C’è un dato che emerge dal dossier dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che fa riflettere. Anche chi di immigrazione si occupa da trent’anni, resta colpito dal seguente dato: nel primo semestre del 2021, 31.500 migranti – salpati a bordo di mezzi di fortuna, gommoni, barconi – sono stati intercettati e soccorsi dalle rispettive guardie costiere degli Stati nordafricani. Per la cronaca, nel primo semestre del 2020 erano stati 23.117. Tra questi, oltre 15.300 sono stati riportati in Libia dove, secondo le organizzazioni umanitarie internazionali (e ormai secondo tutti), i migranti sono soggetti a detenzioni arbitrarie, estorsioni e torture.

Mentre venivano resi pubblici i risultati del dossier dell’Oim, il Pd di Enrico Letta portava a casa il voto della Camera che impegna il governo a trasferire nel 2022 la missione di finanziamento della guardia costiera libica all’Unione europea. Molti mugugni a sinistra, con una trentina di deputati che avrebbero voluto approvare un provvedimento che chiudesse definitivamente i finanziamenti alla guardia costiera libica.

Il tema del rispetto dei diritti umani è serio e chiama in causa principi e comportamenti della comunità internazionale. Ma nello stesso tempo il dibattito che si è aperto sul sostegno alla guardia costiera libica, e non solo, ci interroga sulla legittimità di una politica estera e sull’impegno per governare i flussi migratori.

Se si ragiona su questi elementi, ci si rende conto che siamo finiti in un cul de sac, o meglio che la maionese è impazzita. Dovremmo avere il coraggio, per esempio, di teorizzare che gli Stati nazionali non dovrebbero esistere più e che la libera circolazione degli uomini e delle donne dovrà essere una conquista del nuovo millennio.

Proviamo a ragionare su alcuni dati. I migranti dobbiamo respingerli noi o le guardie costiere dei paesi da dove salpano? Dagli anni Novanta, a partire dagli Stati Uniti, la questione degli immigrati viene gestita dal punto di vista di una questione di ordine pubblico e di sicurezza nazionale. Pensate ai migranti dell’America latina che premono per entrare negli Stati Uniti. O al perpetuo flusso migratorio dalla lontana Cina, che ha invaso l’Europa e tutti i continenti. E poi ai popoli di quei paesi in guerra.

Se il fenomeno migratorio ha assunto queste dimensioni e caratteristiche, gli Stati come devono affrontare il problema? Chiudendo le frontiere, aprendole a tutti o tentando di governare il flusso? E come?

Credo che tutti converranno nell’affermare che l’“invasione” non controllata dei migranti provocherebbe problemi. E allora perché non dovremmo sostenere gli Stati rivieraschi del Mediterraneo che intercettano in mare decine di migliaia di migranti diretti in Europa? Perché alcuni di questi paesi, vedi la Libia, non sono democratici? Allora semmai il problema è bloccare i migranti prima che entrino in Libia. E dunque in Egitto, Sudan, Ciad, Niger, Algeria e Tunisia. Ma quanti, tra questi paesi, garantiscono la democrazia?

C’è molta ipocrisia nell’affrontare il problema migratorio. Da parte della stessa Europa, e non solo da parte di Orbán. Per anni l’Italia è stata lasciata sola nel gestire gli sbarchi di migranti. Poi, in un anelito di solidarismo, Bruxelles ha fissato le quote di migranti che ogni Paese avrebbe dovuto accogliere. E il piano è fallito miseramente. Abbiamo preferito finanziare la Turchia di Erdogan pur di bloccare il flusso migratorio che arrivava dalla Siria.

Diceva un vecchio e saggio ministro dell’Interno che questo flusso è come un fiume carsico che prima o poi deve trovare una via d’uscita. È una pentola a pressione che deve sfiatare. In una conferenza Europa-Africa tenuta a Tripoli alla metà del 2000, Muammar Gheddafi fece una lezione di storia ai leader europei, ricordando loro il colonialismo che aveva depredato le risorse di quei paesi oggi al centro dei flussi migratori. Era vero, ma il problema, com’è facile immaginare, è più complesso. Non servono i demagoghi a risolverlo.

Il rapporto dell’Oim denuncia che il Mediterraneo è, sempre di più, il cimitero di migliaia di migranti che tentano di attraversarlo per raggiungere le coste dell’Europa. Nei primi sei mesi del 2021, i morti sono stati 1.146. Il doppio del primo semestre dell’anno precedente, quando i morti si fermarono a 513.

Dopo una apparente diminuzione del fenomeno migratorio verso l’Europa, secondo il dossier dell’Oim, nei primi sei mesi di quest’anno il numero dei flussi migratori verso l’Europa è aumentato del 58% rispetto al 2020. Dobbiamo finanziare le guardie costiere dei paesi rivieraschi del Mediterraneo? O dobbiamo accogliere tutti quelli che raggiungono le nostre coste?

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