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Home » Editoriale » Legge elettorale, verso l’ok al Senato

Legge elettorale, verso l’ok al Senato

11 Settembre 2026 Stefania Limiti  759

Pensata da una mente fascistissima. Cinquecentomila firme necessarie per le liste fuori dal parlamento, finte preferenze, stop alla parità di genere e tutto in mano a un capo. Ma tra mercoledì 9 settembre sera e giovedì 10 mattina sembrava venisse giù la legge elettorale di Giorgia Meloni: ai più accorti, tuttavia, in quelle ore non è sfuggito che intanto veniva già calendarizzata alla Camera per la terza, rapida (per le opposizioni straziante) lettura. Fratelli d’Italia aveva infatti reso noto, tra lo sconcerto e il disorientamento di Matteo Salvini e Antonio Tajani, che volentieri avrebbero, forse, votato il subemendamento del Pd che introduceva preferenze reali, a partire dai capilista, compresa l’alternanza di genere.

Nel primo pomeriggio di giovedì, il nodo è stato sciolto come poteva prevedersi: e cioè, dopo avere ricattato gli alleati estremamente nervosi e scontenti, com’è emerso dal susseguirsi dei vertici di maggioranza, Fratelli d’Italia ha ottenuto la pace interna e piegato i riottosi amici a cui proprio non vanno giù, tra l’altro, i grandi collegi plurinominali. Il Senato ha quindi iniziato l’approvazione, nel pomeriggio di ieri, del testo che vi avevamo anticipato (vedi qui), dando il via libera all’emendamento che introduce finte preferenze e una finta alternanza di genere che scattano, infatti, dal secondo in lista, essendo i capilista bloccati, anzi diremmo blindatissimi: si consideri che nei vasti collegi plurinominali solo i partiti più grandi potranno contare sulla elezione di parlamentari scelti, visto che settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato sono già optati nel listino super-bloccato. Dunque, dell’impianto proporzionale della legge resta una contabilità vuota: nel complesso, questa legge è stata pensata da uno spirito appunto fascistissimo, con l’obiettivo di delegare a un leader di fatto eletto direttamente (il capo della coalizione espressamente indicato nella scheda) l’azzeramento  del parlamento, dove siederà un manipolo di nominati dalle segreterie e a loro devoti, dove sarà cancellata l’alternanza di genere, con una mossa che fa sbalordire perfino chi ha sempre guardato con sospetto se non ostilità al femminismo della parità, e dove una nuova forza politica potrà candidarsi solo se riuscirà a raccogliere non più millecinquecento ma seimila firme, come minimo, e non più duemila ma settemila come massimo, che per ogni collegio plurinominale, si intende tra i cittadini/e residenti in quel collegio; se consideriamo che l’operazione va ripetuta nei quarantanove collegi plurinominali della Camera e nei ventisei collegi del Senato, e che per sicurezza sarà bene presentare non meno di 6500 firme, prevedendo qualche possibile esclusione, significa che saranno necessarie 487.500, per le formazioni non presenti in parlamento. È la fine del sistema democratico in cui abbiamo vissuto dal dopoguerra. Eppure, secondo i rumors, Giorgia Meloni è infuriata perché alla fine dovrà misurarsi con una forza come quella di Vannacci: non lo aveva calcolato, e questo scompagina i suoi piani di assalto.

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Tagslegge elettorale preferenze Stefania Limiti testo approvato Senato

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