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Referendum: al via la campagna per il “no”

Clima ottimista, Landini: “Ce la faremo, dobbiamo vincere”. La forzatura del governo sulla data

12 Gennaio 2026 Stefania Limiti  1037

Prende corpo una reazione della società e della politica contro la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati, frantumando l’unitarietà dell’azione penale. Sabato scorso, il Comitato “Società civile per il No al referendum costituzionale” si è presentato ufficialmente al Centro congressi Frentani, luogo della capitale reso storico da tante battaglie, in una lunga assemblea durante la quale si sono succeduti interventi molto chiari, consapevoli della posta in gioco e dei compiti sul terreno: Giovanni Bachelet, presidente del Comitato, ha parlato di un clima “entusiasmante”, spiegando che l’autogoverno della magistratura è stato scritto dal costituente Meuccio Ruini, con l’obiettivo di evitare che un esecutivo potesse decidere le sorti di un’inchiesta. Ora si vuole rovesciare il principio.

Attorno al Comitato si riuniscono circa centoventi associazioni, a partire dalle strutture più grandi della società civile: Cgil, Anpi, Acli, Arci, Auser, Libera, Libertà e giustizia, Legambiente, Giuristi democratici, Salviamo la Costituzione, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Sbilanciamoci, Lega per le Autonomie Locali, Articolo 21, Pax Christi, Centro per la riforma dello Stato, Medicina democratica, Comitati per il “no” a ogni autonomia differenziata, Movimenti per l’acqua bene comune, Lavoratori precari della giustizia, Insieme per la giustizia, Comma 2 lavoro e dignità, Rete della conoscenza, Rete degli studenti medi, Unione degli universitari, Costituzionalisti per il “no”, Rete #Nobavaglio, il Comitato autonomie locali italiane (Ali), presieduto dal sindaco di Roma Gualtieri, quello della rete dei sindaci, rappresentato da Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto.  

Tantissime altre realtà e personalità, nazionali e territoriali, hanno già aderito o stanno aderendo al Comitato, che sostiene anche la raccolta di firme promossa, il 22 dicembre scorso, da un gruppo di quindici cittadini per proporre un quesito referendario diverso da quelli già presentati (si può firmare qui): hanno tempo per la raccolta fino al 30 gennaio. Ebbene, questa piccola massa critica della società ha fatto irrigidire la destra e toccato qualche nervo scoperto per le conseguenze sulla data della consultazione: secondo l’art. 15 della legge del 1970 che regolamenta l’organizzazione dei referendum,  il presidente della Repubblica, su proposta del Consiglio dei ministri, può fissare la data entro sessanta giorni dalla decisione della Cassazione, data che può cadere tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo alla data del decreto del Quirinale.

A questo punto, è ovvio che il governo prima di prendere qualsiasi iniziativa deve aspettare che la Cassazione, che ha già vagliato le altre richieste referendarie, si esprima anche sulle firme raccolte da questa iniziativa che sono tante, e in aumento, dopo l’assemblea ai Frentani (ieri sera erano circa 340mila, sulle cinquecentomila necessarie). Tempo che il governo non ha nessuna intenzione di concedere: Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa di inizio anno, l’unica che conceda per dire quello che le pare senza contraddittorio, ha detto che proprio oggi (lunedì) il Consiglio dei ministri potrebbe scegliere la data del 22 e 23 marzo. Un’inutile forzatura che svela fibrillazioni e una grande paura che qualche giorno in più di campagna elettorale possa favorire il fronte del “no”, che in effetti appare compatto e deciso (come non si vedeva da tempo).  

Oltre ai leader dei partiti delle opposizioni – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli – l’assemblea ha ascoltato il Nobel Giorgio Parisi, lo scrittore Maurizio De Giovanni, Sigfrido Ranucci e perfino Clemente Mastella ha fatto la sua bella figura. Vincenzo Vita, già sottosegretario alle Comunicazioni e presidente dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio, sottolinea anche quanto siano stati utili e stimolanti gli interventi di chi il sistema giudiziario lo vive, come la precaria Anastasia Ascensi, che ha meritato sinceri applausi spiegando come si lavora negli uffici giudiziari dove si maneggiano fascicoli, “cioè le vite delle persone”, senza computer, senza uno straccio di scanner, con carichi di lavoro insostenibili, sistemi informatici malfunzionanti, indossando sciarpe e guanti per il freddo: la vera riforma sono gli investimenti, questa, invece, non è servizio al Paese ma al potere.

Nel complesso, dunque, la critica alla controriforma Nordio è molto omogena e consapevole dello sfascio democratico che comporterà la trasformazione del magistrato inquirente in un superpoliziotto che farà carriera contando il numero degli arrestati, e certo non tra i colletti bianchi. Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha detto con inusitata calma e molta forza: “Non stiamo qui per partecipare, dobbiamo vincere”, promettendo una campagna elettorale porta a porta in ogni angolo del Paese.

Post-scriptum – Alla fine il governo ha deciso di forzare. Il Consiglio dei ministri ha fissato al 22 e 23 marzo il voto sulla riforma Nordio, nella stessa data si terranno anche le elezioni suppletive per i due seggi parlamentari rimasti vacanti, in Veneto, in seguito alle regionali. La scelta dell’esecutivo viola la prassi seguita in tutta la storia repubblicana, ignorando le oltre 350mila firme già raccolte dall’iniziativa popolare per il referendum. Scatterà dunque il ricorso già annunciato dai promotori, su cui si è espresso – diremmo senza eleganza – il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti: “Il ricorso si può fare, il problema è farselo accogliere”, tagliando poi corto: “(…) se mio nonno fosse un treno”.

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