Tra le teorie della comunicazione più accreditate negli anni Venti del Novecento, c’era quella del proiettile, secondo cui il pubblico sarebbe poco più che un passivo bersaglio da colpire in maniera mirata con determinate informazioni per influenzarlo, tacendone altre. Il riferimento era a una comunicazione politica nata in tempi di guerra, durante il primo conflitto mondiale, con figure di prim’ordine come Walter Lippmann a organizzare e coordinare un giornalismo bellico in procinto di liquidare l’approccio romantico e populista di molto giornalismo di reportage di inizio secolo.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando venne introdotta la teoria della “comunicazione proiettile”, anche detta ipodermica per l’idea di “iniettare” contenuti in un pubblico pressoché completamente supino. I metodi per condizionare le masse si sono sviluppati e sono divenuti più raffinati a partire da fondamenti sistematici e scientifici – e non si limitano più a ricorrere alla censura, alla repressione o alla imposizione di specifici contenuti selezionati a scapito di altri, ma insistono sulla reciprocità, sul coinvolgimento e sull’attivazione di chi riceve il messaggio. Il Ventesimo secolo ci ha lasciato in eredità l’ascesa di un sistema di industrie tecnico-scientifiche che si occupano della produzione di informazioni, rivolto a orientare la sfera pubblica, e l’espansione di un ceto di intellettuali a esso legato, con la formazione di veri e propri imperi dei media, che sono allo stesso tempo imperi economici e imperi politici. Ai giornalisti spetta, per lo più, un ruolo prevalentemente impiegatizio, di trasmissione e di divulgazione di contenuti spesso pre-selezionati. Un apparato inquietante e in continua espansione, che, nell’epoca in cui i media sono diventati anche social media, assume sempre più i tratti di una macchina che più che persuadere vuole produrre soggettività, modellare personalità, influenzando i gusti e costruendo mondi in cui ci si possa riconoscere, bolle di riferimento…

Nei giorni terribili che stiamo attraversando, queste attitudini tornano potentemente nei media vecchi e nuovi, che se, da un lato, sembrano a volte riscoprire le tecniche delle teorie ipodermiche, cercando di iniettare in maniera forzata e pervasiva i contenuti desiderati, dall’altra, utilizzano tutte le modernissime risorse della produzione di mondi di significato, creando “metaversi” virtuali in cui riconoscersi.

Il ritorno del giornalismo embedded – di cui parla Michele Mezza nel suo articolo – si pone dunque in continuità con la tradizione, anche se nella infoguerra la produzione mediatica diviene una sorta di arma in più, travalicando i confini della formazione/informazione della opinione pubblica. Il problema non è più solo quello dell’arte della persuasione o della ingegneria del consenso, in poche parole della propaganda. Il tentativo pare, invece, quello più ambizioso di costruire un quadro complessivo di senso in cui determinate opzioni politiche e militari appaiano rispondenti a determinati tratti della personalità dei singoli. La presa di posizione dev’essere profonda, l’adesione intima. In questa costruzione, Internet non è solo uno strumento bellico, ma è lo stesso campo di battaglia, in cui immagini, fake news e notizie vere confliggono e si affrontano in un corpo a corpo serrato, si contendono l’anima e il favore di chi le intercetta. Non esiste se non una limitata possibilità di verifica, dato che anche la verifica fa parte dello scontro. Più che un controllo delle fonti si avrà una scelta da parte di chi entra nel meccanismo, una scelta che molto spesso viene operata in base a criteri e a suggestioni estranee ai contenuti proposti: forse valgono più i Maneskin avvolti nella bandiera ucraina che non le immagini dei cadaveri a fare pendere l’ago della bilancia.

Certo, i media occidentali mostrano, sotto questo profilo, una inedita “osmosi”, una uniformità di intenti e di azione che sottrae ossigeno vitale al giornalismo indipendente e al dissenso, ma anche la “bolla” russa procede con metodi non dissimili. Chi si sottrae alla narrazione della “operazione militare speciale” viene epurato e ridotto al silenzio, anzi la censura viene addirittura espressamente teorizzata, come ha recentemente spiegato la responsabile russa per la comunicazione. Certo di questa narrazione tanto opposta quanto speculare, dato che insiste spesso sugli stessi eventi, sulle medesime immagini diversamente interpretate, approfittano per portare acqua al loro mulino, da una parte e dall’altra dei due schieramenti, le fazioni che sostengono la guerra e la corsa agli armamenti: le lobby politiche e militari, i mercanti d’armi, i servizi segreti.

Ma la rete – ci dice ancora Mezza – diviene anche per altri versi diretto strumento bellico, arma vera tra le armi vere. Lo testimoniano i sofisticati software di riconoscimento facciale di cui si servono gli ucraini, software ottenuti dagli Stati Uniti con cui vengono identificati i corpi dei soldati russi allo scopo di documentare il numero delle vittime e di esercitare pressione sulle famiglie dei caduti; lo mostrano i sistemi di tracciamento satellitare della posizione dei tank nemici; lo mettono in luce i droni teleguidati e il braccio di ferro invisibile, con gli hacker che minacciano i sistemi informatici. Tutto questo è indiscutibile.

Siamo però ancora lontani da guerre condotte unicamente da intelligenze artificiali, che magari redigano esse stesse i bollettini di guerra, annullando definitivamente la figura del giornalista. Le armi, rimangono, per ora, anche e soprattutto le armi convenzionali. Lo ricordano i media russi, mostrando orgogliosamente i potenti missili Sarmat, in grado di annientare in pochi minuti le capitali europee. E lo mostra molto bene la contrastata votazione (oltre cento voti tra contrari alla decisione e astenuti) al Bundestag dello scorso 28 aprile, in cui si è infine deliberato, a larga maggioranza, di dare all’Ucraina l’agognato armamento pesante, in particolare i carri armati Gepard. Il cancelliere Scholz non c’era, non ha preso parte al dibattito, ufficialmente perché volato in Giappone per altro improrogabile impegno; ma è evidente che è stato messo all’angolo dalle scelte fatte a livello di Unione europea, dopo avere a lungo cercato di procrastinare la decisione. Nel corso del dibattito parlamentare, infatti, è stato pesantemente attaccato dall’opposizione per avere “esitato, temporeggiato, mostrato timore”.

La “coalizione semaforo” sembra in ogni caso reggere, cementata dallo slogan della Zeitwende, del cambio d’epoca, anche se soprattutto nel campo del pacifismo verde non mancano i malumori, e la votazione sulle armi ha creato molti mal di pancia anche tra i socialdemocratici. Ma dove conduce la “svolta epocale”? Questo non è chiaro a nessuno. E la Germania avrebbe forse bisogno di capire meglio in che direzione si sta muovendo e che ruolo le spetta all’interno della stessa Unione.

Intanto la “guerra mediatica” procede, e i “proiettili comunicativi” che in essa vengono senza sosta sparati mettono sempre più in discussione la possibilità di un’analisi obiettiva e misurata della situazione, con buona pace delle poche, coraggiose voci fuori dal coro.