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Femminicidi, un fenomeno ormai dirompente

In questione è il modello maschile dominante anche tra i giovani. E c’è il risentimento per i “privilegi” persi

3 Aprile 2025 Marianna Gatta  1179

Ritrovate in una valigia, lasciate a sanguinare davanti al distributore di benzina. Accoltellate, strangolate. Dal 2 aprile le città italiane gridano l’assassinio delle ennesime due giovani nel giro di pochi giorni. Sara Campanella e Ilaria Sula, due coetanee di Giulia Cecchettin, uccise, ancora una volta, per mano di uomini che conoscevano. I dati di inizio 2025 raccontavano una situazione diversa, un calo del 25% dei femminicidi rispetto all’anno precedente; e invece poi, dall’8 marzo al 2 aprile, in poco più di tre settimane, la lista si è brutalmente allungata: altre 5 donne sono state uccise da compagni, mariti o pretendenti, come le ultime due giovanissime universitarie. L’osservatorio di Non una di meno ne conta ancora di più, considerando l’omicidio di Ilaria Sula il 23esimo dell’anno. “Non ne vogliamo una 24esima”, scrive l’organizzazione femminista in un comunicato online.

Ieri, alla Sapienza, l’università in cui Ilaria Sula studiava Statistica, c’è stato un presidio. Sempre a Roma, Non una di meno ha organizzato una passeggiata rumorosa che ha animato le vie di San Lorenzo. Anche a Bologna oltre duemila ragazze si sono riunite attorno al grido: “Ci vogliamo vive”. Le donne si fanno sentire: non vogliono più vedere le proprie sorelle morire. Sono stanche di avere paura, di dovere mandare la posizione alle proprie amiche, di chiedere se sono tornate a casa. Sono stanche di correre nei sottopassaggi bui delle nostre città, e, soprattutto, sono stanche di temere di esprimersi: di dire di no, di respingere un uomo, di dire la loro, di lasciare un partner. Perché dobbiamo avere paura di vivere?

La madre di Sara Campanella, la ventiduenne di Messina uccisa da un collega universitario che la perseguitava da mesi, ha incitato le altre donne a denunciare gli atteggiamenti di questo tipo, a parlare. Eppure, come spesso è si è visto, non basta. Le forze dell’ordine non possono intervenire se non quando le minacce sono già arrivate alla violenza dello stalking. E anche in quei casi, non si può mai dire. Un esempio è quello di Celine Frei Matzohl, uccisa dall’ex compagno nel 2023 a Bolzano, il giorno del suo ventunesimo compleanno, nonostante l’avesse più volte denunciato per violenze. Di fronte all’ennesimo femminicidio, quello di Sara Campanella a Messina, sentiamo ancora una volta le stesse parole – “non aveva denunciato”, oppure “l’aveva sottovalutato”, “non si era accorta del pericolo”. Come giustamente sostiene D.i.Re (Donne in rete) contro la violenza, sono “dichiarazioni che tendono a colpevolizzare la donna evitando di centrare l’attenzione sul sistema preventivo inadeguato”.

Non umanizziamo il colpevole, non gridiamo al raptus o alla follia omicida di un momento. Questi atti, il più delle volte premeditati, rivelano un substrato culturale malato e istituzionalizzato machista.

Tra le altre donne uccise, il 13 marzo la 56enne Sabrina Baldini Paleni, operatrice sanitaria, è stata strangolata in casa a Chignolo Po dal compagno Franco Pettineo, autista e fratello del precedente marito della donna. Sembra che la donna avesse da tempo intenzione di lasciare il compagno, ed è bastato questo.

Gli eventi degli ultimi giorni sono la prova di come la strategia del governo Meloni di aggravare le pene non abbia alcun riscontro concreto: quando mai, d’altronde, la paura di invecchiare in carcere ha funzionato da dissuasore davanti alla furia del patriarcato? Davanti alla violenza di esigere ciò che è “tuo” e “ti spetta di diritto”? Come scriveva Bell Hooks, “il patriarcato ha sempre cercato di insegnare agli uomini che il dominio è più importante della connessione emotiva”. Prima il possesso, poi la coscienza.

Per chi avesse visto la serie tv britannica Adolescence, appare chiaro che il fenomeno degli Incel (involuntary celibates, “celibi involontari”) e della potenza risentita del maschio non decostruito è in crescita. Chi si fa paladino del rispetto delle donne spesso si sente offeso, “non io”. Eppure, come si legge nei post delle donne: not all men, but always men (“non tutti gli uomini, ma sempre gli uomini”). È una situazione grave, di omicidi e violenza continua, di paura – ed è un problema puramente maschile: l’uomo deve prendersi le sue responsabilità. Se fino a non molto tempo fa la legge gli permetteva di possedere, di controllare il denaro, di pestare brutalmente rimanendo impunito, di fare sesso a piacimento senza consenso – pensiamo che solo nel 1996, con la legge n. 66, lo stupro viene considerato crimine contro la persona e non contro la morale pubblica –, come pensiamo che l’uomo non nutra risentimento per avere “perso” dei “privilegi”? Viviamo in un periodo storico in cui la violenza è resa glamour attraverso figure come Andrew Tate e suo fratello, influencers di successo condannati per traffico di esseri umani e violenze sessuali; ma anche come Donald Trump, che non ha remore ad afferrare le donne by the pussy.

I social network sono invasi da modelli di mascolinità tossica che insegnano ai giovani uomini il dominio, l’aggressività e la disumanizzazione delle donne come segni di successo. È da qui che si deve partire: i giovani uomini crescono glorificando la sopraffazione. Per contrastare questa deriva, non serve solo l’impegno concreto delle istituzioni, che introducano l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, fin dalle primarie, ma anche quello degli uomini adulti, quelli del “non io”. Devono prendersi la responsabilità di fare la loro parte, di andare a incontri di autocoscienza, di dibattito sulla mascolinità tossica e di arginare le derive dei propri simili. È urgente che imparino a riconoscere e a estirpare gli atteggiamenti misogini, e che forniscano buoni esempi per le generazioni future. In questi decenni le donne hanno lavorato sulla loro posizione, hanno organizzato gruppi, gestito proteste, si sono confrontate, hanno parlato e si sono riscoperte. Cosa hanno fatto gli uomini?

Non possiamo più delegare alle donne il compito di salvarsi da sole. Serve l’impegno di tutta la società: istituzioni capaci di riconoscere i segnali della violenza e di intervenire prima che sia troppo tardi; una cultura che smetta di minimizzare la persecuzione e riconosca il patriarcato, anche quello interiorizzato, come un problema che riguarda tutti e tutte. Non vogliamo più avere paura.

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