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Se il referendum diventa un tiro al magistrato

21 Gennaio 2026 Luca Baiada  2024

La strepitosa raccolta di firme per il “no”, cominciata poco prima di Natale e arrivata a mezzo milione in tre settimane, deve aver dato molto fastidio. “Terzogiornale” ha dato il suo appoggio, direttamente col link per contribuire. C’è da sperare che la giustizia amministrativa dia ascolto all’iniziativa legale del comitato, quello di dicembre, che adesso ha una veste ufficiale più forte e spendibile. Già a fine mese, il Tar può impedire la fissazione del referendum a marzo: il governo ha una fretta assurda, contraria alle migliori interpretazioni della normativa, al buon senso e al rispetto della volontà popolare. E chissà che non ci sia da aspettarsi qualche altra carta bollata spesa bene, qualche mossa del cavallo, dal gruppetto dei “nessuno” che – imparata da Ulisse la lezione – ha già messo un dito nell’occhio a chi vuole accelerare i tempi della consultazione.

Piace, al governo, l’idea di fare approvare la pugnalata alla Costituzione senza discutere. Ma chi ha messo in difficoltà il ciclope mangiatutto ha ancora altre dita e l’altra mano. Così sono, i giuristi e le giuriste: troppo spesso insopportabili ripetitori di giaculatorie, noiosi collezionisti di distinguo, e poi invece preziosi sassolini nell’ingranaggio, eroi imprevisti e indispensabili, “piccoli maestri”. Si può solo dire bravi e incoraggiare questa battaglia sacrosanta, che vede in prima fila forze politiche, sindacati, comitati e associazioni.

Adesso la preoccupazione della destra, che ha voluto a tutti i costi una prova di forza lacerante, è confermata da una campagna di propaganda furba e aggressiva, anche a costo di calpestare il minimo del senno. È probabile che nelle prossime settimane si debbano vedere e sentire altre sortite, con attacchi personali e chissà cosa. Fra le ultime, si segnala una denuncia presentata contro i manifesti per il “no”, quelli che sottolineano il progetto di condizionare i magistrati subordinandoli alla politica. L’intrepida mossa proviene da un improbabile comitato “Pannella Sciascia Tortora”: teme manipolazioni e invoca una norma che vieta di turbare l’ordine pubblico. La denuncia, ovviamente, è solo propaganda.

Ma va qui segnalato un altro manifesto. Viene dai gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia, il partito con la fiamma del Movimento sociale italiano, e spiega che c’è “l’occasione per cambiare la giustizia”. Per questo, evidentemente, i manifesti si infittiscono nei paraggi degli uffici giudiziari: si rivolgono a chi esce scontento da quei luoghi, dove certo non si va per divertirsi. Persino il ministro Nordio (perché non credergli?) ha spiegato che la giustizia con questa riforma non cambia. Ma che farsene della coerenza?

L’immagine nel manifesto dev’essere di quelle che i comitati di tutela dell’ordine pubblico non trovano sconvenienti. Mezzo campo visivo è occupato da una toga rossa – ohibò! –, una di quelle da cerimonia che i magistrati usano su per giù una volta all’anno. La indossa un uomo, e che importa se la magistratura italiana ha da decenni una forte caratura femminile? Le magistrate sono più dei magistrati e c’è già stata una presidente della Cassazione. Anche su questo, coerenza che? Il “sì”, poi, l’agognato “sì” che il governo si attende, ha un bel segno di spunta verde, che per una coincidenza fortunata, per una fatalità inattesa, un caso del tutto involontario, ha la punta inferiore proprio in mezzo alle spalle del togato. Sarebbe retorica facile, chiedersi chi potrebbe essere quel magistrato senza volto che riceve nella schiena una punta acuminata: si può pensare a uno dei tanti caduti, a partire dagli anni Settanta, e il buon gusto vieta di far nomi. Volendo, si può pensare anche a quelli perseguitati dopo il delitto Matteotti e le leggi fascistissime.

A questo punto, si può capire meglio perché, per le esigenze della destra, la magistratura dev’essere raffigurata al maschile: il segno verde, che dice “eccoti spuntata, toga rossa”, in mezzo alle spalle di una donna supererebbe ogni limite di decenza. Dopo avere cavalcato le retoriche del “codice rosso” non si può dare il verde. I propagandisti conoscono il mestiere. La realtà può aspettare, dormire, sparire.

Quando si cerca un capro espiatorio si trova di tutto. Per esempio. Nei momenti peggiori di attacco alla giustizia, in Polonia, la fantasia morbosa si è scatenata: i magistrati rubano le salsicce. In Italia, dove il clima mite rende il grasso animale meno urgente, un segno di spunta verde in un manifesto, messo lì dove una lama o un proiettile sono letali, ricorda un appetito nazionale diverso. C’è una cosa che a certi italiani piace più degli insaccati: un bel bilancio truccato, una posta contabile che è bugiarda ma supera il controllo. Una furbata di gusto, come quella di chi è andato al governo coi voti di un cittadino su quattro e cambia la Costituzione anche per gli altri tre. E magari lo fa dicendo “separazione delle carriere” dei magistrati, in pubblico, mentre le persone escono da un ufficio giudiziario dove sono state applicate leggi forcaiole, norme contro chi lavora, regole scritte dai forti contro i deboli. A buon diritto quelle persone sono nervose, e col naso all’aria credono a un manifesto: la colpa è delle toghe.

A questi brutti “oplà!”, a questi segni di spunta aguzzi, col bersaglio umano di spalle, si risponde con un risoluto “no”.

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TagsLuca Baiada manifesto FdI referendum referendum giustizia

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