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Home » Articoli » Decreto “sicurezza”, il governo vuole tappare la bocca al Paese

Decreto “sicurezza”, il governo vuole tappare la bocca al Paese

Con lo slogan “evitiamo le nuove Br”

6 Febbraio 2026 Stefania Limiti  901

Colle o non Colle, il decreto lo portiamo a casa: questo più o meno deve essere stato il ragionamento delle raffinatissime menti di palazzo Chigi, dopo che, nei giorni scorsi, dal Quirinale erano trapelati dubbi sulle misure draconiane contenute nel decreto “sicurezza”, poi approvato dal Consiglio dei ministri nel pomeriggio di ieri, 5 febbraio. Nella giornata precedente, il sottosegretario Alfredo Mantovano, anima pulsante (e nera) della macchina governativa, insieme all’altro sottosegretario, Giovanbattista Fazzolari, era salito al Colle per un confronto diretto con Sergio Mattarella – e sembrerebbe esserne uscito parzialmente vincitore, a giudicare dal testo del nuovo, lungo e dettagliato decreto che estende, potenzia e inasprisce la mano dura dello Stato, offrendo al contempo terreno fertile alla propaganda cara a Meloni e soci: trentatré articoli e altri provvedimenti seguiranno.

Anzi, si può forse parlare di vittoria piena, stando alle irrispettose parole del ministro dell’Interno, Piantedosi, in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri: “Il testo esce com’era stato proposto sin dall’inizio”. Il riferimento principale è al fermo preventivo previsto dal decreto, in base a cui una persona può essere condotta negli uffici di polizia se ha rilevanti precedenti penali o segnalazioni per reati commessi con violenza negli ultimi cinque anni, e trattenuta per un massimo di dodici ore qualora sussistano “fondati motivi di ritenere che possa essere pericolosa per il pacifico svolgimento di una manifestazione”. Il pericolo – si precisa – deve essere “concreto”, e non potrà essere desunto semplicemente dall’uso di “caschi o strumenti che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona”: una specificazione inserita, sembrerebbe, su richiesta del Colle.

Siamo così arrivati alla svolta tanto auspicata dagli sceriffi dell’ordine pubblico, che reclamano mani libere per reprimere senza vincoli. La Lega aveva inizialmente chiesto un fermo di quarantott’ore; Mattarella aveva segnalato il rischio di una limitazione arbitraria del diritto di manifestare, ma il suo monito è stato in larga parte ignorato. La norma prevede l’obbligo di informare il pubblico ministero, che può disporre il rilascio, ma i tempi ristretti rendono poco plausibile un reale contrappeso: chi ha una cattiva reputazione, una brutta faccia o una mala postura potrà essere trattenuto, con maggiore facilità, per dodici ore.

Vediamo i punti salienti del decreto. Oltre al nodo del fermo preventivo, il decreto prevede: il divieto di partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico, che il giudice può disporre come sanzione accessoria in caso di condanna per alcuni reati molto gravi, anche solo in primo grado; la depenalizzazione delle manifestazioni non autorizzate, ma pesanti sanzioni pecuniarie, fino a diecimila euro; l’ampliamento del catalogo dei reati per i quali può essere applicato l’ammonimento del questore, anche nei confronti di minorenni tra i 12 e i 14 anni – lesioni personali, rissa, violenza privata e minaccia, qualora commessi con l’uso di armi o strumenti, atti a offendere, il cui porto è vietato; la possibilità per il prefetto di istituire “zone rosse” e relativi divieti di accesso; l’estensione del Daspo urbano a soggetti denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nei cinque anni precedenti per reati commessi in occasione di manifestazioni; il divieto di vendita di coltelli ai minorenni, con sanzioni fino a dodicimila euro e multe da duecento a mille euro per i genitori; la possibilità per gli agenti di polizia penitenziaria di operare sotto copertura; la reclusione da sei mesi a cinque anni per chi non si ferma all’alt ai posti di blocco; il rafforzamento delle garanzie di assistenza legale per forze di polizia, forze armate e vigili del fuoco, con copertura delle spese di difesa sin dalle fasi preliminari dell’indagine; l’istituzione di un registro separato per i casi di legittima difesa; l’arresto in flagranza differita per il reato di danneggiamento commesso durante manifestazioni; l’introduzione del nuovo reato di rapina aggravata da gruppo organizzato, punita fino a 25 anni di reclusione, con riduzione della pena in caso di collaborazione.

Sei articoli su trentatré riguardano l’immigrazione: viene abrogata la disposizione sul gratuito patrocinio nei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione; previste deroghe per il potenziamento della rete dei centri per migranti e per la semplificazione delle notifiche ai richiedenti protezione internazionale; il Viminale è autorizzato a derogare, fino al 31 dicembre 2028, a gran parte della normativa vigente (esclusa quella penale) per la realizzazione e la gestione delle strutture di accoglienza e trattenimento; l’ufficio di polizia di frontiera può procedere al trasferimento di persone rintracciate nelle zone di frontiera interna. È stato inoltre annunciato, per la prossima settimana, un provvedimento sul cosiddetto “blocco navale”.

Come si vede, si tratta di norme guidate da un unico pensiero perverso: mostrare i muscoli, ampliare le sacche di marginalità sociale criminalizzata, impedire che le piazze si riempiano. Forse questa destra, dopo la magistratura che vorrebbe indebolire, teme soprattutto le piazze piene. Al grido di “evitiamo le nuove Br” (Carlo Nordio), il governo Meloni vara una stretta con cui confida di tappare la bocca a un Paese che, forse, gli sta voltando le spalle.

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