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L’Europa e il Putin dell’Occidente

12 Gennaio 2026 Rino Genovese  1033

Trump, ormai è chiaro, è il Putin dell’Occidente: se ne infischia del diritto internazionale, ritorna a un imperialismo basato sulla forza militare (ha perfino cambiato il nome del Pentagono in ministero della Guerra), minaccia di prendersi la Groenlandia “con le buone o con le cattive”, e sta instaurando un rapporto di vassallaggio neocoloniale con un Venezuela in cui, incredibilmente, il regime chavista non ha fatto altro che venire a patti (alla faccia di “patria o muerte” e del mito della lotta armata). Allora cosa deve fare l’Europa? Ha detto bene la premier socialdemocratica danese, di cui peraltro non siamo dei fan (vedi qui): “Sarebbe la fine di tutto” (se gli Stati Uniti invadessero la Groenlandia). Ma ci sentiamo di correggerla: siamo già alla fine di tutto: l’Occidente declinante – quello che mostra il sembiante dell’America odierna, il suo volto “triste e finale” – può salvarsi dal precipizio solo se l’Europa saprà riprendersi il proprio ruolo centrale, lo stesso che ha fatto sì che essa sia stata la patria di origine della democrazia e del socialismo. È insomma da uno svincolamento graduale ma deciso dagli Stati Uniti che possono venire, insieme, una qualche ripresa dell’Occidente e un rinnovato processo di reciproca integrazione dei Paesi europei, sia di quelli dell’Unione sia di quelli che ne sono fuori.

Non siamo di solito per il “tanto peggio”, ma stavolta sì, e lo diciamo con chiarezza: se la faccenda della Groenlandia dovesse aggravarsi, con l’occupazione manu militari dell’isola, sarebbe un bene. Perché così risulterebbe evidente a tutti che l’Europa deve fare da sé. Anche le trattative con la Russia, su un’aggressione all’Ucraina che non dà segni di voler cessare, dovrebbero essere prese in mano dall’Unione europea. Altro che “pace giusta e duratura”! Questo slogan non ha alcun senso nelle attuali condizioni del conflitto. Dovrebbe essere sostituito da “arriviamo anzitutto a una tregua, poi si vedrà”. Una “pace ingiusta”, con la cessione di territori da parte dell’Ucraina e un negoziato su un’eventuale zona cuscinetto sotto controllo internazionale – anche rinunciando al dispiegamento di truppe franco-britanniche in funzione “di rassicurazione” – dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire in questa fase. Si chiama realismo politico: non è il massimo, però è qualcosa.

Altro punto decisivo e insieme controverso: rilanciare le relazioni economiche e commerciali con tutti gli attori sulla scena internazionale. A cominciare dalla Cina, riaprendo il discorso sulla famigerata “via della seta”, che non piaceva agli Stati Uniti di Biden e ancor meno a quelli di Trump. Un disegno egemonico a livello globale può camminare sulle gambe di quello che prende il nome di soft power, cioè su quel mix di forza di persuasione ideologica e capacità di fare affari che è tipico del nostro continente. Anche qui, non è il massimo – perché siamo comunque nell’orbita del capitalismo e delle sue sperequazioni –, ma è ciò che suggerisce la fase che stiamo vivendo. Di fronte e al nazionalismo e al protezionismo americani, va riaffermato il libero scambio.

In questo senso è molto importante l’accordo che sta per essere firmato (dopo ben venticinque anni di trattative!) tra l’Unione europea e il Mercosur – un mercato che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. È importante anzitutto per quei Paesi dell’America latina che troveranno nuovi partner e potranno così, se lo vorranno, svincolarsi in parte dagli statunitensi e dai cinesi. Ed è importante per l’Unione europea (anche per l’Italia delle famose piccole e medie imprese), perché potrà trovare altri sbocchi alle sue produzioni.

Ma – si dice – ci sono dei rischi. Per esempio di essere invasi da prodotti agricoli e zootecnici provenienti dal Sudamerica a basso prezzo e di scarsa qualità, pericolosi per la salute. Ogni apertura dei mercati, anzi ogni “apertura” in generale, comporta dei rischi. Che vanno ridotti con le regole e i controlli rigorosi. La protesta degli agricoltori con i loro trattori (soprattutto in Francia, dove i “sacchi di patate”, come già Marx li definiva, non cessano di giocare un ruolo sostanzialmente reazionario, appoggiati dall’estrema destra e, ahinoi, dalla France insoumise di Mélenchon) non ha ragion d’essere: è solo un’estrema difesa corporativa. Al contrario, proprio l’accordo con il Mercosur (vedi qui) è da salutare come il possibile inizio di un’autonomia strategica europea, che poi, nel campo della difesa comune come in tutti gli altri settori decisivi, andrà fortemente incrementata.

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Tagslibero scambio Mercosur Rino Genovese Unione europea

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