Il libro di Justine Augier – da pochissimo uscito per i tipi di Magdalena, nuovo e coraggioso piccolo editore genovese che intende pubblicare scritti in cui si fondano narrativa e politica – appartiene a un genere letterario difficile da etichettare. Potremmo ascriverlo al “romanzo verità”, se non fosse che questa categoria è forse un po’ riduttiva, e non è l’unica in cui poterlo inquadrare. Probabilmente sarebbe più esatto definirlo un testo di denuncia, un reportage solo vagamente “romanzato”, o anche una sorta di “thriller giuridico”, se non fosse che il testo si sottrae a tutte queste definizioni, che lo individuano solo parzialmente. Certo è che il successo che ha avuto in Francia, dov’è stato per “Le Monde” uno dei “libri dell’anno” del 2024, è dovuto anche alla formula inedita con cui è stato costruito e che lo rende originale.
L’autrice lavora con due tipi di materiali: utilizza a tratti frammenti di interviste, di pezzi di conversazioni restituiti a memoria, brani di report ufficiali, stralci di documenti giuridici, trascrizioni di telefonate. Un materiale grezzo, che si annoda strettamente alla trama ricostruita da Augier, di cui costituisce una sorta di sottotesto, di pezza d’appoggio, che però non è unicamente sostanza passiva, ma contribuisce a conferire al racconto un curioso andamento sincopato, creando un continuum letterario in cui spiccano bruscamente le differenze stilistiche e di linguaggio, evidenziate dal ricorso al corsivo per i materiali “grezzi”.
Al tempo stesso, il gioco grafico sull’uso di un carattere diverso assolve la funzione di svelare l’arcano delle retoriche: la pesantezza burocratica dei comunicati ufficiali si mostra per quello che è: artificio volto a dissimulare o a mascherare intenti criminosi, a ignorare i crimini che il linguaggio cela. La storia raccontata è quella che ha visto la multinazionale francese del cemento Lafarge trascinata in giudizio come persona giuridica (personne morale in francese, che è il titolo originale) per crimini contro l’umanità da un gruppo di giovani giuriste appartenenti a una piccola associazione per i diritti umani, Sherpa.
Lafarge aveva una filiale in Siria gestita con il consueto sistema a “matrioska”, e per questo relativamente indipendente. Costruita “in mezzo al nulla”, in una zona semidesertica, il cementificio aveva cominciato a funzionare nel periodo in cui Assad era ancora il dominus indiscusso, una fabbrica moderna, concepita con criterio, ma pur sempre nell’ottica del capitalismo estrattivo, per cui buona parte dei proventi finivano a Parigi. Durante gli anni della guerra civile siriana, la filiale ha continuato a lavorare, anche quando il clima era diventato pesantissimo. Posti di blocco, operai e figli di dirigenti rapiti da Daesch (l’organizzazione detta Stato islamico), crocifissioni pubbliche nelle piazze dei paesini circostanti la fabbrica, ma la dirigenza parigina della multinazionale, dalla sua sede di Rue des Belles-Feuilles, ha scelto di continuare la produzione, abbandonando i dipendenti al loro destino, trattando con lo Stato islamico attraverso una rete di ambigui intermediari, e piegandosi al ricatto economico che le veniva imposto.
I dirigenti, in omaggio a un economicismo cinico, valutavano in tonnellate di cemento il taglieggiamento cui erano sottoposti. Come dire: se continuiamo a produrre un tot, possiamo anche dare una percentuale a Daesch. Il tutto sullo sfondo di una fusione di Lafarge con il gruppo svizzero Holcim, che avrebbe dovuto dare vita al più grande gruppo di produzione cementifera del mondo. La macchina economico-finanziaria che ruotava intorno alla fusione non poteva essere fermata, e lo stabilimento siriano ne era una componente non irrilevante. Peccato che tra le altre sue attività, Daesch abbia in quel periodo anche finanziato i massacri del Bataclan e di Charlie-Hebdo a Parigi: di qui la rilevanza che il caso ha assunto in Francia. La vicenda si snoda attraverso due piani: da una parte, i ricordi delle vittime, ex dipendenti della fabbrica scampati allo Stato islamico, in buona parte espatriati e costituitisi parte civile; dall’altra, la verità ufficiale come la intende la dirigenza della multinazionale e la sua difesa legale.
Ci sono passaggi epici a questo riguardo: rimane indelebile nella memoria il brano in cui le giovani giuriste infreddolite in un caffè, davanti al tribunale in cui si sta per celebrare una delle prime udienze, vedono scendere dalle macchine gli avvocati della difesa: le ragazze “smettono di parlare quando iniziano a vedere arrivare gli avvocati di Lafarge al tribunale, con abiti “ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi”. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro “dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini”.
Nonostante la parata di luminari del foro, le cose si mettono male per Lafarge: alcune accuse vengono derubricate, ma rimane quella di “crimini contro l’umanità”. Il giudizio definitivo deve essere ancora pronunciato, data la lunghezza delle procedure processuali e i diversi gradi di giudizio; ma già il fatto che l’imputazione sia stata accettata come valida è di importanza capitale. Per la prima volta, nella storia della giurisprudenza francese, una grande impresa viene trascinata in tribunale come “persona giuridica” responsabile di crimini contro l’umanità.
Il fascino di questo non-romanzo risiede però, al di là della contrapposizione tra Davide e Golia, nel mettere in scena, da una parte, lo strapotere economico e politico della multinazionale, difesa dai più importanti avvocati sulla piazza, e dall’altra un pugno di avvocate ancora praticanti e qualcuna più esperta, che fanno capo a un’associazione non governativa; inoltre nella capacità dell’autrice di rendere in maniera efficace le figure che si muovono sullo sfondo di questa impressionante vicenda. Così viene dipinto Bruno Lafont, dirigente di Lafarge che è una delle anime nere di tutta la storia: “È riservato e sospettoso, si affida a pochi uomini leali e corretti con cui preferisce conversazioni a tu per tu, comprende tutto molto rapidamente e nasconde a malapena il suo fastidio di fronte alla lentezza degli altri, detesta le riunioni che si trascinano, fa stampare le sue mail per leggerle, preferisce dare ordini verbalmente e preferibilmente con mezze parole, teme le tracce, rifiuta di farsi inviare documenti che considera sensibili e preferisce farseli consegnare personalmente da una delle sue tre assistenti in una busta chiusa con la scritta ‘confidenziale’ ”.
Il quadro è efficacissimo – e quanti altri uomini di potere richiamano queste poche righe! Il male descritto dalla Augier non è banale, è spesso intelligente e consapevole, i personaggi che appaiono nella narrazione sono descritti con pennellate efficaci, di sapore vagamente balzachiano, sono esseri umani completi, non marionette teatrali, a tratti perfino improvvisamente consapevoli delle proprie “ambizioni sbagliate”. Sullo sfondo, il regno separato del dio denaro, le riunioni esclusive, gli investitori preoccupati unicamente di conservare le proprie posizioni di privilegio economico, il moralismo che si manifesta solo quando serve ad affossare i dirigenti caduti in disgrazia, cui si mozza metaforicamente il capo come un tempo ai viceré dopo le rivolte. Un démi-monde di miliardari e di parvenus, di arrampicatori sociali e avventurieri, che cozza violentemente con quello delle vittime, dei dipendenti siriani centrifugati per il mondo dalla diaspora bellica, che a distanza di anni raccontano le loro paure, le loro delusioni rispetto alla gestione di una fabbrica “così moderna”, e che ancora non si capacitano di essere stati piantati in asso in mezzo a un inferno. Voci di vite spezzate, ancora in attesa di riscatto e di rispetto. Un affresco in cui spiccano – oltre alle giuriste protagoniste, tenacemente protese alla ricerca della verità – anche le figure di alcuni giudici e ispettori, di funzionari pubblici, mossi da un senso della giustizia e delle istituzioni che altrove sembra invece al tramonto. Justine Augier ha scritto un bel libro, chiamando le cose e le persone con il loro nome.







