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Home » Zzz-ripubb » Articoli » E c’è poi la guerra tra il Pakistan e l’Afghanistan

E c’è poi la guerra tra il Pakistan e l’Afghanistan

Nei giorni scorsi, veri e propri bombardamenti e combattimenti, non più scaramucce di confine

21 Agosto 2026 Eliana Riva  1767

(Questo articolo è stato pubblicato il 3 marzo 2026)

Le parole di Mohammad Naeem Wardak arrivano mentre i cieli sopra Kabul sono ancora attraversati dai raid. In un messaggio su X, il viceministro degli Esteri del governo talebano conferma che le forze afghane hanno oltrepassato la frontiera, e vanno conducendo combattimenti intensi contro postazioni pakistane. Se la guerra continuerà, minaccia Wardak, l’Afghanistan potrà avanzare in profondità nel territorio pakistano.

Nelle prime ore di venerdì 27 febbraio, l’aviazione pakistana ha ufficialmente annunciato l’inizio dell’operazione Ghazab lil-Haq (“Ira per la giustizia”). Non si tratta più di scaramucce di confine. I bombardamenti hanno raggiunto Kabul e Kandahar, roccaforte del comando talebano, e si sono estesi a Gardez, Paktia, Ningarhar, Kunar. A Kabul, sono stati colpiti i quartieri di Wazir Akbar Khan e Arzan Qemat, dove sarebbero stanziate le unità 313 Badri. Islamabad dichiara di avere colpito anche la base di Bagram Airfield, l’ex installazione militare statunitense a nord della capitale.

Il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha dichiarato: “La nostra pazienza è finita. Ora tra noi e voi è guerra aperta”. Il ministro dell’Informazione, Attaullah Tarar, ha parlato di quarantasei obiettivi colpiti, 415 combattenti talebani uccisi, centinaia di feriti e decine di mezzi distrutti. Il portavoce talebano, Zabihullah Mujahid, ha respinto le cifre, rivendicando l’uccisione di soldati pakistani e la conquista di avamposti lungo la linea di confine.

Al centro dello scontro, c’è il Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp), nato nel 2007 nelle aree tribali. Il suo obiettivo dichiarato è rovesciare lo Stato pakistano e imporre una propria lettura della legge islamica. Ideologia e legami tribali lo avvicinano ai talebani afghani, ma la relazione è fatta di ambiguità e convenienze. Islamabad accusa Kabul di offrire rifugio ai leader del gruppo, e di permettere di pianificare attacchi dal territorio afghano. Nell’ultimo anno, il Pakistan ha registrato un forte aumento delle vittime legate alla violenza armata. Durante i raid degli ultimi giorni, sarebbe stato ucciso anche Noor Wali Mehsud, leader del Ttp, colpito – secondo Islamabad – nella sua residenza a Kabul. Le autorità talebane negano che il Paese venga usato come retrovia contro i vicini.

La linea che separa i due Stati è la Durand Line, tracciata durante l’epoca coloniale britannica, lunga oltre 2.500 chilometri. Per il Pakistan è un confine ufficiale internazionalmente riconosciuto. Per l’Afghanistan resta una linea contestata. Attraversa territori abitati da comunità Pashtun, dividendo famiglie e tribù. È qui che il Ttp si muove con facilità, sfruttando legami che precedono lo Stato moderno. Il tentativo pakistano di recintare e militarizzare la frontiera ha alimentato, negli anni, scontri e risentimenti.

Quando i talebani sono tornati al potere, nell’agosto 2021, molti osservatori avevano previsto un asse solido tra Kabul e Islamabad. Ma la realtà è un’altra. Il rafforzamento del Ttp, insieme alla pressione e agli spostamenti lungo i confini, preoccupano il Pakistan. Il quale, per stabilizzare il Paese e limitare l’influenza di Kabul, porta avanti una campagna di rimpatri forzati, che ha costretto centinaia di migliaia di profughi afghani a ritornare in un Paese già di per sé in catastrofe umanitaria. Molte delle persone deportate domandavano asilo per ragioni oggettive di sicurezza: perseguitate dai talebani in passato, hanno lasciato il proprio Paese per sfuggire alla persecuzione, al carcere, alla morte.  

Nel frattempo, Kabul ha riaperto un canale con l’India, e Islamabad legge questa mossa come una minaccia strategica. Il ministro della Difesa pakistano ha accusato i talebani di agire come un proxy indiano. New Delhi non riconosce formalmente il governo talebano, ma mantiene una presenza tecnica e invia aiuti umanitari, cercando spazio in un equilibrio regionale che coinvolge anche Pechino. Per Kabul, l’India diventa un contrappeso alle pressioni pakistane. Lo scorso ottobre, il Qatar e la Turchia avevano mediato un cessate il fuoco, dopo attacchi lungo i confini che avevano causato decine di morti da entrambe le parti.

Le reazioni internazionali restano prudenti. Il segretario generale dell’Onu Guterres chiede la cessazione delle ostilità. Iran e Russia si dicono disponibili a mediare. Gli Stati Uniti sostengono “il diritto del Pakistan” a difendersi dagli attacchi armati. Intanto, i bombardamenti proseguono e Kabul evoca la possibilità di operazioni di terra. La frontiera resta il punto più fragile, ma la frattura si è ormai allargata. La superiorità militare del Pakistan è schiacciante: una potenza atomica mondiale, che si stima possieda poco meno di duecento testate nucleari e decine di caccia pronti a sganciarle. Il suo arsenale conta nuove tecnologie missilistiche a lungo raggio, che gli consentirebbero di colpire obiettivi ben più lontani del vicino Afghanistan. Quest’ultimo vive una crisi socioeconomica molto profonda: le Nazioni Unite hanno più volte segnalato che il rientro forzato da Pakistan e India di circa 1,5 milioni di profughi (falsamente descritto da Islamabad come “volontario”) ha intensificato la pressione su un’economia già estremamente fragile. Inoltre, l’instabilità lungo la linea Durand ha spinto il governo di Kabul ad abbandonare le storiche rotte commerciali che utilizzavano il Pakistan – principale partner commerciale – per raggiungere il più importante sbocco sul mare.

I talebani stanno accelerando la transizione verso nuove rotte che passano attraverso l’Iran e l’India, ma la mossa non è vista di buon occhio da Islamabad, che potrebbe ritrovarsi ulteriormente isolata dai mercati dell’entroterra asiatico. La crisi economica, unita alla disperazione dei rimpatriati, alle restrizioni politico-sociali e alle tensioni lungo il confine, potrebbe aprire la strada a un reclutamento di massa nei gruppi più estremisti, che si stanno armando. Gli esiti nefasti di uno scenario del genere si dispiegherebbero ben oltre i due Paesi, fino a spingere in un’ulteriore instabilità l’intera regione. 

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