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Chi sono i mercenari russi del gruppo Wagner

(Questo articolo è stato pubblicato il 25 febbraio 2022) Uno dei film “storici” di James Bond si chiamava Dalla Russia con amore. Da Mosca...

Se la guerra diventa convivenza

Circa sessanta funzionari dei servizi di sicurezza ucraini sono rimasti nelle zone occupate dai russi. Solo la punta dell’iceberg di una realtà più complessa, in cui almeno seicento o settecento dipendenti di medio e alto livello dell’amministrazione di Kiev hanno deciso di non seguire le forze ucraine in ritirata. Più che di un tradimento, si tratta in molti casi di una semplice scelta di vita, da parte di famiglie che continuano ad abitare territori nei quali la convivenza con i russi non è certo un’eccezione. Ovviamente, dopo questi mesi di guerra, l’opzione di rimanere nelle aree occupate non può essere considerata, soprattutto da parte di dirigenti dei servizi di sicurezza, come una semplice decisione logistica. E infatti la conseguenza di queste scelte è che il presidente Zelensky ha fatto arrestare Ivan Bakanov, il capo dei servizi segreti ucraini, insieme con la procuratrice generale Iryna Venediktova, che paga anche per molti dei suoi collaboratori dell’amministrazione giudiziaria ancora residenti nelle regioni invase dalle truppe di Mosca.

Più che una guerra, quella in Ucraina sta diventando una convivenza combattuta. Da mesi, ormai, le due comunità – ucraina e russa – si trovano spalla a spalla nell’organizzare forme di condivisione del territorio. E questa promiscuità fra parenti – perché tali sono russi e ucraini – sta imbarazzando i vertici dei due Stati. Sono infatti davvero centinaia e centinaia i casi di cambio di fronte, o di semplice adattamento a una convivenza forzata.

Incontri sulla via di Königsberg: la guerra secondo i filosofi

Strano pensare che la sonnacchiosa, provinciale cittadina della Prussia orientale, in cui secondo la leggenda Immanuel Kant scandiva il ritmo delle giornate con le...

Autunno caldo ma senza termometro

Stupiscono le assonanze di clima e frenesia che collegano questa vigilia di estate a quella dei primi anni Sessanta, diciamo ’62 e ’63, per come ce l’ha ricordata il film Il Sorpasso che abbiamo rivisto in questi giorni per ricordare la scomparsa dell’attore Jean-Louis Trintignant. La corsa al mare, l’ansia di mondanità, la competizione nei consumi. Allora eravamo nel pieno del miracolo economico, con alle spalle la lunga stagione di ristrettezze della guerra. Oggi siamo nel terzo millennio, dopo aver attraversato crisi finanziarie, quale quella del 2008, agganciato riprese momentanee, per trovarci nel limbo di una pandemia che ha disorientato paralizzandolo il mondo, e per condurci poi all’inimmaginabile, fino a qualche mese fa, scenario di guerra, con missili e bombardieri nei cieli d’Europa. Un quadro distopico, che non riesce a frenare il sold out che da maggio campeggia in ogni località del Bel Paese. Da nord a sud, tutti in fila fra mare, montagna e città d’arte – invasi da turisti stranieri come non mai, e con battaglioni di italiani che prenotano fino a settembre.

Ovviamente, dopo i due anni di confinamenti e restrizioni non era imprevedibile questo scatto alla riapertura delle gabbie. Cosa che invece dovrebbe interrogarci è come mai questo “edonismo reaganiano” di massa – come avrebbe detto ai suoi tempi Renzo Arbore – non sia minimamente scalfito, se non diluito, dalle previsioni per il prossimo autunno. Il combinato disposto della guerra con un ancora tenace e minaccioso Covid non lascia spazio a molte illusioni. Già oggi, siamo alle soglie di un’emergenza energetica, con il taglio del 50% delle forniture di gas russo, mitigato solo parzialmente da una provvidenziale diversificazione nei rifornimenti grazie ad Algeria e Azerbaijan, mentre contemporaneamente si profila la massima approssimazione alla carestia cerealicola mai profilatasi in Europa negli ultimi due secoli. Il blocco dei porti ucraini, con l’azione di boicottaggio che i russi stanno conducendo nei confronti dei raccolti di grano e mais, fanno pensare che l’intera catena alimentare subirà un’impennata micidiale dei prezzi, che spingerà alla fame i Paesi più vulnerabili del Mediterraneo (e più in generale del continente africano), e nel vecchio continente permetterà esplosioni speculative sui prodotti più determinanti, come i mangimi per l’intera filiera degli allevamenti, e le farine per tutto il ciclo di pani e paste.

Dalla ex Jugoslavia all’invasione russa dell’Ucraina

Un filo rosso unisce le guerre europee dai Balcani all’Ucraina, dopo la caduta del Muro di Berlino. Si tratta di guerre nella cui interpretazione...

La strana guerra del battaglione Azov

Forse aveva ragione Carl von Clausewitz quando insisteva sul disordine soggiacente a ogni guerra. La guerra non è un universo ordinato ma caotico. Il campo di battaglia è qualcosa di più del luogo del dispiegamento e della concretizzazione di una strategia razionale, è uno spazio in cui si mescolano forze orientate a uno scopo ed eventi casuali e imprevedibili, in cui compaiono repentinamente figure e forme ingannevoli, cui non sempre è il caso di affidarsi. Nel conflitto attuale ritroviamo tutti questi elementi noti, unitamente a un’altra componente invece inedita, e cioè la compresenza in esso di tratti modernissimi e innovativi: tecnologie avanzate e sistemi di software sofisticati, social media, riprese satellitari e comunicazione in tempo reale, che convivono con aspetti tipici delle guerre novecentesche: dagli scontri tra carri armati ai tiri di artiglieria, fino alle trincee da prima guerra mondiale.

La guerra tra Russia e Ucraina è una sorta di sintetico repertorio di quanto i conflitti dei secoli scorsi ci hanno consegnato in eredità, inclusa la minaccia nucleare. Una “esposizione universale” diacronica delle metodologie di combattimento e di lotta, ma anche un tornare di ideologie e visioni del mondo rimaste a lungo nel frigorifero della storia. Questo lo sfondo su cui si può leggere la vicenda del complesso industriale dello Azovstal a Mariupol’ e del battaglione Azov, incaricato di difenderlo a oltranza.

Discorsi ai bambini per l’infantilismo degli adulti

È il 2021, il mandato di Sergio Mattarella volge al termine, si discute sulla successione. I partiti sono afasici e condizionati da ricatti lobbistici, le formule politiche suonano vuote di contenuto e astruse nelle forme, i problemi aperti sono parecchi e il personale istituzionale è inadeguato. Ci si sta rendendo conto che, fra ruggini e veti incrociati, gli ostacoli all’elezione del nuovo presidente pesano. Facendo visita a una scuola, mentre i bimbi sventolano bandierine, Mattarella si schermisce: “Io sono vecchio, tra qualche mese potrò riposarmi”. Tutti registrano con cura e, naturalmente, se molti si rammaricano in pubblico, ci sono altri che hanno l’acquolina in bocca in privato. Però, vecchio: che parola tabù, nel linguaggio della comunicazione. Si dice anziano, magari terza età. Al limite si parla di vasta esperienza, di lungo percorso; e Berlusconi, alle elezioni politiche, strizzando l’occhio alla prudenza risparmiosa, ha detto “sono l’usato sicuro”.

Con quel vecchio, che è una franca ammissione di umanità e anche una velata rinuncia, mentre parla a chi ha la vita davanti, Mattarella si affaccia sulla scelta del prossimo titolare del Quirinale e in pratica si mette di lato. Ma quest’anno, proprio lui, diventa il nuovo presidente. C’è la possibilità che, nell’insieme, le sue funzioni come capo dello Stato durino quasi tre lustri. Non è chiaro se quei bambini abbiano ricevuto spiegazioni.

La favola bella di Di Maio

Se non fosse che l’epoca poco si presta a fare dello spirito, verrebbe quasi da liquidare con una battuta la proposta per la pace in Ucraina avanzata dal governo italiano per bocca del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, riducendola ai termini di una favoletta da raccontare la sera ai bambini, quello che a Napoli potrebbe chiamarsi “trattenemiento de peccerille”. I quattro punti per la pace, che Di Maio ha sottoposto un paio di giorni fa, a New York, al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, meritano invece un’analisi attenta, dato che, viste le minacce sempre più gravi che incombono sull’Europa, vale la pena di riflettere su ogni proposta che viene avanzata, possa essa sembrare più o meno praticabile o sensata. Il documento – i cui contenuti sono stati anticipati ieri da “Repubblica”, e che è stato elaborato dalla Farnesina in collaborazione con Palazzo Chigi – è stato per ora illustrato in dettaglio unicamente ai diplomatici dei ministeri degli Esteri del G7 e del Quint (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia).

Riassumiamo quanto è emerso finora del testo, di cui non è stato ancora possibile prendere visione integralmente. Si prevede un percorso in quattro tappe, sotto la supervisione di un Gruppo internazionale di facilitazione, composto da Paesi membri della Unione europea, cui si affiancherebbero anche Paesi non europei ma membri dell’Onu. Il primo passo è il cessate il fuoco, poi verrebbe discussa la possibile neutralità dell’Ucraina, cui seguirebbe l’analisi delle questioni territoriali – Crimea e Donbass in primis –, e infine si darebbe vita a un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. A ogni singolo passaggio, andrebbe verificata l’osservanza degli impegni assunti delle diverse parti, chiave per poter passare al livello successivo delle trattative.

Cause delle guerre e geopolitica a fumetti

Le cause delle guerre sono complesse, talvolta inafferrabili: ogni sguardo su di esse rischia di essere angusto e parziale, quando non del tutto fuorviante, se non è ispirato a una molteplicità di punti di vista. Si va da un generico discorso sull’innata aggressività umana a quello intorno alla necessità, cui le guerre risponderebbero allo stesso modo delle epidemie, di porre un freno alla sovrappopolazione umana sulla terra. Più perspicuo appare l’argomento economico (tirato in ballo anche da papa Bergoglio), che riconduce le guerre all’interesse dei fabbricanti e dei trafficanti d’armi, i quali farebbero dei diversi teatri bellici l’occasione per mettere alla prova i loro mortiferi congegni. E il vecchio materialismo storico indurrebbe a sostenere che l’aggressione dell’Ucraina, da parte della Russia, si può interpretare con il desiderio di quest’ultima, o dei suoi circoli economico-finanziari, di mettere le mani sulle risorse minerarie del Donbass. Oppure, nel senso di una “distruzione creatrice” alla Schumpeter, si potrebbe affermare che la vera posta in gioco di un conflitto sia quella di stabilire a chi andrà in seguito, con la pace, il grande affare della ricostruzione.

Poi c’è la geopolitica. Molto in voga, in questo momento, essa vede le guerre incardinate nella politica di potenza di Stati e nazioni, o anche di etnie, in lotta tra loro per la difesa dello “spazio vitale”: il che prende spesso la forma di una contesa intorno alla definizione o ridefinizione dei reciproci confini. Questo modo di pensare – che ha una matrice nettamente conservatrice – affonda le radici in una concezione realistica della politica, che fa delle relazioni interstatali, fissate di volta in volta nei rapporti di forza, un principio granitico – e quindi delle guerre il modo per giungere a equilibri almeno temporaneamente pacifici. È ciò che si può presumere ritengano Putin e la sua cerchia, secondo cui la Russia “stava meglio” quando l’Ucraina non esisteva affatto, e il suo compito storico attuale sarebbe o di cancellarla dalla carta geografica come entità indipendente, o di ridurne di molto il territorio.

Una lettera sulla guerra

Cari amici, vi ringrazio dell’invito a scrivere nuovamente sulla guerra in Ucraina. Sul piano strettamente politico, non ho nulla di più da dire rispetto...