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Home » Articoli » Ex Ilva, il ministro Urso contro il sindaco di Taranto

Ex Ilva, il ministro Urso contro il sindaco di Taranto

Pietro Bitetti non ha fatto altro se non chiedere, a norma di legge, che l’acciaieria presenti il piano di riduzione delle emissioni

17 Aprile 2026 Guido Ruotolo  1453

Ha proprio la faccia tosta, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Che fa la voce grossa contro il sindaco di Taranto, Pietro Bitetti, accusandolo di voler far fallire la trattativa per la vendita dell’ex Ilva, solo perché il sindaco ha chiesto che, entro un mese, l’acciaieria presenti il piano di riduzione delle emissioni, come stabilito dalla Regione Puglia due anni fa. In assenza di questo piano, necessario dopo la pubblicazione del Rapporto di valutazione del danno sanitario (2024), verrà sospeso l’esercizio della centrale termoelettrica dell’ex Ilva. Con la conseguenza dello stop agli impianti (a oggi è attivo solo uno dei tre altiforni). E, dunque, cosa risponde il ministro (incompetente)? Magari che vuole qualche giorno di più, qualche settimana per recuperare il colpevole ritardo? Nulla di tutto questo: “L’ordinanza del sindaco è un pessimo segnale per chiunque voglia rilanciare lo stabilimento”.

Invece, prevede la legge che, in caso di inottemperanza delle misure per il contenimento delle emissioni, l’autorità sanitaria disponga “la sospensione dell’esercizio dello stabilimento”. Ma se il Comune prende la decisione di bloccare la centrale termoelettrica, rispondendo al “principio di precauzione per la tutela della salute pubblica”, il ministro risponde al Comune impartendo una lezione di buone maniere, di garbo, allo stesso sindaco: “Il provvedimento del comune è arrivato il giorno dopo che la delegazione di uno dei potenziali investitori (gruppo indiano Jindal) era stata ricevuta dall’amministrazione comunale”. E dire che il piano industriale Jindal, ricorda il ministro, “punta alla piena decarbonizzazione dell’impianto nell’arco piuttosto breve di quattro-cinque anni”. Insomma, per voi ambientalisti è tutto oro che luccica.

Omette il ministro di precisare che la delegazione indiana non ha anticipato all’amministrazione comunale (e tantomeno ai sindacati) cosa intenda fare realmente. Secondo indiscrezioni, infatti, i commissari straordinari dell’ex Ilva devono decidere se capitolare. Jindal propone una produzione annua di due milioni di tonnellate d’acciaio con un solo forno elettrico e il “preridotto”, la materia prima che nel forno elettrico si trasforma in acciaio, arriverà dagli stabilimenti Jindal in Oman. E sempre dall’Oman dovrebbe arrivare il “semilavorato” per i tubifici di Taranto, Liguria e Piemonte di Acciaierie d’Italia. Dei quasi diecimila dipendenti della siderurgia che fu pubblica, più della metà finiranno in esubero, a essere ottimisti.

Adolfo Urso, in un delirio di grandezza, sogna di passare alla storia perché “l’Italia diventerà l’unico Paese in Europa a produrre il 100% di acciaio green”. Ma la presidente Meloni si è accorta di questo suo ministro molto particolare? Ha per caso il sentore che qualche “responsabile”, tra i suoi ministeriali competenti, stia lavorando per ridefinire l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), così come ha deciso il tribunale di Milano, applicando una direttiva europea e accogliendo il ricorso di alcuni cittadini e di associazioni ambientaliste tarantine? Il tempo corre e la scadenza posta dai giudici milanesi, a fine agosto, si avvicina. Taranto rischia davvero la chiusura per via giudiziaria, anche se Urso spera che, in appello, i giudici milanesi boccino la sentenza di primo grado.

I giornali vicini al governo suonano la carica. “Il Giornale” alza l’asticella: “Taranto sabota l’ex Ilva. Stop alla termoelettrica. Sgambetto del Comune al salvataggio della ex Ilva”. Scrive il quotidiano della destra: “Senza la centrale termoelettrica, non è più possibile recuperare e gestire i gas del ciclo siderurgico che, non potendo essere nemmeno bruciati in torcia, restano privi di qualsiasi possibilità di smaltimento”. E dunque stop per gli altiforni. Stop all’approvvigionamento dell’energia elettrica. Più esplicito il “Foglio”: “L’agonia dell’Ilva. Sindaco e sindacati vogliono sabotare la vendita”. L’ordinanza dell’amministrazione comunale è stata decisa “per spaventare gli investitori”. Ma non risparmia critiche al ministro Urso, “che non ha un piano”. L’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa ha otto miliardi di debiti, e, per rilanciarla, ne servono altrettanti. Quale imprenditore privato è disposto a rischiare? si chiede il “Foglio”.

Lancia un appello ai “responsabili”, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella: “Fermate la trattativa. L’ex Ilva sia gestita dal pubblico. Per salvarla, entrino i produttori siderurgici italiani”. E intanto, il governo umilia i sindacati. Li aveva convocati ieri per ridiscutere la cassa integrazione, avendo puntato tutto sul fatto che, alla sua scadenza, l’Ilva sarebbe già stata venduta. Dunque, ieri il governo ha lasciato intendere che la prossima cassa integrazione non avrà “l’integrazione del 70%”. Come dire, cornuti e mazziati.

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