“Devi intuire dove andrà il disco e non limitarti a seguirlo lì dove si trova, altrimenti nell’hockey non ti troverai mai al posto giusto data la velocità del gioco”. Così Steve Jobs sintetizzava ai suoi collaboratori il senso dell’innovazione digitale. Ciriaco De Mita è stato uno dei pochi politici italiani ad anticipare il disco, ma poi ha sbagliato tutti i tocchi per indirizzarlo. Un destino non dissimile da quello del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, di cui nei giorni in cui è deceduto il dirigente democristiano si celebra il centenario della nascita. Due destini fortemente intrecciati, nelle motivazioni e nella strategia che hanno seguito.

“Bisogna convincere prima la Chiesa, poi gli americani e infine l’elettorato moderato del Sud”. Così De Mita raccontava che gli rispose Aldo Moro, alla fine degli anni Sessanta, quando l’allora giovane e irruento parlamentare irpino lo sollecitava ad accelerare l’apertura a sinistra. Quelle tre categorie sociali – i cattolici, le forze atlantiche e i ceti medi periferici – rimasero il terreno di coltura di quell’incontro, mai realizzato, fra comunisti e democristiani. Berlinguer, nei suoi saggi sul compromesso storico del 1973, ragionava proprio attorno a questi tre scogli: come aggirarli e integrarli nell’alleanza popolare che immaginava?

De Mita, forse più ancora di Moro, fu l’interlocutore mancato del segretario comunista. La parabola dei due dirigenti politici appare molto simile. Entrambi vivono una grande stagione nella fase della teorizzazione di un momento innovativo della democrazia italiana; ed entrambi cominciano a logorarsi e a declinare proprio quando si trovano nel gorgo dell’applicazione di queste intuizioni.

Il democristiano e il comunista danno il meglio di loro stessi nella fase analitica e intuitiva della loro carriera, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando – intercettando i fremiti sociali dello sviluppo del Paese, che esce da uno straordinario miracolo economico – elaborano scenari e dinamiche politiche per molti versi rivoluzionarie; mentre sembrano non reggere alla prova del fuoco del governo e della complessità sociale che il cambio di paradigma tecnologico crea nel quadro italiano. Berlinguer, con gli esecutivi di solidarietà nazionale, e qualche anno dopo De Mita, nel suo duello a Palazzo Chigi con Craxi, si fanno normalizzare dalla grande bonaccia dorotea.

De Mita è più precoce di Berlinguer – e già all’inizio degli anni Sessanta si fa notare, connettendo le intelligenze dell’Università cattolica di Milano con i ceti medi irrequieti della sua Irpinia. Un cocktail che produce quella corrente della “sinistra di base”, che ibrida le elettriche scosse moderniste fanfaniane con il pensiero lungo e radicale dei morotei. Il futuro segretario democristiano è il più vivace di una nutrita nidiata di intellettuali che si rivolgono alla politica: con lui, il fratello Enrico, Gerardo Bianco, Giuseppe Gargani, il costituzionalista Ruffilli, il mitico direttore generale della Rai, Biagio Agnes.

Nel 1964, al congresso della Dc di Milano (siamo ai tempi dell’intesa con i socialisti, il Concilio Vaticano II si è appena chiuso, con il nuovo papa Montini che aveva benedetto da vescovo ambrosiano la prima giunta di centrosinistra a Milano), De Mita apre la porta del confronto con il Pci, con un intervento che rimane, ancora oggi, uno dei pezzi più pregiati dell’archivio democristiano. A soli 35 anni, è già parlamentare e leader di una scuola di pensiero più che di una corrente, che scuote la flemma dello scudo crociato, ponendo il tema di come governare il processo di sviluppo che vede lavoro e ceti medi in ebollizione.

Berlinguer è ancora un quadro in crescita, su cui si puntava per la continuità accanto a Luigi Longo, nell’anno della morte di Togliatti. Siamo nel pieno della frenesia consumista nel Paese: gli elettrodomestici e le utilitarie guidano il processo d’integrazione sociale. Mentre le piazze del Nord ribollono di giovani operai del Sud, che chiedono reddito più che potere, la pancia della Dc sta lavorando per trasformare – come spiegava un giovane Ettore Bernabei a un convegno dei fanfaniani alla fine degli anni Cinquanta ad Arezzo – “i proletari in consumatori”. Il linguaggio, per questa delicata operazione sociologica, è la pubblicità, o meglio la tv.

De Mita e Berlinguer, nelle loro circonvoluzioni teoriche, ignorano per lungo tempo il potere dei cosiddetti “persuasori occulti”, e, quando lo colgono – siamo ormai negli anni Ottanta –, con l’irruzione di Berlusconi, vedono più la parte didascalica, propagandistica, anziché quella sottile forma di omologazione che traspira dai palinsesti del servizio pubblico, più nella programmazione di intrattenimento che negli spazi giornalistici. Non parliamo poi di quel processo di graduale diluizione degli apparati produttivi, che cominciava a operare già negli anni Settanta, nel pieno di quella stagione che siamo soliti legare alla centralità operaia, trasformando i lavoratori di fabbrica in utenti di automatismi. Eppure i segnali non erano mancati: l’Olivetti, le manifestazioni degli elettromeccanici a Milano, le visioni dei “Quaderni Rossi” sul lavoro informatizzato.

La sociologia cattolica, con De Rita e i convegni di San Pellegrino del 1961 e 1962, intravede qualcosa che chiamano vagamente americanizzazione. Persino il Pci, ancora togliattiano – nel convegno, organizzato dall’Istituto Gramsci nel marzo 1962, sulle tendenze del neocapitalismo –, si addentra nei labirinti del postfordismo, misurandosi con le forme del neoconsumismo di Galbraith, con una serie di lucidi e preveggenti interventi di una leva di quadri, che rimarrà sempre in odore di eterodossia, persino quando accederà ai vertici del sindacato e del partito, come Bruno Trentin, Vittorio Foa, Lucio Magri, Lucio Libertini, il filosofo Antonio Banfi.

Sono parentesi che però non riescono a rompere l’organicismo fordista dei due giovani dirigenti politici. De Mita lavora sul versante della completezza della democrazia italiana, forzando il perimetro della sua base sociale per integrare le masse comuniste; Berlinguer vuole europeizzare il comunismo, con il consenso dei ceti medi cattolici. Entrambi nuotano contro corrente.

Il Pci arriva infatti, alla fine degli anni Settanta, dopo la prova del terrorismo e dello scontro ideologico con Mosca, stremato, quasi anticipando il fallimento della perestroika di Gorbaciov, che democratizza il sistema ma perde il partito. Soprattutto Berlinguer rimane a metà del guado nel processo di nuovo radicamento sociale della sinistra dinanzi all’evaporazione della vecchia guardia operaia. Nella sua intervista a Ferdinando Adornato dell’“Unità”, nel 1983, il segretario comunista si sforza di protendersi sul nuovo scenario tecnologico, ma non sfonda i limiti categoriali classici, e continua a parlare di alleanza fra operai, tecnici e intellettuali. Un anno dopo arriverà il Mac II, e si realizzerà la previsione di Adriano Olivetti, che parlava di “cittadini informatici”.

De Mita, dopo la scomparsa di Moro e dello stesso Berlinguer, si trova solo a contrastare la deriva moderata del Caf (Craxi, Andreotti, Forlani), cercando scorciatoie, in cui, da una parte, si propone come versione italiana della Cdu tedesca, inaugurando, con il fidanzamento con Eugenio Scalfari, una stagione tecnocratica; dall’altra, invece, cerca di barricarsi nei feudi del sottogoverno democristiano per rassicurare la fronda moderata e meridionale del suo partito. Si torna alla trimurti da conquistare: Chiesa, americani e Sud.

L’illusione svanisce, e tutti e tre gli interlocutori gli voltano le spalle: il papa polacco nella sua crociata anticomunista non presta orecchio alle fumisterie italiane; a Washington il reaganismo imperante è il meno propenso a considerare le ambizioni di democrazia compiuta demitiana; e il Sud rimane stretto nella morsa clientelare e malavitosa, che esploderà poi all’inizio degli anni Novanta. Qui De Mita, ancora una volta, come peraltro fece Moro, privilegia l’unità del suo partito alla salvezza del Paese, e ripiega in una routine governativa che lo logora per poi sconfiggerlo.

Siamo nel pieno di quell’espansione di individualismo di massa che, sostenuto dai processi informatici, incomincia a trasformare la democrazia in una audience. De Mita non trova, nel suo bagaglio culturale, strumenti e risorse, e si avvia a un triste declino, rinserrandosi nel suo territorio, dove, per resistere all’assedio dei nuovi yuppies rampanti del berlusconismo, deve incrementare la sua capacità di mediazione clientelare. Siamo nel passaggio finale, in cui il grande leader della terza fase del Paese, come intitolò il suo intervento del 1964 al congresso di Milano, diventa il tutore dell’assessorato alla sanità della Regione Campania. A quel punto, non solo il dischetto ma neanche i giocatori della partita di hockey di Steve Jobs sono nella visuale del nostro “intellettuale della Magna Grecia”, come lo definì con sprezzante aggressività Gianni Agnelli.

La sua rimane una lezione di cultura politica, sia nel bene – nel senso di saper guardare sempre oltre gli equilibri del momento – sia nel male, perché non si può sopravvivere a se stessi pur di esistere. E il dischetto digitale comunque schizza sempre più velocemente: nessuno può interrompere quella partita, solo vincerla. E non avrebbero potuto certo farlo né De Mita né Berlinguer.