A pochi mesi dall’assunzione della carica, il giovanissimo neopresidente del Cile, Gabriel Boric, sta già affrontando una serie di ostacoli che ne hanno fatto scendere sensibilmente il gradimento nei sondaggi. Tra questi, ci sono le proteste studentesche e i blocchi nelle strade di Santiago. Sebbene le manifestazioni non siano di per sé anti-governative, sono però un indicatore di come il leader di sinistra – egli stesso nato e formatosi politicamente nel movimento studentesco – risponderà a questo tipo di crisi. Non per nulla decine di studenti hanno ritmato Boric, escucha, únete a la lucha (“Boric, ascolta, unisciti alla lotta”) quando sono passati davanti al palazzo presidenziale della Moneda.

Gli studenti e le studentesse del Cile chiedono un aumento della somma che lo Stato assegna loro per il cibo. La Borsa di studio alimentare per l’istruzione superiore è stata fissata, dieci anni fa, a 31.000 pesos al mese (40 dollari), e da allora non è cambiata. Sono stati migliaia gli studenti che hanno occupato, quindi, le strade cilene per chiedere l’aumento delle becas, rispondendo alla chiamata della Confederazione nazionale degli studenti del Cile (Confech).

Noemí Quintana, presidente della Federazione studentesca dell’Università di Santiago, portavoce di Confech, ha spiegato che l’obiettivo è aumentare la borsa di studio a 48.000 pesos cileni (61 dollari), estendendola anche ai mesi di gennaio e febbraio, durante quella che è la pausa estiva. Al grido di “32.000 pesos non sono gli stessi di 10 anni fa!”, i manifestanti hanno sfilato lungo una delle strade principali della capitale cilena. Ma durante la protesta uno studente è stato ferito da un colpo attribuito ai carabineros. Il corteo si trovava in quel momento nel pieno centro di Santiago, quando, secondo le ricostruzioni, un poliziotto ha sparato su un gruppo di manifestanti che lo circondavano. Il presidente Boric ha chiesto ai carabineros di aprire un’indagine sulle circostanze in cui il manifestante è stato raggiunto dal colpo di arma da fuoco; mentre la portavoce ufficiale, Camila Vallejo, ha annunciato che il ragazzo, appena diciannovenne, è “ferito, ma non in pericolo di vita”. “È molto importante che l’opera di salvaguardia dell’ordine pubblico sia sempre accompagnata dalla tutela dei diritti umani, e questo implica l’osservanza dei protocolli, e implica anche la grande sfida che abbiamo assunto come governo e per la quale ci siamo impegnati: la riforma dei carabineros”, ha aggiunto la portavoce.

La manifestazione del 20 maggio è stata la prima mobilitazione universitaria su larga scala tenutasi nella capitale, da quando Boric ha assunto la presidenza l’11 marzo. “Quello che è successo oggi mostra solo, ancora una volta, che i carabineros hanno urgente bisogno di una rifondazione. Qualunque sia la ragione, nulla giustifica l’uso di un’arma contro una persona, tanto meno contro qualcuno che esercita il proprio legittimo diritto di manifestare”, ha dichiarato Noemí Quintana.

Le forze di polizia sono sotto i riflettori da anni, soprattutto a partire dai disordini del 2019, quando migliaia di manifestanti scesero in piazza per protestare contro le disuguaglianze: molti di loro finirono in carcere, per cui il neopresidente aveva espresso la volontà di presentare una legge di amnistia. In conferenza stampa, Giorgio Jackson, ministro segretario generale della presidenza del Cile, ha spiegato che il provvedimento è stato discusso con gruppi di parenti dei prigionieri e con alcune delle vittime: e ha sottolineato che l’obiettivo di questa decisione è di “sanare alcune delle ferite lasciate dalle proteste nella società cilena”.

Il progetto è stato presentato al Congresso come proposta di indulto, ed è poi stato mutato in un’amnistia, stabilendo l’estinzione della responsabilità dei manifestanti accusati di reati durante le manifestazioni, escludendo coloro che sono accusati di avere commesso reati gravi, o che hanno messo in pericolo la vita di altre persone.

In questo momento Boric si trova, da un lato, sotto le pressioni della sinistra radicale da cui proviene, che continuano a sollecitare l’approvazione della legge, senza successo, e, dall’altro, deve anche fare attenzione che le sue iniziative siano coerenti con le sue proposte sulla sicurezza. I dubbi principali sull’amnistia, infatti, risiedono nel timore di liberare condannati per reati gravi, andando così a contraddire le misure annunciate dal governo in materia di sicurezza, in questo momento sentita come esigenza prioritaria dai cittadini. Il presidente dev’essere, in questa fase, capace di trovare il giusto compromesso, mantenendo il più possibile alti i consensi, in vista della necessità di approvare la nuova Costituzione. Sono stati fatti comunque dei passi avanti in materia, con il ritiro di 139 denunce sulla base della Legge di sicurezza di Stato, facendo in modo che la legge “nonvenga utilizzata per persecuzioni ingiuste e sproporzionate”, secondo la dichiarazione resa dai ministri dell’Interno e della Giustizia, Izkia Siches e Marcela Ríos.

Un altro campanello d’allarme proviene proprio dai dati circa il consenso sulla nuova Carta costituzionale: il Paese ha infatti avviato lunedì 16 maggio l’ultima fase del processo costituente, con la presentazione della bozza della Carta alla Commissione di armonizzazione. La creazione di un sistema sanitario universale, il rafforzamento dell’istruzione pubblica, la protezione dell’ambiente o l’ampliamento dei diritti delle popolazioni indigene, sono alcune delle questioni che costituiscono la spina dorsale della proposta. L’obiettivo di un gran numero di elettori era aumentare i diritti sociali – rispetto all’attuale Carta, di marcata caratterizzazione neoliberista – e rispondere alle richieste delle massicce proteste per l’uguaglianza del 2019, che provocarono una trentina di morti e migliaia di feriti.

Per mesi i sondaggi hanno mostrato che l’opzione di approvazione del nuovo testo, il 4 settembre, godeva della maggioranza; tuttavia lo scarto tra il “sì” e il “no” è sempre più stretto. “(I dati dei sondaggi) sono un campanello d’allarme per tutti noi che confidiamo in questo processo”, ha affermato il capo di Stato cileno, che fu anche uno dei firmatari dell’accordo politico che diede il via all’inizio del percorso costituente.

Il giovane Boric sta vivendo una parabola discendente, nei primi mesi del suo governo, deludendo un po’ la speranza della sinistra mondiale, che in lui ha visto una prospettiva di rinascita. Il mandato è appena iniziato e il presidente avrà modo e tempo di riacquistare la fiducia dei cileni; sarà però necessario un complesso lavoro di mediazione.