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Il meticciato sarà il nostro futuro

Procediamo a grandi passi verso una nuova civiltà, in cui il “melting pot” europeo potrà essere l’occasione per ridisegnare il nostro continente in senso federalista, democratico, socialista. Un contributo al dibattito sulle migrazioni che risponde al quesito se accogliere tutti o regolamentare

19 Luglio 2021 Rino Genovese  2341

Alla domanda circa i flussi migratori posta da Guido Ruotolo nel suo articolo del 16 luglio, la mia risposta è: accogliere tutti ma cercando di regolamentare gli ingressi. Attualmente, infatti, non c’è una via legale per arrivare in Europa. Gli scafisti, le imbarcazioni di fortuna, i naufragi, le morti nel Mediterraneo, sono la conseguenza di una completa mancanza di regole. L’Europa ha chiuso le frontiere, punto e basta. Ma poi, che cosa ha chiuso? Nell’incapacità di governare un fenomeno così impressionante, per dimensioni e drammi umani, diciamo che ha chiuso le porte della propria coscienza accettando – contrariamente ai valori e ai principi proclamati – di abbandonare a se stessa una questione come quella delle migrazioni che durerà almeno per l’intero secolo. Soltanto le organizzazioni umanitarie, le Ong che salvano vite nel Mediterraneo, tengono alta la bandiera dell’Europa in questo frangente.

Regolamentare i flussi, per quanto possibile, consisterebbe nell’aprire presso le ambasciate europee dei principali paesi africani degli uffici per l’immigrazione, formando delle liste di attesa in base alle urgenze e alle priorità, grazie alle quali un africano che voglia arrivare in Europa possa, se non altro, non perdere la speranza di arrivarci. Ovviamente questo presupporrebbe una suddivisione per quote degli arrivi nei diversi paesi europei.

Ma immaginate cosa significhi oggi, per un senegalese o un nigeriano, per un etiope (in Etiopia è appunto in corso una guerra civile) o un somalo, sapere che, dopo una lunga traversata nel deserto, lo attendono i campi di concentramento in Libia, le angherie, le torture. Se qualcuno è disposto ad affrontare un simile calvario, pur di giungere in Europa, se è pronto a rischiare la morte in mare inseguendo il sogno di una vita migliore, volete che – se ci fosse un’apertura delle frontiere da parte dei paesi europei – non sarebbe disposto ad attendere anche qualche anno nella prospettiva di andare via dalla miseria e dalle guerre?

Qui è il punto. L’Europa oggi è un fortilizio chiuso in cui si può penetrare soltanto scuotendo le coscienze – quelle di un’accoglienza talvolta pelosa – mediante il proprio dramma umano. Ci si può arrivare, sì, ma laceri, affamati, sul filo dell’annegamento e della morte; i bambini, i neonati, vengono portati con sé dai migranti come rincaro nel ricatto morale: salvateci o ci avrete sulla coscienza! L’Europa un po’ salva, un po’ fa spallucce – e un po’ realizza accordi, come nel caso dell’Italia, con le bande armate, talvolta ribattezzate “guardia costiera”, affinché i “clandestini” siano riportati, come in un perverso gioco dell’oca, ai punti di partenza. Quanti sanno, però, che, per essere veramente rimpatriati nei paesi di provenienza, è necessario un assenso da parte di questi paesi che non sempre, per non dire quasi mai, sono disposti a darlo?

L’Europa rischia di perdere se stessa sulla questione delle migrazioni. Se queste avvengono, se ci sono e ci saranno ancora per un tempo lunghissimo, è perché l’Africa è ormai definitivamente “sfasciume pendulo sul mare” (per usare un’espressione con cui Giustino Fortunato definiva le regioni meridionali italiane): un suo sviluppo economico si è rivelato impossibile. Le ragioni di ciò non sono semplici da spiegare: al primo posto c’è, naturalmente, una decolonizzazione andata a male e mai davvero portata a termine (si pensi al ruolo che ancora oggi gioca una ex potenza coloniale come la Francia in quella parte del mondo); ma poi c’è la conclamata incapacità di quelle regioni a uscire dalle lotte intestine a sfondo tribale, su cui da ultimo si è innestata una ideologia islamista, di ripresa di non si sa bene quali tradizioni più o meno inventate, che non favorendo la distensione e la pace, acuisce i drammi. L’Africa oggi ha un’unica speranza – ed è l’Europa. Proprio nel senso di trasferirsi qui da noi.

Lo so, è una prospettiva impressionante, paragonabile a quelle “migrazioni di popoli”, come sono dette in Germania, che da noi vanno sotto il nome di “invasioni barbariche”. Ma vi immaginate se in Italia fossimo rimasti agli antichi romani! Le civiltà muoiono perché altre se ne formino. L’Europa dovrebbe promuovere oggi se stessa nel mondo come portatrice di una nuova civiltà. E le carte per farlo le avrebbe. Da condurre nel futuro, che è poi quello del nostro ventunesimo secolo, ci sono le idee di democrazia e di socialismo. Non certo le “radici cristiane”, che non possono essere “accoglienti” di per sé e rischiano anzi di aprire altri conflitti; non certo le arti e la letteratura (che volete che se ne faccia un africano di Dante o di Goethe?); ancor meno, ovviamente, gli orgogli nazionali (che cosa possono contare, nella costruzione di una nuova civiltà, le differenze di lingua e di storia tra i paesi europei?); ma soltanto le semplici idee di democrazia, come insieme di regole e procedure non violente nel trattamento delle lotte civili, e di socialismo come critica del capitalismo e delle sue storture.

A questo proposito ci si interroga sul fatto che lo Stato sociale – grande invenzione novecentesca europea – è, fin qui, sempre stato progettato e realizzato su basi nazionali. Ma “se così è, così non deve rimanere” – avrebbe detto il Galileo di Brecht. Lo Stato sociale va interamente ridisegnato sulla base di un federalismo europeo come organizzazione statale sovranazionale. Ciò significa che l’avvento di un meticciato culturale europeo – verso cui avanziamo a grandi passi, e che è inevitabile, perché i poveri del mondo non hanno più voglia di restare tali – dev’essere anche il momento di un ripensamento generale della funzione “Stato”, al di là delle tradizionali coordinate europee degli Stati nazionali.

Ci soccorre proprio qui l’idea di un socialismo federalista. È dall’unione di gruppi e individui, con una spinta dal basso, che può nascere, o rinascere, quel federalismo che poco alla volta integra culture differenti in un melting pot (per usare un termine americano) antinazionalista e antirazzista; ed è soltanto in un processo di rottura con l’ancora prevalente concezione capitalistica della produzione e del consumo che le diversità possono trovare un interesse reciproco nell’affratellamento di una lotta comune.

Al tempo stesso è “dall’alto” dell’attuale, pur difettosissima, costruzione europea che, mediante forme d’integrazione progressivamente più avanzate, si può incidere sui particolarismi nazionali. Perciò bisogna dare seguito alla minaccia di tagliare i fondi a paesi come l’Ungheria: perché queste nazioni devono comprendere che o si adeguano alla nuova civiltà nascente o saranno fuori dall’Europa in senso politico. Diventeranno pure espressioni geografiche, o gli ultimi bastioni del passato in cui troveranno rifugio tutti i Salvini e le Meloni.

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TagsAfrica democrazia Europa immigrazione migranti Rino Genovese socialismo

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