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Le possibili conseguenze economiche della guerra

Il paradosso per cui l’unica certezza è l’assenza di certezza è tornato di moda. L’ha usato anche il ministro dell’Economia, Daniele Franco, per giustificare...

Orbán rieletto, l’Ungheria non cambia

L’Ungheria non ce la fa a liberarsi di Orbán. Anzi. Non vuole. Per la quarta volta consecutiva il partito del leader sovranista di Fidesz...

Diritto alla resistenza. Un dialogo

In una recente e persuasiva risposta, Rino Genovese mi ha fatto notare che, in un precedente articolo per “terzogiornale”, avevo scritto che il nostro problema è non credere più: ma se davvero il problema fosse che non crediamo più in nulla – ha osservato –, allora avrebbe ragione il patriarca di Mosca, che giustifica la guerra dicendo che la legge di Dio è sfidata dall’Occidente, e per questo essa va combattuta e vinta. All’opposto, si potrebbe contraddirlo dicendo che la volontà di Dio, la sua vera legge, ci chiedono di sconfiggere Putin. Ma non si crede soltanto in Dio, che non sapendo se esista si può solo “credere che esista” o “credere che non esista”. Altrettanto può valere per la libertà, per l’uguaglianza, per la fraternità. Esistono? Forse non esistono, o potrebbero esistere se noi crediamo che esistano e che possano esistere, o addirittura che debbano esistere. Si crede, o non si crede, oltre che in Dio, in molte altre cose. Questa guerra, come spesso accade con le guerre, ci pone purtroppo davanti alla domanda: in che cosa crediamo?

Da tempo il dibattito principale, molto ideologico, riguarda una domanda: è giusto o sbagliato armare gli ucraini? La discussione è ideologica perché pochi l’hanno riferita a un caso concreto: un signore, residente a Mariupol’, si trova i tank russi non distanti da casa. È giusto mandargli un’arma idonea a respingere l’assalitore? La questione diviene ideologica quando si esce dal contesto materiale e si entra in quello immateriale. Perché è arrivato quel carro armato? Cosa ha fatto il governo del Paese in cui quel signore risiede per provocare l’aggressore? Quale imperialismo ha mosso il tutto? Ciò è importante, anzi importantissimo, ma appartiene al mondo delle idee, le nostre. Tutti vorremmo conoscere la verità, ma abbiamo idee diverse al riguardo, nessuno di noi conosce la Verità. L’unica che conosciamo per certa è quella del tale signore con il carro armato davanti a casa.

Il fondamentalismo binario dell’Occidente

Guardo i morti (dalle foto dei quotidiani) e mi chiedo: chi era quello? Un generale, un soldato, un marito, un padre? Un russo, un...

Il chiacchiericcio sulle armi e il vincolo della deterrenza

Guerra in atto e pandemia niente affatto conclusa rendono le polemiche italiane sull’aumento delle spese militari un chiacchiericcio. Ci sarà l’ennesimo voto di fiducia chiesto da Draghi, o altra soluzione parlamentare, a fare testo e a dare il via libera all’aumento del budget militare auspicando una politica di difesa su scala europea. Intanto, Giuseppe Conte vede legittimata la sua leadership su ciò che rimane dei 5 Stelle, con il 94% nel referendum interno e con il suo alzare la voce cercando di recuperare la radicalità delle origini. Come risponderà il ministro Lugi Di Maio, che su guerra e armi marcia come un soldatino, è un dettaglio che interessa solo chi è ancora grillino.

Il problema non è perciò la precarietà degli equilibri di governo – destinati a restare tali fino alle elezioni politiche del 2023 –, quanto piuttosto l’atteggiamento politico nei confronti della guerra Russia-Ucraina. Forse l’Italia tornerà in gioco se si dovesse scegliere la linea della soluzione di Paesi garanti della neutralità e della sicurezza dell’Ucraina (il negoziato in corso in Turchia); non c’è dubbio, però, che finora il governo Draghi (come il Pd) non abbia brillato per iniziativa in campo europeo. Il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto maggiore protagonismo e visibilità, provando a convincere Putin alla trattativa e parlando con le parti in conflitto (grazie al ruolo avuto da Macron nell’ultimo mese, quasi sicuramente sarà lui l’inquilino riconfermato all’Eliseo nelle prossime elezioni di aprile in Francia).

La sinistra latinoamericana e la guerra in Ucraina

In un recente articolo apparso su “ciperchile.cl”, lo scrittore nicaraguense Sergio Ramírez – già vicepresidente del primo governo sandinista, e ora in esilio per...

Mostri di carta: la Russia contro “La Stampa”

“La Stampa” pubblica un articolo che gira intorno all’assassinio di Putin. Nel Paese del “qui lo dico e qui lo nego” il linguaggio dev’essere un altro, specialmente adesso. Il quotidiano torinese, poi, è tra i più schierati in favore dell’Ucraina. L’ambasciatore russo perde la testa e sporge denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato; il gesto diventa un’occasione mediatica. Una fotografia, non si capisce se casuale o maliziosa, ritrae il diplomatico con l’aureola vermiglia di un segnale di sosta vietata, facendone la caricatura di un’icona. La Federazione nazionale della stampa reagisce indispettita e annuncia di voler essere parte civile, ricordando che i giornalisti sono già bersagliati da azioni legali e querele-bavaglio.

Come se non bastassero settimane di violenza, migrazioni forzate, morti e distruzioni, si devono vedere scaramucce in cui il senso delle proporzioni e della realtà sembra un caro ricordo. L’attendibilità della “Stampa” era nota al popolo torinese, anche quando Torino era la Fiat e la Fiat era il movimento operaio. La chiamavano con una parola mezza sprezzante, mezza affettuosa e tutta convinta: la busiarda. La memoria della vecchia ambasciata sovietica a Roma non deve avere lasciato tracce, in quella russa di oggi; eppure è probabile che una parte del personale sia di lungo corso, e l’ambasciatore Razov è un diplomatico di carriera. Se guardassero meglio negli archivi troverebbero, per esempio, che il più famoso fra i padroni storici del quotidiano, Gianni Agnelli, partì volontario nella criminale aggressione italiana all’Unione sovietica, e lo rivendicò come un merito.

E adesso pover’uomo?

La notizia della modella moglie di un oligarca ucraino, fermata al confine ungherese con alcuni milioni di dollari in contanti nelle valigie, richiama alla mente, per una di quelle associazioni che fanno cortocircuito, il titolo di un famoso romanzo tedesco degli anni Trenta – autore Hans Fallada – che descrive la caduta della Repubblica di Weimar. Verso la guerra, in quel frangente, si scivolò a poco a poco, e la tappa fondamentale del processo fu l’avvento al potere di Hitler. Nel caso dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina, invece, tutto è avvenuto più velocemente: fino al 24 febbraio scorso, in Europa, ben pochi avrebbero detto che Putin sarebbe arrivato a tanto, finendo – come ormai è chiaro – con l’impantanarsi in un’avventura militare di cui non si intravede lo sbocco.

La ragione dell’accostamento è presto detta. La donna e l’uomo di potere sono ormai “poveri ricchi” finiti in un casino, sullo sfondo di avvenimenti più grandi di loro. Il nazionalismo ucraino (pur senza perdere di vista la distinzione tra l’aggredito e l’aggressore) è fatto della stessa pasta di quello di Putin: entrambi eredi della spartizione delle spoglie dell’ex impero sovietico e del suo capitalismo di Stato. La differenza non sta nell’entità del fenomeno – spaventosamente enorme da ambedue le parti –, ma nelle diverse condizioni geopolitiche sotto cui quella spartizione è andata avanti. L’Ucraina aveva concordato con il Cremlino, nel momento in cui si scioglieva formalmente l’Unione sovietica, che la sua indipendenza nazionale sarebbe stata garantita, e che la Russia, in cambio, si sarebbe presa le testate nucleari presenti sul suo territorio. Così fu; ma gli anni successivi, in un modo imprevedibile, furono quelli della crescita in Ucraina di un sentimento e di un movimento antirussi, fino agli accadimenti del 2014, che ebbero come ritorsione l’annessione della Crimea da parte di Putin.

Caro energia, chi lo paga?

Se c’è una rivelazione che i tragici eventi degli ultimi anni (prima la pandemia con i governi e i bilanci pubblici gestori esclusivi dell’emergenza,...

Pace o guerra? Una replica a Riccardo Cristiano

No, caro Riccardo, non direi che la ragione per cui in Occidente non ci si appassioni più di tanto a questa guerra – e, da parte di alcuni, si voglia mettere a essa uno stop al più presto, anche al prezzo di una resa di Zelensky e dei suoi – sia da ricercare nel fatto che “noi” non crediamo più in nulla (il che darebbe ragione alla propaganda di Putin e a quella del suo fustigatore dei costumi, il patriarca di Mosca). Sono piuttosto le forti preoccupazioni per un allargamento del conflitto, e per il rischio di scivolare in una guerra mondiale, che fanno propendere coloro che amano la pace verso una sua rapida risoluzione, anche a costo di preferire che il Paese aggredito perda una parte delle proprie città e dei propri territori. La battaglia per la battaglia che senso avrebbe? E che cosa potrebbe mai significare, per gli ucraini, “vincere” la guerra se non sedersi comunque a un tavolo per cercare di raggiungere un compromesso, oggi, dopo la loro resistenza, in una situazione meno sfavorevole di quella in cui si sarebbero trovati se si fossero sottratti allo scontro? A essere in gioco, però – e questo deve esserci chiaro –, è un urto tra nazionalismi. In Ucraina, ancor più che in Russia, esiste una corrente di opinione, una voce contraria alla guerra, disposta velocemente a porvi fine?

Su queste colonne ho sostenuto la necessità di inviare armi all’Ucraina – ma per costringere la Russia, in un soprassalto di realismo politico, a trattare. Non si tratta di battersi, con il coltello tra i denti, per i propri “valori”, per la democrazia e la libertà, che possono essere anche soltanto vuote parole; si tratta della ricerca di una via negoziale, nelle mutate circostanze, che sono quelle conseguenti all’aggressione russa. In questo senso gli aiuti, da parte dell’Occidente – a parte quelli umanitari, che devono essere senza limiti e ad ampio raggio –, dovrebbero essere subordinati alla certezza che in Ucraina non prevalga una linea ultranazionalista, quella espressa dal famigerato battaglione Azov (che, da gruppo paramilitare che era, fu integrato a pieno titolo nelle forze armate regolari).