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Home » Articoli » Referendum, la destra conferma le date del 22 e 23 marzo

Referendum, la destra conferma le date del 22 e 23 marzo

I metodi autoritari e sbrigativi di palazzo Chigi creano caos e stress istituzionale

9 Febbraio 2026 Stefania Limiti  828

Per qualche ora c’è stato chi ha davvero pensato che la data del referendum potesse essere spostata, dando il giusto tempo alla campagna elettorale. Così chiedeva il comitato dei quindici “volenterosi” (di cui è portavoce Carlo Guglielmi, ve ne abbiamo parlato qui), promotore di un quesito referendario che ha raccolto quasi seicentomila firme di sostegno, e che è stato ammesso venerdì scorso dalla Cassazione. Pia illusione: alle 12 circa di sabato 7 febbraio, l’arroganza dell’esecutivo si è manifestata con la convocazione, in fretta e furia, di un rapidissimo Consiglio dei ministri (ventotto minuti) che ha confermato quelle date, nonostante la novità del nuovo quesito – bollato come “superfluo” dal solito audacissimo ministro Carlo Nordio, quello che vede le Br ovunque.

Il Consiglio dei ministri, che pure aveva la possibilità di concedere più tempo (il voto deve svolgersi entro un minimo di cinquanta e un massimo di settanta giorni dal decreto), non ne ha voluto sapere. L’ammissione del quesito dei “volenterosi” ha però creato un vero caos istituzionale: il punto è che esso è stato scritto in modo assai più corretto rispetto a quello presentato dai due schieramenti parlamentari, i quali non citavano esplicitamente – come vuole la legge 352/1970 – i sette articoli della Costituzione che la controriforma Nordio tenta di scardinare (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110).

Dunque, non solo la Cassazione ha sancito l’ammissibilità del quesito, ma ha anche stabilito, avendo analizzato con maggiore attenzione la faccenda, la revisione della scheda elettorale, che conterrà il testo elaborato con maggiore perizia giuridica. Per fortuna, le schede non erano ancora state stampate e inviate all’estero, e ciò non per puro caso ma per la prudenza del presidente Mattarella, che aveva suggerito di attendere, come accredita tutta la stampa.

All’origine di questo cortocircuito è evidente uno stato di stress delle istituzioni. L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione non aveva inizialmente ritenuta necessaria la revisione del quesito dei parlamentari (pur non essendo perfettamente conforme alla legge, nessuno avrebbe comunque potuto contestarlo a referendum svolto). Probabilmente, il fatto che i quesiti presentati dai parlamentari fossero identici ha indotto a soprassedere, oppure nessuno – neppure al Quirinale – si è accorto della piccola anomalia. Anche il Tar del Lazio, che lo scorso 28 gennaio aveva respinto la richiesta di sospensiva del decreto che fissava la data del referendum, si è mosso con eccessiva fretta, negando una possibilità al comitato dei “volenterosi”, che aveva depositato il proprio quesito il 19 dicembre e consegnato le cinquecentomila firme necessarie il 28 gennaio.

La tensione coinvolge anche il Quirinale, la cui capacità di influenza morale sul governo appare oggi ridotta. Sergio Mattarella si è affrettato a firmare il decreto che riformula il quesito elettorale e conferma le date, senza accennare alla possibilità di un rinvio: anche solo sussurrarla avrebbe probabilmente aperto un confronto sgradito con gli esponenti del governo. Il capo dello Stato, presidente del Consiglio superiore della magistratura, non ha però potuto fare a meno di richiamare al necessario rispetto della Cassazione; con ogni probabilità, è riuscito almeno a convincere palazzo Chigi a evitare polemiche dirette, delegate da Meloni ad altri livelli. Nella giornata di sabato, infatti, esponenti della destra (Costa e Bignami, quest’ultimo espressione diretta di Meloni in parlamento) hanno sollevato una polemica brutale e ingiustificata contro uno dei diciannove componenti dell’ufficio elettorale, Alfredo Guardiano, 65 anni, magistrato in prima linea nella vita culturale napoletana, autorevole esponente del Premio Napoli (oggi presieduto da Maurizio De Giovanni).

La destra, insomma, procede a colpi di mano che lasciano intravedere scarsa serenità e timore dinanzi alla consistente vivacità del fronte del “no”. Al di là delle rassicurazioni di rito – “non ci dimettiamo se perdiamo” –, l’appuntamento referendario appare sempre più come quello che potrebbe decretarne la morte politica.

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