forze.

In campagna elettorale, Keiko Fujimori ha promesso di affrontare con “mano dura” la crisi di insicurezza che affligge il Paese. Secondo i suoi sostenitori, rappresenta l’impegno per la continuità e il ritorno del fujimorismo al potere; secondo i suoi detrattori simboleggia invece la permanenza di una figura associata alla polarizzazione e alle controversie giudiziarie. È nata a Lima, il 25 maggio 1975, ed è stata legata, fin dall’inizio, alla politica nazionale, poiché, nel 1994, a soli diciannove anni, ha assunto la carica di primera dama, dopo la separazione dei genitori, mentre suo padre esercitava la presidenza. È stata membro del Congresso della Repubblica nel periodo 2006-2011, diventando una delle principali figure dell’opposizione. Ha conseguito la laurea in Business Administration, negli Stati Uniti, presso la Boston University, laureandosi nel maggio 1997. E ha conseguito un master in Economia aziendale presso la Columbia University, nel 2008. La sua proposta integrale ruota attorno all’educazione, alla produttività e all’inclusione sociale. Il suo programma elettorale è basato su tre grandi assi: sicurezza dei cittadini, economia di mercato e rafforzamento istituzionale. Keiko sostiene che le sue proposte rappresentino un’alternativa per rinnovare il sistema educativo, rafforzare il tessuto produttivo e ampliare le opportunità di sviluppo per la popolazione peruviana. Propone una sorta di “rivoluzione educativa”, con l’eliminazione dell’“ideologia di genere” dal curriculum scolastico, e il cui fulcro è la costruzione di duemila nuove scuole nel Paese. Una proposta che si inserisce in un contesto elettorale in cui l’istruzione pubblica, e le infrastrutture scolastiche, sono temi centrali del dibattito nazionale. In economia, il piano di Fuerza popular si rivolge principalmente alle micro e piccole imprese (Mypes), e sostiene un modello di libero mercato, basato sull’attrazione di investimenti privati, la riduzione degli ostacoli burocratici e la stabilità fiscale, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. In materia di sicurezza, la proposta pone l’accento sull’inasprimento delle pene, sul rafforzamento delle forze di polizia e sulla lotta contro la criminalità organizzata, in un contesto in cui l’insicurezza è diventata una delle principali preoccupazioni della popolazione peruviana. In ambito istituzionale, Fujimori propone misure volte alla modernizzazione dello Stato, al miglioramento della gestione pubblica e al rafforzamento della governance, in un Paese segnato dall’instabilità politica.

Per i suoi seguaci, Keiko è una scommessa per l’ordine istituzionale e la stabilità economica. Per i suoi detrattori, incarna la continuità di un modello politico associato al fujimorismo e alle sue controversie storiche, legate all’eredità di suo padre, che governò il Perù negli anni Novanta, con uno stile segnato da misure di shock economico, dalla lotta contro la guerriglia e da un forte controllo sull’apparato statale. Sebbene il suo governo sia ricordato dall’elettorato per la stabilizzazione economica e la sconfitta dei gruppi armati, è anche associato a gravi accuse di violazioni dei diritti umani e corruzione, per le quali Alberto Fujimori è stato condannato e incarcerato. Questo passato ha reso il cognome Fujimori un simbolo: per alcuni rappresenta ordine ed efficacia, per altri autoritarismo e abuso di potere.

Di sinistra radicale, seguace dell’autogolpista Pedro Castillo, Roberto Sánchez propone un messaggio incentrato sulla trasformazione del modello politico ed economico del Paese. Propone una transizione verso uno Stato sociale e democratico di diritto, che recuperi la sovranità nazionale e rivendichi la dignità dei cittadini. Si definisce come il “candidato presidenziale castillano”, e rivendica il rapporto con la figura dell’ex presidente Castillo, che ha governato tra il 2021 e il 2022, e oggi è in carcere per cospirazione e ribellione. Propone un ritorno alla democrazia attraverso una nuova Costituzione, che permetta allo Stato di recuperare la sovranità sulle risorse naturali e la capacità di regolamentazione dei mercati. Il progetto mira a consolidare un Paese plurinazionale e interculturale, in cui il potere popolare svolga un ruolo fondamentale nel processo decisionale. La piattaforma dà priorità ai diritti umani, all’uguaglianza di genere e alla protezione degli ecosistemi, con l’obiettivo di promuovere una rivoluzione produttiva sostenibile che integri le conoscenze ancestrali e l’innovazione. Nel campo della sicurezza, il piano di Sánchez propone una strategia incentrata sui diritti umani. Propone, inoltre, di recuperare la fiducia dei cittadini nella polizia, e di smantellare la base finanziaria delle mafie. Tra le misure previste, c’è la riforma strutturale della Polizia nazionale del Perù (Pnp), per frenare la corruzione istituzionale. Promuove un modello misto, in cui il settore pubblico e privato coesistono, dando priorità alla produzione nazionale e alla difesa dei lavoratori contro il capitale transnazionale. Il piano prevede di recuperare la sovranità sulle risorse naturali strategiche, attraverso una revisione del regime economico costituzionale. Postula il rafforzamento della capacità imprenditoriale dello Stato in progetti di grandi dimensioni, un’efficace regolamentazione di monopoli e oligopoli, e la promozione delle piccole miniere, sostenendone la trasformazione tecnica e la formalizzazione produttiva. Il programma politico di Juntos por el Perù garantisce, poi, la sovranità alimentare attraverso il sostegno all’agricoltura familiare e alla pesca artigianale, mediante l’approvazione di politiche volte a proteggere i produttori nazionali e i consumatori.

Quanto alla lotta contro la corruzione, Sánchez propone una rigenerazione morale della società attraverso la sorveglianza popolare, e una trasformazione dello Stato centralista in un modello plurinazionale con autonomia regionale. Le misure a riguardo sono la dichiarazione di imprescrittibilità dei reati di corruzione, e l’inabilitazione a vita da cariche pubbliche. L’idea di Sánchez è quella di promuovere un nuovo regime economico e sociale, con la promessa che lo Stato riacquisti il controllo sulle risorse strategiche e la capacità di regolare i mercati a beneficio della maggioranza. Il suo programma riconosce anche l’importanza della dignità dei cittadini e del riconoscimento della diversità nazionale, princìpi guida per una nuova fase politica in Perù.

Le posizioni politiche di Rafael López Aliaga sono descrivibili come ultraconservatrici. È stato detto il Bolsonaro peruviano, ed è vicino all’ideologia “pro-vita”. È membro dell’organizzazione cattolica Opus Dei dall’età di 19 anni. Ha dichiarato di praticare l’astinenza sessuale e l’autolesionismo sotto i concetti di “celibato” e “mortificazione corporea”, con l’uso di un cilicio. Si oppone alla legalizzazione dell’aborto (anche in caso di stupro), all’eutanasia, al matrimonio paritario e all’adozione omosessuale, ed è un sostenitore della pena di morte. È molto ostile alla sinistra peruviana, accusando le sinistre in genere non solo di essere corrotte, ma anche “comuniste” e “terroriste”. Economicamente, è un difensore del sistema economico peruviano, basato sul neoliberismo, e ostenta un’immagine di imprenditore di successo. Ha annunciato che chiuderà programmi sociali, come la distribuzione di cibo agli scolari in povertà, e questo compito sarà affidato a volontari privati. È indagato dalla procura della Repubblica per un caso di riciclaggio di denaro. Secondo le indagini, avrebbe beneficiato di uno schema di corruzione nella Caja metropolitana di Lima, durante l’amministrazione della sindaca Susana Villarán.

Chiunque vinca, dovrà affrontare il problema della povertà, che colpisce attualmente il 27,6% della popolazione, un livello simile a quello di quindici anni fa, dopo essere scesa al 20%, nel 2019, ed essere aumentata di nuovo durante la pandemia. Le proiezioni economiche, per il 2026 e il 2027, sono favorevoli, anche se non così alte come la crescita del 3,4% riportata dalla Banco centrale della Repubblica (Bcr) nel 2025. Il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale concordano nel prevedere un aumento del 2,7%, per quest’anno, e del 2,8% per il prossimo. Da parte sua, il Bcr prevede una crescita del 2,9% entro il 2026, che sarebbe uno dei migliori tassi della regione, anche se la stima non tiene conto di alcuni fattori che possono alterare l’equazione, come la guerra in Medio Oriente, le condizioni climatiche generate dal Niño e, naturalmente, l’instabilità politica. Il vero punto dolente, il nodo irrisolto, della crisi senza fine di cui soffre il Paese andino.

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