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Se Israele divide l’opposizione

5 Marzo 2026 Paolo Barbieri  734

Il rapporto del Democratic National Committee sulla sconfitta patita da Kamala Harris che ha regalato, per così dire, agli Stati Uniti e al mondo il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, ha accertato, secondo le recenti rivelazioni dello statunitense Axios.com, che la candidata democratica “ha perso un sostegno significativo a causa dell’approccio dell’amministrazione Biden alla guerra a Gaza”. Rapporto rimasto segretato, secondo la denuncia di esponenti del movimento di solidarietà con i palestinesi, proprio per evitare di ammettere il distacco fra gruppo dirigente ed elettorato, specie giovanile, su temi di grande rilevanza come la complicità degli Stati Uniti con i crimini del governo israeliano e l’espansione violenta della colonizzazione della Palestina. Se questo accade nel Paese storicamente e culturalmente più schierato nel supporto politico, diplomatico e militare a Israele, è lecito chiedersi quanto potrebbe costare, in Italia, alla coalizione che aspira a sostituirsi al governo Meloni, il “soccorso democratico”, prestato da un pezzo delle opposizioni al Senato, all’iniziativa parlamentare delle destre per l’adozione del disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo, fondato sulla discussa definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (vedi qui e qui).

A livello internazionale, dove il dibattito è forse meno opaco di quanto non sia in Italia, perfino fra gli autori del documento Ihra sono emerse critiche sul modo in cui viene utilizzato per silenziare il dissenso, l’opposizione alle politiche di Israele: Kenneth Stern, uno degli studiosi che ne avevano elaborato la bozza, prese posizione, nel 2017, con una memoria scritta (vedi qui il testo integrale) consegnata al Congresso degli Stati Uniti, spiegando che “la definizione non è stata redatta, né è mai stata intesa, come strumento per limitare o raffreddare la libertà di parola nei campus universitari. Infatti, in una conferenza del 2010 sull’impatto della definizione, ho sottolineato questo uso improprio e il danno che potrebbe causare”.

Sul merito del provvedimento non serve tornare, se non per citare doverosamente uno dei più battaglieri sostenitori dell’intervento legislativo, il capogruppo di Forza Italia a palazzo Madama, Maurizio Gasparri. Questo il laconico titolo del comunicato inviato ai giornalisti e che sintetizza i contenuti della sua dichiarazione di voto in aula a favore del provvedimento: “Gasparri (Forza Italia): dichiarazione Ihra tutela esistenza Stato Israele”. Una dichiarazione di intenti sincera e netta sul focus reale del ddl approvato dal Senato con i voti delle destre, di Italia viva, di Azione, di alcuni senatori del gruppo Autonomie e di alcuni esponenti del Pd. L’antisemitismo è una macchia indelebile sulla storia dell’Europa, ma a essere nel mirino della politica e di larga parte dell’informazione nostrana, al momento, sembra essere decisamente il movimento internazionale di solidarietà con il popolo palestinese e i suoi strumenti nonviolenti di azione, a cominciare dalla campagna internazionale Bds per il boicottaggio, le sanzioni, il disinvestimento da Israele. L’immagine che, pure con le migliori intenzioni possibili, qualcuno si sia accodato ad approvare una sorta di “ddl Netanyahu”, non può essere cancellata dagli occhi di chi ha assistito alle vicende di queste settimane.

A corroborare quella che in teoria dovrebbe essere una preoccupazione unificante per le forze a vario titolo di centro e di sinistra che rappresentano se stesse come alternative alle destre di governo, un recentissimo articolo del “manifesto”, che ha il merito di cercare di fare luce sulle conseguenze delle politiche repressive inaugurate con il primo pacchetto “sicurezza”, quello dell’aprile 2025. Si parla di centinaia e centinaia di denunce penali, e soprattutto di multe, nell’ordine delle migliaia di euro (nel procedimento amministrativo le garanzie difensive sono assai deboli e le modalità di impugnazione limitate) per i partecipanti a cortei, sit in, blocchi stradali, in molti casi legati a iniziative di solidarietà con i palestinesi. Provvedimenti ancora più aggressivi nei confronti di chi scende in piazza o organizza proteste sono contenuti nel più recente decreto, varato dal governo nello scorso mese di febbraio. Mettere insieme la condanna morale insita nell’accomunare la lotta antisionista all’orrore del razzismo antisemita (effetto simbolico potentissimo del ddl votato dal Senato) e ridefinizione sempre più restrittiva, a colpi di decreti sicurezza, degli spazi democratici per la manifestazione del dissenso e della protesta popolare, può servire a spegnere con efficacia sul nascere il ritorno delle gigantesche mobilitazioni dello scorso autunno contro il genocidio a Gaza, proprio mentre si riorganizza a livello internazionale l’attività della Flotilla. Ma uno spostamento così forte degli equilibri, fra piazza e palazzi del potere, rischia di configurare una sorta di riforma costituzionale informale, non dichiarata. Un altro pezzo di quella che noi di “terzogiornale” abbiamo a suo tempo definito (vedi qui) la “legislatura costituente” dell’alleanza meloniana.

Si torna dunque alla domanda iniziale. Viviamo un momento in cui il mondo sembra sempre più prossimo al baratro della guerra mondiale aperta (quella “a pezzi”, secondo la lucida definizione, coniata nel 2014 da papa Francesco, è in corso da tempo), nel quale la radicalizzazione degli scontri e la violenza delle armi prevale su qualsiasi forma di negoziato o compromesso, in un’Unione europea che alterna omaggi servili a innocue posture polemiche nei confronti della Casa Bianca, mentre non sappiamo neppure se la stessa Italia riuscirà a sottrarsi al coinvolgimento negli eventi bellici.

In uno scenario come questo, quale messaggio trasmettono le opposizioni divise su una iniziativa delle destre (le stesse che nella scorsa legislatura evitarono in larga parte, rifugiandosi nell’astensione, di votare per la costituzione di una commissione sull’antisemitismo e l’odio razziale), che mira anche simbolicamente a ribadire l’allineamento a prescindere con Israele contro la sorprendente partecipazione popolare che ha animato nei mesi scorsi le piazze italiane? Chi, come, con quali argomenti, quando si andrà al voto, andrà a spiegare a chi era in quelle piazze, che c’è un “pericolo destre” da fronteggiare e una unità da ritrovare? Chiunque sia, avrà un compito tutt’altro che invidiabile.

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Tagsddl Netanyahu disegno di legge antisemitismo Israele Paolo Barbieri

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