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In Costa Rica vince al primo turno la candidata di destra

Nell’America centrale un’altra leadership dal profilo autoritario, sull’esempio di Bukele

6 Febbraio 2026 Claudio Madricardo  729

Laura Fernández ha vinto le presidenziali costaricane con il 48% dei voti, superando di circa quindici punti il suo concorrente più forte. Il suo Partido pueblo soberano (Ppso) ha ottenuto trentuno deputati su cinquantasette, miglior risultato conseguito da una forza politica dal 1982. Se ciò le assicura il controllo dell’agenda, e l’approvazione di leggi ordinarie con i propri voti, per cambiamenti strutturali – come riforme costituzionali, nomine di magistrature o profonde trasformazioni del potere giudiziario e del sistema elettorale – Fernández avrà però bisogno di accordi con le altre formazioni presenti in parlamento. Il maggiore sostegno elettorale le è provenuto dalle zone costiere, settori storicamente più dimenticati e poveri, che maggiormente avvertono stanchezza e disillusione nei confronti della politica dei partiti tradizionali. Il suo successo consolida la svolta a destra dell’attuale presidente Rodrigo Chaves.

All’opposizione, il Partido liberación nacional, una formazione tradizionale che ha ottenuto diciassette deputati, il cui candidato era Álvaro Ramos, riuscito almeno a resuscitare un partito in crisi a causa degli scandali di corruzione in cui è stato coinvolto in passato. Ramos ha dichiarato che eserciterà un’opposizione costruttiva, ma che non sarà disposto ad avallare decisioni che riterrà irricevibili. Segue il Frente amplio, con sette deputati, espressione di sinistra con un grande sostegno da parte dei giovani. La vittoria annunciata di Fernández è, prima di tutto, il riconoscimento del gradimento di quanto fatto dal governo del presidente uscente, Rodrigo Chaves.

Laura Fernández è figlia di un contadino e di un’insegnante. Nata a Esparza, nella provincia costiera di Puntarenas, una delle regioni più colpite dal traffico di droga, è cresciuta a San José, e ha trascorso parte della sua infanzia tra attività rurali e lavori familiari, aiutando in un negozio di ferramenta durante le vacanze scolastiche. Cattolica conservatrice, il suo discorso poggia sulla difesa della famiglia, della vita e dei valori tradizionali. Posizioni che le hanno guadagnato anche il sostegno dei settori evangelici. È stata ministra della Pianificazione nazionale e della Politica economica, e ministra della Presidenza, durante l’attuale governo, oltre a essere stata capo di gabinetto di Chaves.

La sua vittoria al primo turno è avvenuta a distanza di sedici anni da quella di Laura Chinchilla, la prima donna a presiedere il Paese, che non le ha risparmiato critiche, accusandola di populismo e di volere dar vita a un governo che seguirà la strada aperta da altre leadership autoritarie della regione. Chinchilla ha anche denunciato come, nonostante le leggi vietino la partecipazione del presidente alla campagna elettorale, Chaves abbia assunto un ruolo inaspettato, soprattutto con la sua sfida alla Corte suprema delle elezioni.

Conosciuto come la Svizzera dell’America centrale, secondo l’indice di democrazia 2024 di “The Economist”, questo piccolo Paese – poco più di cinque milioni di abitanti – è la seconda democrazia più stabile e funzionale dell’America latina, superato solo dall’Uruguay. Una destinazione di turismo ecologico a livello mondiale, minacciata dal crescere dell’insicurezza e dalla violenza legata al narcotraffico. Un sondaggio del Centro di ricerca e studi politici dell’Università del Costa Rica, del settembre 2025, ha mostrato che il 45% degli elettori vede appunto nell’insicurezza il principale flagello di un Paese che ha registrato un totale di 873 omicidi nel 2025, il terzo più alto della sua storia, e un tasso di 16,7 ogni centomila abitanti. Il 69% degli omicidi del 2025 è attribuito a regolamenti di conti tra trafficanti di droga. Fernández ha preso di mira le autorità giudiziarie, e ha promesso misure da mano dura simili a quelle di El Salvador di Nayib Bukele. La destra ha fatto campagna elettorale con la promessa di mantenere la linea dell’attuale presidente, un ex economista della Banca mondiale, su cui gravano numerose accuse di corruzione, ma che rimane molto popolare.

Non si può comprendere Laura Fernández senza conoscere la natura del fenomeno politico rappresentato del suo mentore Rodrigo Chaves, a cui è riuscito di mettere insieme diverse anime della destra costaricana, tenendole unite grazie al carattere antipartito assunto dal suo movimento, che rappresenta una mescolanza di settori evangelici, di libertari alla Milei e di partiti tradizionali. Uno schieramento composito, che Chaves ha saputo coagulare grazie alla sua forte leadership, e che ha portato al successo la sua erede politica, che ora dovrà dimostrare di saperlo guidare e tenerlo ancora unito quando si tratterrà di governare. Fernández è stata votata dalla base dura del chavismo, dagli indecisi che si sono mossi nell’ultima settimana e, soprattutto, dalla mobilitazione di settori che in precedenza si erano astenuti.

Durante il suo mandato, Chaves si era scontrato più volte con la Corte suprema di giustizia, che ha definito una “vergogna nazionale”, accusandola di volergli togliere l’immunità, in modo da poterlo indagare per presunta corruzione. Secondo uno studio dell’Ocse, il Costa Rica è un Paese in cui più bassa è la fiducia nei partiti politici, e in cui Chaves è stato capace di trasferire la colpa di non dare soluzione ai problemi agli altri poteri della Repubblica, secondo una retorica molto populista.

A questo scenario, si sono aggiunte le denunce contro Chaves di presunta interferenza nella corsa delle presidenziali. La legge, in Costa Rica, vieta la partecipazione del presidente alla campagna elettorale, ma il presidente ha mosso continue accuse contro l’opposizione e contro i poteri dello Stato, compresa la Corte suprema delle elezioni, a cui ha imputato un tentato colpo di Stato per una procedura in vista della sua destituzione, fallita però al Congresso. La stessa Fernández ha puntato il dito contro le autorità giudiziarie. Insomma, la destra ha fatto nel complesso una campagna sulla linea dell’attuale presidente.

Sul piano economico, la crescita è stata del 4,3%, nel 2024, e di circa il 4,2% nel 2025. Allo stesso modo, il rapporto debito-Pil è stato ridotto al di sotto del 60%, e, dopo la pandemia, c’è stato un aumento delle esportazioni e degli investimenti esteri. Tuttavia, le previsioni indicano un rallentamento della crescita, con aumenti del 3,5% nel 2026 e del 3,4% nel 2027.

Nel primo discorso da presidente eletta, Fernández ha confermato la “continuità del cambiamento”, e ha anche proclamato la fine della Seconda Repubblica – il periodo iniziato dopo la guerra civile del 1948, che ha portato all’abolizione dell’esercito, a una nuova Costituzione e alla creazione della Corte suprema delle elezioni –, assicurando che con essa sarebbe iniziata la Terza, senza peraltro accennare a quali saranno i cambiamenti strutturali che intende promuovere. Altro punto cardine della narrazione della neoeletta, la conferma della volontà di usare la mano dura contro la criminalità, incolpando gli altri poteri dello Stato di avere fatto poco, anzi di avere remato contro la soluzione del problema – sebbene, secondo i critici, le colpe siano da ricercare piuttosto nell’inefficacia delle azioni del governo. Un refrain che caratterizza sempre più la narrazione della nuova destra a livello globale. Fernández ha detto che potrebbe prendere perfino in considerazione la sospensione delle garanzie individuali in aree specifiche del Paese: una misura che avrebbe bisogno però di trentotto voti in parlamento, una maggioranza che il futuro governo non potrà raggiungere senza accordi con l’opposizione. Sta di fatto che, con la presidenza Chaves, il Costa Rica ha cavalcato l’onda delle tendenze autoritarie inaugurate dal fenomeno Bukele in Salvador. Un’infezione che si è estesa del resto all’Ecuador di Noboa, e che va ora consolidandosi nel Paese centroamericano, dato che, lo scorso 14 gennaio, il presidente salvadoregno è stato invitato a porre la prima pietra su un terreno in cui il governo costaricano intende costruire una megaprigione a somiglianza del suo Cecot, il famigerato complesso carcerario su cui piovono le accuse di violazioni dei diritti umani.

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TagsClaudio Madricardo Costa Rica destra Laura Fernandez modello Bukele narcotraffico Nayib Bukele presidenziali 2026 Rodrigo Chaves

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