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Fine dell’autogoverno curdo in Siria

Accordo tra le Forze democratiche siriane e Damasco. Delusione per la perdita del sogno di autonomia del Rojava

5 Febbraio 2026 Eliana Riva  828

L’inizio del 2026 segna una frattura politica destinata a ridisegnare gli equilibri del nord-est della Siria e, probabilmente, dell’intero Paese. L’accordo tra le Forze democratiche siriane (Sdf) e Damasco decreta la fine dell’autogoverno curdo, ed è un punto di non ritorno per una comunità che ha lottato per la propria autodeterminazione in un contesto di conflitti incessanti. L’intesa prevede l’integrazione progressiva delle strutture amministrative e militari curde nel nuovo apparato siriano: una soluzione presentata come un compromesso necessario per la stabilità, ma che sul terreno viene vissuta come una resa politica e militare.

È esattamente questo che ha rappresentato l’ingresso delle truppe governative a Heseke: una parata delle forze militari di Ahmad al-Sharaa, una ferita profonda per i curdi. Le donne e gli uomini del Rojava si sono fatte e fatti trovare in divisa, armi in mano, con una fierezza che non è riuscita a nascondere, però, l’amarezza e la delusione. La pressione militare ha preceduto il negoziato, mentre droni e artiglieria hanno contribuito a rompere le linee di difesa locali, accelerando un processo negoziale già avviato sotto forte pressione internazionale e regionale. Oggi la presenza dell’esercito, nelle aree strategiche, serve a sottolineare che il baricentro del potere non è più patteggiabile.

Dopo la caduta di Assad, il Paese è stato rimodellato da Ahmad al-Sharaa, ex comandante jihadista che ha guidato l’avanzata su Damasco e si è poi autoproclamato presidente. Il nuovo potere ha archiviato i rapporti con l’Iran e gli Hezbollah e si è rapidamente avvicinato agli Stati Uniti – che, fin dall’inizio, hanno guidato le milizie jihadiste verso la fine degli Assad –, così come all’Europa e alle monarchie del Golfo. La normalizzazione diplomatica e la revoca delle sanzioni statunitensi, a fine 2025, hanno offerto ossigeno economico a Damasco, ma hanno anche consolidato un sistema politico fortemente autoritario. Dopo le orribili stragi di alawiti e drusi, non vi è stato un sollevamento delle cosiddette “democrazie occidentali”, più che altro ansiose di diventare partner commerciali della nuova Siria. Con il via libera da parte di Washington, al-Sharaa si sente libero di reprimere minoranze religiose ed etniche, e di concentrare il potere decisionale senza aprire un vero dialogo nazionale.

L’accordo con i curdi è parte di una strategia più ampia: riassorbire i territori autonomi e ridurre la frammentazione territoriale attraverso intese militari e politiche, che lascino poco spazio a modelli alternativi di governance. Le promesse di integrazione e riconoscimento istituzionale vengono accompagnate da una crescente presenza di milizie sunnite e gruppi armati vicini al nuovo governo, accusati da attivisti e giornalisti curdi di perpetuare una repressione che non è diminuita, ma ha solo cambiato forma, passando da operazioni militari aperte al controllo politico, agli arresti mirati e alle limitazioni della libertà di stampa.

Per i curdi la firma degli accordi ha rappresentato una necessità ineludibile piuttosto che una libera scelta. L’intesa segna il definitivo passaggio dall’autonomia politica del Rojava a una forma di integrazione vigilata sotto la sovranità di Damasco. Sul piano militare e della sicurezza, l’intesa prevede che le Sdf non vengano sciolte nell’immediato, ma integrate nelle forze armate regolari, attraverso la formazione di una divisione dell’esercito, composta da tre brigate derivanti dalle milizie curde e da una brigata speciale dedicata esclusivamente alla difesa di Kobane, mentre le forze di sicurezza del ministero dell’Interno di Damasco assumono il controllo dei centri urbani chiave, come al-Hasakah e Qamishli, per garantire la stabilità. Parallelamente, il governo centrale riprende il controllo diretto delle risorse strategiche, dai giacimenti petroliferi alle infrastrutture idriche, come la diga di Tishrin, fino ai valichi di frontiera internazionali.

Per quanto riguarda i diritti civili e l’identità, la lingua curda viene riconosciuta come lingua nazionale, pur senza ottenere lo status di lingua ufficiale, e ai curdi viene finalmente concessa la piena nazionalità siriana con il relativo diritto al passaporto. Il Newroz (ricorrenza tradizionale curda del nuovo anno) viene ufficialmente elevato a festa nazionale. L’assetto amministrativo vede le istituzioni civili dell’Amministrazione autonoma assorbite dalla burocrazia statale, garantendo il mantenimento del posto di lavoro ai dipendenti attuali, e prevedendo la nomina di un governatore per la regione di Hasakah, scelto tra le fila delle Forze democratiche siriane o tra personalità curde locali, oltre all’inserimento di ufficiali curdi nei quadri del ministero della Difesa. Infine, la gestione dei campi di prigionia, dove sono rinchiusi i membri del gruppo denominato Stato islamico (Isis) e i loro familiari, passa sotto la diretta responsabilità dello Stato siriano.

Finisce dunque l’esperienza dell’autogoverno. E finisce anche – almeno per il momento – la stretta alleanza dei curdi con gli Stati Uniti. Dopo anni di collaborazione militare contro lo Stato islamico, Washington ha progressivamente ridotto la propria presenza, favorendo negoziati che hanno lasciato di fatto i curdi senza garanzie internazionali solide. L’abbandono (secondo alcuni, tradimento) degli Usa è chiaramente il risultato di una convergenza tra gli interessi occidentali e la nuova leadership siriana, interessata a presentarsi come partner affidabile nella sicurezza regionale e nella lotta all’estremismo, pur mantenendo una struttura di potere autoritaria. C’è da dire che, negli ultimi decenni almeno, Washington ha dato il meglio di sé per mantenersi coerente con una politica guidata da strumentalismo geopolitico, menzogne, violenza e potere – soprattutto in Medio Oriente. Nonostante ciò, secondo alcuni analisti arabi, il supporto americano alla lotta dei curdi contro l’Isis sarebbe bastato per creare legittime aspettative di sostegno all’indipendenza. All’interno di questa lettura, il repentino ritiro americano dalle aree di confine, che ha lasciato via libera alle operazioni militari turche, equivale a una violazione di responsabilità nei confronti dell’alleato curdo.

Di certo la Turchia resta un attore decisivo e minaccioso. Ankara continua a considerare ogni forma di autonomia curda una minaccia esistenziale, e, mentre sul piano militare mantiene la pressione sui territori di confine, sul piano interno reprime sistematicamente chiunque difenda i diritti curdi o denunci le operazioni militari. I processi contro avvocati e attivisti, gli arresti di difensori dei diritti umani, la criminalizzazione del dissenso, mostrano quanto lo spazio politico turco sia ristretto quando si parla di Kurdistan.

Sul terreno siriano, intanto, le conseguenze sociali della transizione restano pesanti. Nonostante la fine delle sanzioni e le prospettive di crescita economica, i salari rimangono incapaci di sostenere il costo della vita e i servizi pubblici migliorano solo nei centri urbani più importanti. L’elettricità continua a essere razionata, l’acqua scarseggia, gli affitti crescono rapidamente nelle città costiere e nella capitale. Il nuovo potere appare più impegnato a rassicurare i partner internazionali e ad attrarre investimenti che a risolvere le profonde fratture sociali e politiche ereditate dalla guerra. Inoltre, anche nei settori che si sentono sollevati dalla caduta di Assad, permane il timore di una svolta conservatrice-religiosa, che potrebbe travolgere l’intera società: non solo le minoranze etniche, ma anche quelle religiose, le donne, gli omosessuali, gli atei, gli oppositori.

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Tagsaccordo curdi-Siria Ahmad al-Sharaa curdi Eliana Riva fine autogoverno Rojava Siria

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