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Ah, vecchie care espulsioni!

Impossibile stare nel Pd con posizioni politiche agli antipodi. L’invito di Montanari a Schlein

22 Gennaio 2026 Vittorio Bonanni  1321

Era scontato che il referendum sulla controriforma della giustizia sarebbe stata un’altra occasione di conflitto tra il vertice del Pd e i cosiddetti “riformisti” inclini a votare “sì” contro il “no” dell’intera sinistra. Non era necessario avere una sfera di cristallo per prevedere uno scenario del genere, dove una minoranza del partito preferisce sposare le posizioni della destra, come già accaduto su altri temi. E un assist per gridare alla persecuzione e al ritorno del “comunismo”, evidentemente vero e proprio incubo non solo per le forze di governo, è venuto da Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena, che ha invitato Elly Schlein a espellere la vicepresidente del parlamento europeo, Pina Picierno, e altri – Graziano Delrio, Stefano Ceccanti, tanto per fare alcuni nomi – appartenenti a quell’area da sempre avversa alla segretaria, e che oggi ha trovato anche il sostegno di nomi importanti sebbene stagionati – Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Enzo Bianco – incontratisi a Firenze lo scorso 15 gennaio.

Montanari – accusato di intromettersi in affari non suoi, perché non iscritto al partito – non è nuovo a prese di posizione scomode, che hanno il merito di mettere il dito nella piaga. Quando appunto la citata europarlamentare incontrò a Strasburgo una delegazione di un’associazione vicina ai coloni israeliani (vedi qui) – evento ben peggiore del “sì” al referendum, almeno dal punto di vista etico –, Montanari auspicò invano il suo allontanamento da un partito che si stava invece spendendo (vedi qui) contro il massacro dei palestinesi in atto a Gaza e le violenze perpetrate in Cisgiordania. La sollecitazione del professore ha il merito di avere riproposto, con forza, un tema “novecentesco” ma attuale: ovvero, fino a che punto si può restare in un partito le cui posizioni non sono condivise o sono condivise solo in minima parte?

Di fatto – se si esclude il Movimento 5 Stelle, in cui i casi di espulsione sono stati legati più a problemi di regole interne che a vere e proprie divergenze politiche, che pure non sono mancate – negli ultimi trenta o quarant’anni si sono verificate scissioni in quantità ma non espulsioni, fenomeno che storicamente aveva caratterizzato la storia della sinistra. Nel secolo scorso, ricordiamo la radiazione dal Pci dei militanti e dirigenti che facevano riferimento alla rivista “il manifesto”, allontanati perché, in occasione dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, ritennero insufficiente la condanna del partito. Alcuni (come Pietro Ingrao) non condivisero quella scelta, senza tuttavia opporvisi.

Con la fine di quell’epoca, quel modus operandi è stato messo in cantina, arrivando però a costruire in Italia un unicum in Europa, un partito in cui dovevano convivere tutto e il contrario di tutto. Il Pd di Walter Veltroni era nato così, all’insegna della confusione tra persone e anime differenti, che si trasformarono rapidamente in correnti più basate su interessi di bottega che su “nobili ideali” (vedi qui). L’arrivo alla segreteria di Matteo Renzi peggiorò la situazione. Il partito si spostò su fallimentari posizioni ancora più neoliberiste. E tuttavia, malgrado la sconfitta subita, l’uomo non si è mai arreso. Così, se da un lato si accinge a dare vita a una nuova formazione politica, “Casa riformista”, dall’altro, molti a lui affini, sono rimasti nel partito con il fine, appunto, di evitare che il Nazareno diventi una sorta di Rifondazione comunista, come ha denunciato allarmata la solita Picierno.

Come abbiamo accennato, le distinzioni non si limitano al quesito referendario. Sul conflitto israelo-palestinese le differenze sono profonde. E anche senza arrivare all’abominio di chi incontra i coloni, quest’area politica, all’interno della quale è presente gran parte dell’associazione Sinistra per Israele, non ha mai condannato in modo adeguato la politica genocidaria del governo Netanyahu. Differenze, sia pure in questo caso non molto rilevanti, si registrano anche sul tema del riarmo europeo e sull’approccio al conflitto russo-ucraino. Senza dimenticare la contrarietà ai recenti cinque quesiti referendari su lavoro e cittadinanza per gli immigrati promossi dalla Cgil. Il tutto con l’accusa a Schlein di cercare un’alleanza con i 5 Stelle e l’Alleanza verdi-sinistra: argomento, questo, tuttavia meno presente da quando il “campo largo” si è esteso a Renzi. Di fatto, si tratta di un partito più piccolo – ma fastidioso – all’interno di uno più grande, un vero e proprio parassita, che la segretaria non sa come spingere a cercarsi un’altra “casa”, magari proprio quella di Renzi. Qualcosa possibile solo con un congresso vero, che però è improbabile che si tenga. Per il momento, non possiamo fare altro che ringraziare Montanari, poi si vedrà. L’esito referendario, e soprattutto il voto del 2027, dovrebbero fare chiarezza.

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