Strano pensare che la sonnacchiosa, provinciale cittadina della Prussia orientale, in cui secondo la leggenda Immanuel Kant scandiva il ritmo delle giornate con le sue metodiche passeggiate – sempre allo stesso orario, facendo immancabilmente il medesimo percorso, tanto che gli abitanti regolavano gli orologi al suo passaggio –, sia oggi uno dei punti caldi del conflitto europeo. Occupata nel 1945 dai russi, e progressivamente de-germanizzata, ha assunto nel secondo dopoguerra il nome di Kaliningrad. Divenuta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica una vera e propria enclave, senza più collegamenti diretti con il territorio russo, collocata com’è tra Polonia e Lituania, la città è importante per diversi motivi: non solo ha una posizione strategica per il controllo del Baltico, ma è anche prossima alla sede di una flotta e a installazioni missilistiche, e riveste inoltre il ruolo di un vero e proprio avamposto proiettato verso l’Europa occidentale e le postazioni della Nato. Per questo insieme di motivi, è stata a lungo una città chiusa, cui non era permesso accedere, e in cui sono state concentrate la logistica militare e – si sospetta – armi atomiche.

Dietro il suggestivo scenario architettonico di quel che rimane di una cittadina della Germania romantica, non si può senza apprensione e malinconia intravedere i silos che pare celino i micidiali missili nucleari Sarmat, oggi incombenti sulla Lituania. Per una ironia della storia, si è trasformata in una sorta di polveriera pronta a esplodere proprio la “città filosofica” in cui Kant, nel 1795, scrisse il suo Progetto per una pace perpetua. All’epoca, l’Europa veniva da anni di tensioni e conflitti, e altri se ne preparavano, chiaramente presagiti dal filosofo, per cui il testo aveva il senso di un monito, più che di una proposta politica immediatamente praticabile. In una nota accorata del testo Kant scriveva infatti, pieno di speranza: “Le massime dei filosofi circa le condizioni che rendono possibile la pubblica pace debbono essere prese in considerazione dagli Stati armati per la guerra”. Una pia illusione?

E oggi cosa dicono i filosofi su quanto sta avvenendo? Qualcuno li prende in considerazione? La riflessione ritorna di attualità nel momento in cui la questione di Königsberg sta assumendo aspetti sempre più drammatici, dato che la Lituania, applicando le sanzioni, ha limitato gli scambi tra Kaliningrad e la Russia, ricevendo in cambio pesantissime minacce.

Viene in mente proprio quanto diceva Jürgen Habermas, in una lunga intervista alla “Süddeutsche Zeitung”di fine aprile, passata per la verità senza alcuna eco. Il vecchio filosofo, ormai ultranovantenne, metteva in guardia l’Unione europea dal fare mosse avventate, criticando in particolare la fornitura di armi all’Ucraina; e sosteneva che non c’è la possibilità di vincere una guerra su cui aleggia la possibilità dell’uso dell’arma atomica. Per Habermas, se è giusta l’autodifesa dell’Ucraina, la risposta europea dovrebbe stare all’interno di due estremi da scongiurare entrambi: la sconfitta totale dell’Ucraina, da un lato, e l’escalation del conflitto in una terza guerra mondiale, condotta con armamenti nucleari.

Riprendendo appunto la tradizione pacifista di ascendenza kantiana, Habermas ha sostenuto le prudenti posizioni di Olaf Scholz, che ha cercato di evitare un invio incontrollato e totale di armi all’Ucraina, dato che ciò avrebbe significato un sempre maggiore coinvolgimento tedesco nel conflitto (su questo, vedi il nostro articolo del 2 giugno scorso). Ha fatto anche notare che esiste una soglia sempre più esile tra la fornitura di armi e una escalation della guerra: il che rende il margine di manovra per la diplomazia estremamente limitato, e la situazione progressivamente sempre più rischiosa, con la possibile dilatazione di un conflitto regionale a una scala europea, se non planetaria. Habermas ha insistito, a questo proposito, sulla necessità di un aiuto che rimanga al di qua della linea rossa di un coinvolgimento diretto nella guerra, dato che si sta giocando una “partita a poker che rischia di finire male”.

Sulla fornitura indiscriminata di armi all’Ucraina, ha avanzato qualche dubbio pochi giorni fa anche un altro filosofo tedesco, spesso su posizioni contrapposte a quelle di Habermas, Peter Sloterdijk. Nel corso della presentazione del suo ultimo libro, Sloterdijk ha insistito su una dimensione “distorsiva” e “allucinatoria” che caratterizzerebbe l’operato di Putin, un visionario che “si sveglia la mattina e vede la Russia circondata”; il leader russo, a suo avviso, “non fa semplici affermazioni controfattuali, ma costruisce una storia interamente falsa con l’ausilio di pochi frammenti di realtà correttamente compresi”. E ha rincarato la dose aggiungendo che “raramente c’è stato un politico in cui la menzogna costituisca una parte così grande delle sue espressioni linguistiche”. Per Sloterdijk, la situazione creatasi sarebbe il frutto di un “dilettantismo frenetico”. Putin viene descritto come un “piccolo uomo, relativamente insignificante, arrivato a capo di un grande complesso politico, che ora fantastica sulla sceneggiatura corrispondente”. Ma a una domanda diretta sull’invio di armi pesanti all’Ucraina, Sloterdijk si è espresso in maniera analoga a Habermas, sostenendo che “la fornitura di armi pesanti sarebbe più o meno sinonimo di ingresso nel conflitto. Se i politici occidentali Scholz e Macron e persino gli Stati Uniti lo hanno finora evitato ci sono buone ragioni”.

Ultimo, in ordine di tempo, a irrompere nel dibattito sulla guerra è il filosofo sloveno Slavoj Zizek, che sostiene invece, in una recentissima intervista al “Guardian”, la necessità di un aiuto pressoché incondizionato all’Ucraina. Zizek, come sempre provocatorio, non risparmia gli strali al pacifismo neutralista, che vede sostanzialmente minoritario e impotente, e afferma che “oggi non si può essere di sinistra se non si sta inequivocabilmente con l’Ucraina”, vista e considerata la dimensione che assume il “piano imperialistico globale di Putin”.

Mentre i filosofi discutono, la situazione a Königsberg-Kaliningrad si fa sempre più tesa, e il rischio della escalation paventato da Habermas sempre più concreto. Torna alla memoria un altro monito di Kant, che nel testo già menzionato ricordava le due forme di pace possibili: una auspicabile come ideale regolativo, razionale, ottenuta tramite “il diritto internazionale fondato su un federalismo di Stati liberi”; l’altra, tristissima, che vede, nel fallimento di questa ipotesi, tutte le ambizioni di potenza venire annichilite dai conflitti armati nel “grande cimitero del genere umano”.