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A che punto è il conflitto? I limiti dell’informazione di guerra

Bellum dulce inexpertis, diceva Erasmo da Rotterdam: la guerra piace a chi non la conosce. Nulla di più attuale, nel momento in cui le conseguenze del conflitto russo-ucraino cominciano a farsi sentire nell’Unione europea. Conseguenze economiche e sociali, che si profilano in tutta la loro pesantezza. La questione del gas impazza nei media vecchi e nuovi, mentre pare scendere il sipario sull’andamento reale del conflitto. Certo, la comunicazione di guerra è parte della guerra (come avevamo sottolineato con Michele Mezza già all’inizio delle ostilità: vedi qui). Era quindi ampiamente preventivato che si sarebbe subito messa in moto, da ambo le parti, la “fabbrica delle notizie”, come la chiamava il più grande tra gli studiosi della opinione pubblica, Walter Lippmann. E sapevamo, inoltre, che la prima vittima della guerra è la verità, perché, parafrasando von Clausewitz, l’informazione è la prosecuzione della guerra con altri mezzi.

Raramente, però, le notizie che circolano sono sembrate così nebulose, se non distorte, come negli ultimi tempi: i media pullulano di omissioni, esagerazioni e di dati non verificabili. Su quello che avviene in quelli che sembrano essere, al momento, i punti cruciali del conflitto – la centrale nucleare di Zaporižžja e l’offensiva ucraina a Kherson –, giungono informazioni contraddittorie e lacunose. La centrale atomica viene bombardata prima dai russi e poi dagli ucraini… in essa sono collocate infrastrutture militari, che però i tecnici inviati per controllare la sicurezza della centrale non vedono. L’offensiva ucraina a Kherson è un grande successo… però forse no… e così via in una ridda di smentite e controsmentite.

Alla “buvette”. L’ultima intervista

10 agosto 2022. La buvette di Montecitorio è quasi deserta, aria di smobilitazione estiva. Il vecchio barman che ti raccontava gustosi aneddoti e primizie...

Scalfari, il giornalista che faceva l’opinione

La scomparsa di Eugenio Scalfari – che giunge, non senza significato, insieme con quella di Angelo Guglielmi – testimonia dell’esaurirsi di una lunga stagione, iniziata con il dopoguerra, rinvigoritasi negli anni Sessanta-Settanta, e diventata egemone negli ultimi due decenni del secolo scorso, in cui i media facevano l’opinione e non ne erano strumento. Il messaggio di un medium o di una tecnologia – scrive Marshal McLuhan nel suo Gli strumenti del comunicare – “è nel mutamento di proporzioni, di ritmo e di schemi che introduce nei rapporti umani”.  Scalfari, come Guglielmi, è stato egli stesso medium o tecnologia, e non puramente interprete del giornalismo.

Il fondatore di “Repubblica” ha sapientemente tradotto in italiano la lezione di Walter Lippmann, per il quale il giornalismo è la fabbrica e non la vetrina dell’opinione pubblica. Dagli anni Cinquanta, lo scalfarismo è diventato la tecnologia per cui una testata – “Il Mondo” o “L’Espresso”, o infine Repubblica – produceva il suo pubblico, creando un’identità culturale ma soprattutto linguistica. I suoi giornali – più che partiti, come gli si rimproverava – erano comunità sociali che dialogavano con il sistema politico, da pari a pari. Esattamente come fu Rai Tre di Angelo Guglielmi, per un periodo più breve. In quel ruolo, Scalfari ebbe sempre l’accortezza di trovarsi un avversario, uno spauracchio, un nemico su cui far crescere la sua militanza civile: la Dc della “capitale corrotta nazione infetta”, del centrismo doroteo, poi l’ombra inquietante della “razza padrona” di Eugenio Cefis, ancora il craxismo arrembante degli anni Ottanta, e infine il berlusconismo contagioso degli ultimi decenni. Non si trattava di una controparte politica, ma di un altro modo di pensare e organizzare la società.

I “proiettili comunicativi”, la guerra e la Germania

Tra le teorie della comunicazione più accreditate negli anni Venti del Novecento, c’era quella del proiettile, secondo cui il pubblico sarebbe poco più che un passivo bersaglio da colpire in maniera mirata con determinate informazioni per influenzarlo, tacendone altre. Il riferimento era a una comunicazione politica nata in tempi di guerra, durante il primo conflitto mondiale, con figure di prim’ordine come Walter Lippmann a organizzare e coordinare un giornalismo bellico in procinto di liquidare l’approccio romantico e populista di molto giornalismo di reportage di inizio secolo.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando venne introdotta la teoria della “comunicazione proiettile”, anche detta ipodermica per l’idea di “iniettare” contenuti in un pubblico pressoché completamente supino. I metodi per condizionare le masse si sono sviluppati e sono divenuti più raffinati a partire da fondamenti sistematici e scientifici – e non si limitano più a ricorrere alla censura, alla repressione o alla imposizione di specifici contenuti selezionati a scapito di altri, ma insistono sulla reciprocità, sul coinvolgimento e sull’attivazione di chi riceve il messaggio. Il Ventesimo secolo ci ha lasciato in eredità l’ascesa di un sistema di industrie tecnico-scientifiche che si occupano della produzione di informazioni, rivolto a orientare la sfera pubblica, e l’espansione di un ceto di intellettuali a esso legato, con la formazione di veri e propri imperi dei media, che sono allo stesso tempo imperi economici e imperi politici. Ai giornalisti spetta, per lo più, un ruolo prevalentemente impiegatizio, di trasmissione e di divulgazione di contenuti spesso pre-selezionati. Un apparato inquietante e in continua espansione, che, nell’epoca in cui i media sono diventati anche social media, assume sempre più i tratti di una macchina che più che persuadere vuole produrre soggettività, modellare personalità, influenzando i gusti e costruendo mondi in cui ci si possa riconoscere, bolle di riferimento…