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Home » Articoli » Eni e il “greenwashing”

Eni e il “greenwashing”

Alle Olimpiadi invernali e a Sanremo, l’azienda petrolifera la fa da padrona come sponsor, mentre alle attiviste e agli attivisti ecologisti si impedisce di manifestare

4 Marzo 2026 Marianna Gatta  613

Anche quest’anno Eni è stata protagonista degli eventi che hanno catalizzato l’attenzione del Paese in questo mese: le Olimpiadi invernali di Milano Cortina e il Festival della canzone italiana (e non è una novità, nel 2024 ne avevamo scritto qui). Per quanto riguarda il primo, Greenpeace ha manifestato la propria indignazione con un video che mostrava fiumi di petrolio invadere le piste da sci, travolgere atlete e atleti e far deragliare bob e slitte. Nel caso di Sanremo, invece, è stata l’associazione ambientalista Extintion Rebellion, fondata nel 2018 nel Regno Unito e attiva a livello internazionale, a portare il dissenso nella città dei fiori, ricevendo un trattamento che dimostra subito gli effetti del decreto “sicurezza”.

Nella serata inaugurale di Sanremo, le attiviste e gli attivisti hanno invaso il tappeto di fronte al teatro Ariston, denunciando “le politiche ecocide e il greenwashing degli sponsor del festival”. Fermati dalla polizia e identificati, in tredici sono stati portati in commissariato, e, come scrive il movimento in un comunicato, “a tutte le persone sono stati notificati fogli di via obbligatori, della durata da uno a tre anni e denunce per manifestazione non preavvisata (art. 18 Tulps) e inottemperanza con gli ordini dell’autorità (art. 650 del codice penale)”. Con il nuovo decreto “sicurezza” (di cui parla Stefania Limiti qui), vengono introdotte multe fino a diecimila euro per chi “turba il pacifico svolgimento di una riunione in luogo pubblico”.

A inasprire la situazione già precaria, le parole di un agente durante il fermo. In un video postato da Extintion Rebellion, si vede un poliziotto rispondere così a chi chiedeva quale fosse il proprio stato giuridico in caso di fermo: “Durante un controllo non avete nessun diritto”, insinuando poi che il documento d’identità fornito potesse essere potenzialmente un falso e necessitasse, quindi, di controlli approfonditi. Chi potrebbe sentirsi tutelato da uno Stato che lo informa direttamente di non avere diritti? Dove finisce la fiducia nelle istituzioni democratiche? Se, com’è stato detto da molti, si tratta di leggerezze da “mele marce” all’interno delle forze di polizia, diventa ancora più indiscutibile la necessità di introdurre codici identificativi sulle divise e bodycam, come in molti altri Paesi europei. Questi strumenti, che le destre e i sindacati di polizia considerano punitivi, non tutelano solo cittadine e cittadini da eventuali abusi, ma anche gli stessi agenti da accuse infondate.

A seguito dell’episodio, attiviste e attivisti hanno diffuso un appello al presidente della Repubblica: “Il decreto colpisce forme di protesta legittime, limita pesantemente i diritti fondamentali e comprime lo spazio democratico del dissenso pacifico. L’80esimo anniversario della nostra Repubblica rischia di essere la fine della democrazia per come la conosciamo”. Ma, nel frattempo, si è affossato il dibattito sulle motivazioni della protesta.

Eni ha recentemente reso noti i numeri del 2025 con profitti sfiorano i cinque miliardi, raggiunti anche grazie a un aumento nella produzione del petrolio del 4%. Ha raggiunto 1,73 milioni di barili equivalenti al giorno, superando le attese della stessa società, con nuovi progetti in Angola, Indonesia, Norvegia e Congo, rinviando il rallentamento della produzione di idrocarburi. E le previsioni, per il 2026, non fanno sperare in un miglioramento. Eppure, al Festival di Sanremo, si presenta con le sue diramazioni green, Enilive e Plenitude, che trattano di mobilità elettrica ed energie rinnovabili.

“Ci troviamo di fronte a un paradosso: un evento che dovrebbe celebrare la musica italiana diventa il palcoscenico per il greenwashing di colossi industriali che inquinano il pianeta”, commenta Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia. “Sponsor come Eni sfruttano la vetrina del Festival per confondere il pubblico e trasmettere un’immagine di aziende verdi e attente all’ambiente, anche se la realtà è ben diversa. E come se non bastasse, sui rapporti di queste aziende con la Rai e con il Comune di Sanremo c’è una mancanza totale di trasparenza”.

L’anno scorso, infatti, la sezione italiana di Greeenpeace aveva inviato una richiesta di accesso civico generalizzato (Foia) nei confronti di Rai e Rai Pubblicità, per ottenere informazioni dettagliate sui finanziamenti elargiti al Festival di Sanremo dai principali sponsor e partner. Da allora, però, non hanno ottenuto risposta, se non documenti talmente oscurati da non fornire alcuna cifra, per via del segreto industriale e commerciale. Anche l’appello del movimento Bds (per il boicottaggio di Israele) al Comune di Sanremo a revocare la partnership con Eni, per i suoi rapporti con lo stato genocida di Israele e la trattativa sui giacimenti a largo di Gaza, è rimasta inascoltata.

Le ragioni per cui i ministeri e la Rai non si pronunciano è che oggi il colosso energetico italiano è uno dei pochi attori con la capacità economica di sostenere manifestazioni di questa portata: non a caso è anche sponsor della serie A di calcio. Se però le motivazioni economiche sono stringenti e la disobbedienza civile viene criminalizzata, si lascia che gli eventi, nel nostro Paese, siano interamente controllati da aziende con interessi contrari alla causa climatica, senza alcun contraddittorio, perciò senza la possibilità di creare valide alternative.

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