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Home » Articoli » Trump, il pretesto della lotta al narcotraffico, le minacce

Trump, il pretesto della lotta al narcotraffico, le minacce

Non solo il Venezuela, nel mirino del presidente statunitense la Colombia, Cuba, il Messico

13 Gennaio 2026 Claudio Madricardo  971

L’America latina è al centro dell’attenzione di Trump fin dall’inizio del suo secondo mandato presidenziale. Se la cattura di Nicolás Maduro, in patente violazione del diritto internazionale, ha scioccato e preoccupato il mondo, non minori timori suscitano le prese di posizione del miliardario newyorchese nei confronti di altri Paesi latinoamericani. Da quando, lo scorso settembre, gli Stati Uniti hanno iniziato ad attaccare le imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico, sostenendo senza prove che trasportavano droga, Trump si è dedicato a una crescente disputa con il presidente colombiano Gustavo Petro, sanzionato con l’accusa di permettere ai cartelli del narcotraffico di “prosperare”. Poche ore dopo il blitz in Venezuela, il presidente statunitense ha consigliato al collega colombiano di “pararsi il culo”. Parlando a bordo dell’Air Force One, Trump ha detto che la Colombia “è governata da un uomo malato a cui piace produrre cocaina e venderla agli Stati Uniti”. Ma “non continuerà a farlo a lungo”, ha precisato. E alla domanda se gli Stati Uniti hanno l’intenzione di promuovere un’operazione contro la Colombia, ha risposto di considerarla una buona idea.

La Colombia confina a est con il Venezuela, e ha importanti riserve di petrolio. Oltre a ciò, è un produttore di oro, argento, smeraldi, platino e carbone; ed è anche un centro chiave per il traffico di droga nella regione, in particolare di cocaina. Storicamente, il Paese è stato uno stretto alleato di Washington nella guerra alla droga, ricevendo centinaia di milioni di dollari all’anno in aiuti militari per combattere i cartelli. Giorni fa, mentre era intervistato da quattro giornalisti del “New York Times”, Trump ha ricevuto una telefonata di Petro. Durante il colloquio, durato un’ora, i due presidenti si sarebbero chiariti riportando il sereno nelle loro relazioni.

Commentando l’accaduto, Petro ha confermato che la telefonata ha allontanato il pericolo di un intervento militare degli Stati Uniti. Ma se la tensione tra i due Paesi per il momento è sembrata calare, è facile pensare che Trump non rinuncerà a intromettersi nella imminente campagna per l’elezione del nuovo presidente colombiano, che si terrà il 31 maggio. Visto che l’ha già fatto recentemente nelle elezioni honduregne, appoggiando il rappresentante dell’estrema destra, Nasry Asfura. I sondaggi delle presidenziali danno Abelardo De la Espriella – avvocato penalista di origine italiana, candidato dell’estrema destra e ammiratore di Milei, di Bukele e dello stesso Trump – in pareggio tecnico con Iván Cepeda, candidato della formazione di sinistra Pacto historico. Un ultimo sondaggio, la cui metodologia viene però contestata, dà addirittura il candidato dell’estrema destra in vantaggio.

Un altro Paese al centro dell’attenzione del presidente americano è Cuba, sotto sanzioni statunitensi dall’inizio degli anni Sessanta, e che ha mantenuto stretti legami con il Venezuela di Maduro. Figlio di fuoriusciti cubani, Marco Rubio ha chiesto a lungo un cambio di regime, fin da quando era senatore. Sabato 3 gennaio, in conferenza stampa a Mar-a-Lago, Rubio ha affermato: “Se vivessi all’Avana e fossi al governo, sarei preoccupato, almeno un po’”. Intervenendo subito dopo il suo segretario di Stato, Trump ha confermato che la situazione cubana è un problema. Il giorno dopo è ritornato sull’argomento, precisando che non riteneva necessario un intervento militare degli Stati Uniti, perché Cuba “sta per crollare. Non credo che abbiamo bisogno di alcuna azione. Sembra che stia cadendo a pezzi”, ha detto. E ha aggiunto: “Non so se resisteranno, ma Cuba ora non ha entrate. Tutte le sue entrate provenivano dal Venezuela, dal petrolio venezuelano”. Domenica scorsa, Trump ha esortato Cuba a “raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi”, avvertendo che il flusso di petrolio e denaro venezuelano verso L’Avana sarà fermato. Senza avere specificato i termini o le conseguenze per Cuba dell’accordo che propone, ha condiviso sul suo social Truth il post di X dell’utente @Cliff_Smith_, che ha scherzato su un ipotetico scenario in cui “Marco Rubio sarà presidente di Cuba”. “Mi sembra giusto!”, ha commentato Trump. E, per non essere da meno, ha pubblicato poco dopo su Truth un’immagine manipolata del suo profilo di Wikipedia, in cui, al gennaio 2026, si attribuisce la carica di “presidente ad interim del Venezuela”.

Il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, gli ha risposto che “Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci dice cosa fare”, confermando che il suo Paese “si sta preparando”, ed è “disposto a difendere la Patria fino all’ultima goccia di sangue”. Rispondendo alle dichiarazioni di Trump che l’isola ha “vissuto per anni” grazie al denaro e al greggio venezuelano in cambio di “servizi di sicurezza” per gli “ultimi due dittatori (Hugo Chávez e Maduro)”, il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez, ha detto che “Cuba non riceve né ha mai ricevuto un risarcimento monetario o materiale per i servizi di sicurezza che ha fornito a qualche Paese. A differenza degli Stati Uniti”, Cuba non ha “un governo che si presta al mercenarismo, al ricatto o alla coercizione militare contro altri Stati”. Per quanto riguarda le importazioni di petrolio, Rodríguez ha affermato che il suo Paese “ha il diritto assoluto di importare carburante da quei mercati disposti a esportarlo e che esercitano il proprio diritto di sviluppare le proprie relazioni commerciali senza interferenze o subordinazioni alle misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti”. “Il diritto e la giustizia sono dalla parte di Cuba. Gli Stati Uniti si comportano come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo”, ha aggiunto.

Il ministro degli Esteri venezuelano, Yván Gil, ha sostenuto che il suo rapporto con Cuba risponde a una posizione “storica” basata su principi di sovranità e autodeterminazione, e in Telegram ha pubblicato che “la Repubblica bolivariana del Venezuela ratifica la sua posizione storica nel quadro delle relazioni con la Repubblica di Cuba, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale”. Evitando di riferirsi direttamente all’impatto economico dell’annuncio statunitense, ha insistito sul fatto che il legame con L’Avana si basa sulla “fratellanza, la solidarietà, la cooperazione e la complementarità”.

La fornitura giornaliera di greggio all’isola è iniziata nel 2000, quando Chávez e Fidel Castro firmarono il cosiddetto Accordo integrale di cooperazione tra la Repubblica di Cuba e la Repubblica bolivariana del Venezuela. Allora Caracas inviava circa centomila barili al giorno in cambio della fornitura all’isola di “servizi (…) e tecnologie e prodotti” utili allo sviluppo economico e sociale del Paese. Cuba fornisce al Venezuela servizi medici, educativi, allenatori sportivi, servizi di sicurezza e militari in cambio di petrolio. Tuttavia, negli ultimi anni, i volumi delle forniture si sono ridotti a causa del brusco calo della produzione. Nel 2025, non sono mai stati superati i trentamila barili al giorno, e in alcuni mesi sono arrivati a scendere a diciottomila. Il governo cubano ha promesso che il 2026 sarà un anno di ripresa economica, con una crescita dell’1% del Pil – se il turismo, le esportazioni, la produzione, i servizi e il finanziamento si riprenderanno. Tuttavia, nemmeno i più ottimisti, dentro e fuori dell’isola, credono che ciò sia possibile.

La decisione dell’amministrazione Trump di confiscare le petroliere venezuelane sanzionate ha già iniziato ad aggravare la crisi del carburante e dell’elettricità sull’isola. Cuba sta soffrendo una profonda crisi energetica, dalla metà del 2024, a causa dei frequenti guasti delle sue centrali obsolete e della mancanza di valuta estera per acquistare il carburante necessario per le sue unità di generazione. L’Avana ha bisogno di circa centodiecimila barili giornalieri per coprire il suo fabbisogno energetico di base, di cui circa quarantamila provengono dalla produzione nazionale, e il resto proviene da importazioni dal Venezuela e dal Messico, in quantità minore dalla Russia. Si stima che il Venezuela invii circa trentacinquemila barili di petrolio al giorno all’isola caraibica, ma Trump ha detto che questo non continuerà.

Dal canto suo, la presidente messicana Claudia Sheinbaum non ha avuto difficoltà a riconoscere che il suo Paese è diventato un fornitore rilevante per l’isola. In una conferenza stampa, ha affermato che le spedizioni di petrolio messicano a Cuba si devono a “contratti” e “aiuti umanitari”. Petróleos mexicanos (Pemex) ha riferito che, nei primi nove mesi del 2025, ha esportato più di diciassettemila barili di greggio al giorno a Cuba. Il portale di notizie messicano “Proceso” riporta che, nei primi dieci mesi del 2025, le spedizioni di petrolio messicano a Cuba sono cresciute del 121% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ma l’annuncio del presidente statunitense anticipa una maggiore pressione diplomatica sul Messico, per ridurre o sospendere queste spedizioni. 

L’ascesa al potere di Trump, nel 2016, è stata segnata dalle sue promesse di “costruire un muro” lungo il confine meridionale con il Messico. Nel suo primo giorno da presidente, nel 2025, ha firmato un ordine esecutivo per rinominare il Golfo del Messico come “Golfo d’America”. Non contento, ha affermato spesso che le autorità messicane non stanno facendo abbastanza per fermare il flusso di droga e immigrati privi di documenti verso gli Stati Uniti. E ha detto che la droga stava “entrando a fiumi” attraverso il Messico, e che “dovremo fare qualcosa”. Di fronte a queste affermazioni, Claudia Sheinbaum, ha pubblicamente respinto qualsiasi azione militare statunitense in territorio messicano. La minaccia di Trump di intervenire militarmente è stata fatta l’8 gennaio, in un’intervista con il presentatore di “Fox News”, Sean Hannity, quando ha dichiarato che “i cartelli controllano il Messico; è molto triste vedere cosa è successo a quel Paese. Abbiamo sradicato il 97% delle droghe che entrano attraverso l’acqua, e ora inizieremo ad attaccare a terra i cartelli”.

Ciò ha messo in allerta 75 congressisti democratici, che hanno inviato una lettera al segretario di Stato, Marco Rubio, per “opporsi con forza” alle “minacce” di Trump riguardo a operazioni militari in Messico, anche visti “i rinnovati sforzi” della presidente Sheinbaum nella lotta contro la criminalità organizzata. Nella loro lettera, hanno messo in guardia dal “disastro” che una tale scelta provocherebbe. “Sotto la presidente Claudia Sheinbaum, il Messico ha aumentato drasticamente la sua cooperazione con gli Stati Uniti. Qualsiasi azione militare unilaterale violerebbe la sovranità del Messico e macchierebbe la nuova era di cooperazione che la presidente messicana Sheinbaum ha iniziato”.

 Trump non è nuovo a questo genere di uscite, ma, dopo gli attacchi al Venezuela dello scorso fine settimana, la cattura di Maduro, e le minacce lanciate contro altri Paesi della regione, l’incubo pare capace di diventare realtà. Nella lettera, il gruppo democratico ha avvertito di “impatti a lungo raggio” per le imprese statunitensi, se si verifica un attacco come quello annunciato da Trump, e ha ricordato che gli investimenti diretti esteri degli Stati Uniti in Messico hanno superato i 14,5 miliardi di dollari nel 2025, mentre più di cinque milioni di posti di lavoro dipendono dal commercio bilaterale. “Qualsiasi azione unilaterale all’interno del Messico, senza il consenso del Messico, distruggerebbe la fiducia, annienterebbe la cooperazione con le autorità messicane e renderebbe più difficile tenere la droga fuori dalle comunità che rappresentiamo”, hanno affermato i congressisti democratici.

Dal canto suo, il 9 gennaio, la presidente messicana ha detto che le dichiarazioni di Trump sono “parte del (suo) modo di comunicare”, e ha avvertito che “cercherà di stabilire un contatto diretto con il Dipartimento di Stato e, se necessario, di parlare con il presidente per rafforzare il coordinamento”. L’8 gennaio, ha presentato dati che mostrano che gli omicidi sono diminuiti del 40% da quando è entrata in carica, e precedentemente aveva ordinato due espulsioni di massa negli Stati Uniti di presunti membri di alto rango dei cartelli, insieme con un’offensiva militare di un anno contro il cartello di Sinaloa. Infine, proprio ieri, Sheinbaum ha avuto un colloquio telefonico col suo omologo americano, a cui ha detto che la presenza di truppe statunitensi nel Paese “non è all’ordine del giorno”, e che il Messico è “contro gli interventi militari”. “Mi ha chiesto quale fosse la nostra posizione riguardo al Venezuela, gli ho risposto che era la posizione ufficiale, che abbiamo una Costituzione: siamo contrari agli interventi militari”. Quel che preoccupa i messicani è l’effetto che tale situazione potrebbe avere sui negoziati tariffari in corso, nonché sulla prevista revisione dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, la prossima estate. Se pare poco probabile che gli Stati Uniti entreranno militarmente in Messico, Trump potrebbe continuare con le sue pressioni, per costringere il vicino a condurre operazioni congiunte contro il traffico di droga in territorio messicano.

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TagsClaudia Sheinbaum Claudio Madricardo Colombia Cuba Donald Trump Gustavo Petro Messico pretesto narcotraffico Stati Uniti

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