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Iran, secondo mese di guerra

Sempre più vuote le dichiarazioni di Trump circa presunte trattative, mentre si prepara a ordinare un’azione di terra

31 Marzo 2026 Eliana Riva  763

La guerra tra l’asse israelo-statunitense e la Repubblica islamica dell’Iran entra nel suo secondo mese, e la narrazione bellica della Casa Bianca pare ormai risolversi in un esercizio di auto-persuasione. Il presidente Trump continua a proclamare una vittoria già ottenuta, definendo la campagna militare un successo storico. Ma la realtà sul campo vede un quadro di instabilità in metastasi, in cui le dichiarazioni di “fine guerra” del tycoon si scontrano con la crisi energetica globale e, soprattutto, con una resistenza iraniana per nulla annientata.

Protagonista dei tentativi di mediazione è il Pakistan, che recentemente ha ospitato un vertice quadrilaterale con Arabia saudita, Turchia ed Egitto. Gli Stati Uniti hanno avanzato un piano in quindici punti, che esige lo smantellamento dei programmi nucleari e missilistici di Teheran, la consegna delle scorte di uranio, lo stop al sostegno dei gruppi alleati e la riapertura dello stretto di Hormuz. Condizioni respinte con decisione dal regime iraniano, che le ha definite irrealistiche, chiedendo invece garanzie di sicurezza, risarcimenti per i danni degli attacchi, la fine delle sanzioni e il riconoscimento della propria sovranità su Hormuz.

Trump e il suo segretario di Stato, Marco Rubio, sostengono l’esistenza di “discussioni serie” con quello che definiscono un “nuovo e più ragionevole regime” a Teheran. Eppure, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha smentito categoricamente qualsiasi tipo di colloquio diretto negli ultimi trentuno giorni. La leadership iraniana non si fida di Washington e, soprattutto, non si fida della parola di Trump: Teheran ha già subìto il tradimento della via diplomatica per ben due volte in meno di un anno, quando è stata attaccata proprio mentre erano in corso tentativi di mediazione. L’espressione più intransigente della dirigenza iraniana, guidata dal presidente del parlamento Ghalibaf, ritiene che le proposte americane filtrate attraverso il Pakistan rappresentino un “ultimatum travestito da diplomazia”, un inganno volto a preparare l’invasione di terra.

Mentre Washington parla di pace, i movimenti di truppe e mezzi raccontano una storia diversa. Gli Stati Uniti stanno accumulando nel Golfo una forza d’urto che non si vedeva dall’invasione dell’Iraq, nel 2003. Secondo più fonti, il numero dei soldati avrebbe superato le cinquantamila unità, malgrado Trump abbia dichiarato che Teheran avrebbe accettato “la maggior parte” delle quindici richieste avanzate. Il dispiegamento include i marines, i paracadutisti e unità di supporto navale e aereo, lasciando ragionevolmente pensare a un blitz, con l’obiettivo di garantire il controllo dello stretto di Hormuz, e mantenere aperta l’opzione di interventi limitati sul terreno per occupare punti strategici, come l’isola di Kharg, snodo cruciale per l’export iraniano. Trump ha minacciato di “distruggerla” se non si raggiungerà presto un accordo, dichiarando esplicitamente di voler “prendere” il petrolio iraniano.

Ma nel Paese il presunto “cambio di regime” sbandierato da Stati Uniti e Israele appare sempre più come un auspicio che come un fatto compiuto. Il sistema di potere iraniano ha mostrato una resistenza inaspettata, grazie a un comando militare decentralizzato. Mojtaba Khamenei, che secondo Washington sarebbe ferito o addirittura morto, non è stato rimpiazzato da un gruppo di collaborazionisti, e il Paese non ha registrato defezioni o proteste di massa, concentrando invece ogni sforzo sulla difesa dell’integrità nazionale – nonostante il controllo sulla società civile si sia fatto addirittura più oppressivo, e le condizioni di vita, già complicate, siano peggiorate. Il parlamento sta discutendo misure per un maggior controllo dei passaggi nello stretto di Hormuz, mentre valuta la possibilità di uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare. Intanto, gli attacchi israelo-statunitensi mettono a ferro e fuoco Teheran e Isfahan, causando vittime e blackout nella capitale.    

Anche sul piano bellico, tuttavia, la capacità offensiva iraniana continua a smentire le dichiarazioni di Trump, il quale sostiene che a Teheran siano rimasti “pochissimi razzi”. Le ondate di lanci di razzi non lasciano respiro in Israele, dove gli allarmi suonano a decine ogni giorno. Sebbene il premier Benjamin Netanyahu, e il suo partner d’oltre Oceano, sostengano pubblicamente che la capacità missilistica iraniana sia stata decimata, la raffineria di Haifa, la più grande di Israele, è stata colpita da missili dotati di munizioni a grappolo, provocando danni e incendi significativi.

Allo stesso tempo, prosegue la violenta rappresaglia contro le infrastrutture dei vicini del Golfo che ospitano basi americane. Una pioggia di missili balistici, droni e vettori da crociera lanciati dall’Iran ha investito, negli ultimi giorni, le monarchie e i Paesi confinanti, segnando un’escalation senza precedenti, che colpisce infrastrutture civili e militari. Se l’Arabia saudita è riuscita a intercettare gli attacchi diretti ai propri siti petroliferi, in Kuwait un impianto di desalinizzazione è stato centrato, provocando una vittima, e diversi soldati sono rimasti feriti in un raid contro una base militare. Anche negli Emirati arabi uniti e in Bahrein le difese aeree sono entrate in azione per neutralizzare decine di minacce, in un clima di allerta massima che ha visto sirene ed esplosioni scuotere i cieli di Dubai.

Il fronte dell’offensiva si è esteso all’Iraq, dove un velivolo da trasporto è stato distrutto in una base aerea a Baghdad, e anche alla Siria, colpita da un massiccio attacco di droni contro installazioni militari presso il confine iracheno. Le diplomazie regionali condannano unanimemente la violazione della sovranità e del diritto internazionale, mentre l’analisi politica evidenzia come il crollo dello status quo stia spingendo gli Stati del Golfo verso nuove strategie difensive e verso una dipendenza militare dagli Stati Uniti sempre più marcata.

In questo clima di escalation, Trump ha alzato ulteriormente la posta con un ultimatum che minaccia crimini di guerra. Se lo stretto di Hormuz – chiamato dal tycoon “stretto di Trump” in un lapsus – non verrà riaperto, gli Stati Uniti procederanno a “obliterare completamente” le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione iraniani. Colpire infrastrutture civili vitali che forniscono acqua ed energia a milioni di persone costituisce una punizione collettiva esplicitamente proibita dal diritto internazionale.

Intanto, le conseguenze geopolitiche stanno già ridisegnando le alleanze globali, ironicamente a favore di Mosca. L’India, quinta economia mondiale e storico alleato che Trump aveva tentato di allontanare dalla sfera russa, sta compiendo una clamorosa inversione di marcia. Messa in ginocchio dalla chiusura dello stretto di Hormuz – che ha interrotto metà delle sue forniture energetiche – e dai dazi punitivi imposti da Washington, Nuova Delhi è tornata tra le braccia della Russia. I contatti tra i due Paesi si sono intensificati, per ripristinare le forniture di gas naturale liquefatto e per raddoppiare l’import di greggio, con transazioni gestite interamente in rubli e rupie, aggirando così il sistema finanziario dominato dal dollaro.

Infine, il conflitto ha trovato un nuovo e temibile sfogo a sud, con l’ingresso ufficiale degli Houthi. Ci si chiedeva quando il movimento Ansarullah avrebbe messo in moto l’attacco promesso. Il cessate il fuoco, durato mesi, è stato rotto con il lancio di missili balistici verso Tel Aviv e di droni verso Eilat. Secondo alcuni analisti, il coinvolgimento dello Yemen dovrebbe rappresentare un asso nella manica nella partita degli stretti giocata dall’Iran. Questa mossa, infatti, non solo conferma che l’Asse della resistenza è tutt’altro che collassato, ma che esso minaccia di chiudere anche lo stretto di Bab-el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più importanti per il commercio e l’economia globali.

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