“Il giorno più nero per noi (…) un risultato che fa male”: così ha commentato Sepp Müller, giovane dirigente della Cdu della Sassonia-Anhalt, l’esito della tornata elettorale. La disfatta dei cristiano-democratici è totale, praticamente dimezzati, ma meglio non se la cavano gli altri partiti storici ridotti a percentuali che superano solo di qualche punticino il margine dello sbarramento al 5%. I liberali rimangono addirittura sotto e vengono esclusi dal Landestag, dal parlamento regionale. L’AfD ha stravinto le elezioni amministrative. Secondo gli ultimi conteggi arriva al 43,8% – alle elezioni del 2021 aveva ottenuto il 20,8%. La Cdu segue a grandissima distanza. Il partito del primo ministro, Sven Schulze, perde venti punti rispetto alla tornata precedente, attestandosi al minimo storico del 17,4%. Schulze non è riuscito nemmeno a conquistare il seggio per mandato diretto nel suo distretto storico. Il partitino di Sahra Wagenknecht entra in parlamento e ottiene quattro seggi che potrebbero essere decisivi: nonostante i ripetuti proclami di AfD secondo cui avrebbero governato da soli, visto anche il Brandmauer, cioè il cordone preventivo da parte degli altri partiti. I trentanove seggi ottenuti non sono sufficienti a eleggere il presidente del Land, ne occorrono quarantadue.
Wagenknecht diviene a questo punto l’importantissimo ago della bilancia, considerate le profferte fatte alla leader dell’AfD, Weidel, già qualche settimana fa (vedi qui). La stessa Weidel ha parlato di un risultato storico, che vale come un chiaro mandato di governo, alla emittente Zdf. Il vincitore delle elezioni, Ulrich Siegmund, insiste sul fatto che non vuole scendere a compromessi per formare una coalizione, anche dopo che l’ingresso in parlamento della BSW (la sigla del partitino di Wagenknecht) è considerato ormai certo. L’offerta della BSW proponeva l’elezione di un primo ministro apartitico. Ma l’AfD non vuole rinunciare ai suoi obiettivi “per nessun gioco di potere”. Ha escluso coalizioni con ampi compromessi: “Vogliamo che l’elettore ottenga finalmente dopo le elezioni ciò per cui ha votato”. La collaborazione potrebbe esserci solo con coloro che sosterrebbero la pretesa dell’AfD di un chiaro cambiamento politico, “che avvenga attraverso un gruppo parlamentare o attraverso singoli deputati”, ha detto Siegmund. Alla domanda su cosa succederebbe se ciò non fosse possibile, ha dichiarato: “In caso di emergenza, ci saranno nuove elezioni”. E allora l’AfD raggiungerà il “50 o 55%”.
Al di là della questione del governo locale, ancora confusa, il risultato elettorale pone una questione nazionale importantissima, ipotecando il futuro del governo Merz. Il cancelliere ha gravi responsabilità rispetto a quanto avvenuto, e non è stata sufficiente la svolta a destra della Cdu sull’immigrazione ad arginare l’AfD. Certo, la Sassonia-Anhalt è un Land di poco più di un milione e mezzo di votanti; però i sondaggi dicono chiaro che non solo la popolarità di Merz è ai minimi ma anche che l’AfD è sulla carta il primo partito tedesco e, se si votasse oggi nel Paese, prenderebbe il 30%. Sembra che sia passato un secolo da quando – nel momento della sua elezione, nel maggio del 2025 – Merz aveva dichiarato di volere dimezzare il sostegno all’AfD. La politica di inseguire gli estremisti di destra sul loro proprio terreno si è rivelata ancora una volta fallimentare.
Nella Cdu c’è da tempo chi chiede la testa dell’Assicuratore, come lo chiamava ironicamente Angela Merkel, e si era tentato di tenerlo lontano dalla campagna elettorale, tanto ormai è impopolare; ma il vero problema è che non c’è ancora un potenziale successore. Per parte sua, il cancelliere ha dichiarato che il governo non è a rischio, e ha ribadito che l’AfD va combattuta smontandone gli slogan, mostrando ancora una volta una sostanziale incomprensione dei processi in corso.
Perché tanti tedeschi hanno votato un partito classificato come di estrema destra dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, fin dal 2023? Secondo un’analisi politologica del risultato elettorale, condotta dai sondaggisti di Ard, molti di questi elettori condividono l’idea che “ci sono singoli politici di estrema destra, ma nel complesso l’AfD è piuttosto al centro”. Solo una frazione dell’elettorato del partito, circa un terzo, sosterrebbe le posizioni di estrema destra su temi come la dittatura, il ruolo degli stranieri, l’ostilità contro gli ebrei e il nazionalsocialismo. L’AfD sarebbe quindi riuscita a legare alle componenti di estrema destra parti rilevanti di un elettorato che non condivide atteggiamenti pronunciati di destra, ma che è spaventato dalla guerra e dalla crisi economica. Alles ist möglich (“tutto è possibile”) è il seducente slogan con cui si è presentata. L’analisi del voto mostra che l’hanno sostenuta famiglie impoverite, giovani precari e soprattutto operai. Esiste in questo clamoroso successo anche una componente territoriale importante. Mai come nel momento in cui si celebra il venticinquennale della riunificazione, la Germania è apparsa così divisa. La deindustrializzazione nella ex Ddr è stata brutale, condotta a colpi di maglio, lasciando una scia di risentimento; di qui anche i richiami e il piccolo folklore della paccottiglia nostalgica agitata da Siegmund durante la campagna elettorale.
Ma il segnale è chiarissimo: i tedeschi non hanno più fiducia nei partiti tradizionali, sono impauriti dal repentino calo dei livelli di vita, dall’aumento dei prezzi, dal tracollo dell’industria dell’automobile, spaventati dalla prospettiva di una guerra in cui non hanno alcuna voglia di entrare. Ora che si fa con questo cliente ingombrantissimo, come si smonta questa strana macchina autopoietica che è l’AfD e l’enorme protesta cui dà una forma politica? Gli appelli alla difesa della democrazia, che giungono da ogni parte, sembrano di maniera, non toccano le radici del problema. Nella destra della Cdu c’è, inoltre, la pericolosa tentazione di allentare il cordone sanitario costruito intorno al partito per evitare una paralisi del governo locale, anche perché un’ulteriore tornata elettorale gioverebbe solo all’AfD. Ci sono state mobilitazioni antifasciste importanti, e la Linke ha sottolineato la necessità di politiche che prendano le distanze dall’orizzonte neoliberale e facciano uscire l’economia tedesca dalla stagnazione, creando nuova occupazione, dato che non si può pensare di dirottare una parte degli assegni familiari verso la spesa per gli armamenti, come ha fatto il cancelliere, e pensare che non ci saranno conseguenze. Il 20 settembre si vota in Mecklenburgo-Pomerania, e di nuovo AfD è data al 37%. Solo a Berlino, in controtendenza, il dato è molto più basso, e i sondaggi danno un ottimo risultato della Linke. Ma si tratta di una realtà molto particolare, Berlino è solo limitatamente Germania.
Va anche detto che il vento di estrema destra soffia potente su un’Europa smarrita che fatica a ritrovare un’idea guida, un progetto di futuro. L’anno prossimo ci saranno elezioni in quattro Paesi europei, e in tutti e quattro la destra estrema rischia di vincere. L’affermazione dell’AfD appare quindi non solo un sintomo del gigantesco malessere che dilaga nel continente, ma un minaccioso precedente.








