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Dubai, un mare di guai…

Il paradiso del lusso coinvolto nella guerra: la fine di un’illusione?

5 Marzo 2026 Agostino Petrillo  1276

Amara la realtà con cui Dubai si trova a dover fare i conti con lo scatenarsi del conflitto contro l’Iran: il suo fascino e la sua ricchezza non la proteggono dai missili e dai droni che stanno piovendo sulla testa di residenti e turisti. È un brusco risveglio per uno dei luoghi più singolari che l’urbanistica contemporanea ci abbia consegnato, dai grattacieli alle isole artificiali off-shore. Celebrato per le sue architetture originali, costosissime e di avanguardia, il paradiso mediorientale presenta, però, una serie di lati oscuri. E non si tratta unicamente della sua posizione strategica, che ne fa in questi giorni un bersaglio degli attacchi iraniani, ma delle sue stesse ragioni di essere, e delle modalità con cui è stato edificato.

Nata dal deserto, un tempo modesto villaggio di pescatori, poi caposaldo inglese nell’area, e infine porto franco, ancora agli inizi degli anni Sessanta, Dubai era uno dei luoghi più poveri del mondo, privo di qualunque influenza economica e politica. Il grande sviluppo cominciò con la produzione e l’esportazione di petrolio nel 1969. A partire da quella data, la città-Stato crebbe a ritmi rapidissimi man mano che le sue ricchezze si moltiplicavano. Se al censimento del 1968 contava poco più di sessantamila abitanti, oggi è una megalopoli di quasi quattro milioni, che abbaglia con il suo lusso, con i suoi grattacieli svettanti e un fascino esoticheggiante che attrae visitatori da tutto il mondo.

Ma il sogno futuristico si è interrotto bruscamente qualche giorno fa, con le esplosioni vicino al celebre Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, evacuato durante il bombardamento, e con gli incendi che venivano segnalati anche all’iconico Burj Al Arab, lussuoso hotel a forma di vela, e con alcuni feriti sull’isola artificiale di Palm Jumierah. L’Iran ha lanciato un’imponente ondata di missili e droni nel Golfo persico, in risposta all’attacco da parte di Stati Uniti e Israele. Ed ecco che, improvvisamente, una delle capitali mondiali del lusso e degli affari – meta di pellegrinaggio di avventurieri, faccendieri, starlet, influencer, speculatori, politici – si trova al centro di un conflitto militare.

Ma perché l’Iran sta prendendo di mira proprio Dubai? Gli Emirati arabi uniti, il Qatar e il Bahrain, tutti Paesi che ospitano basi militari statunitensi, sono considerati bersagli dagli iraniani per rappresaglia contro gli attacchi subiti. Dubai non è certo l’obiettivo principale dell’Iran, ma rientra nel disegno difensivo messo in atto da Teheran, che sta indirizzando i suoi attacchi contro le installazioni militari statunitensi presenti nella regione. Gli Emirati non fanno formalmente parte del conflitto, ma ospitano infrastrutture militari e strutture logistiche statunitensi. Inoltre, su un piano più strategico, colpirli potrebbe spingerli a esercitare pressioni sugli Stati Uniti per fare cessare la guerra.

I danni a Dubai, in ogni caso, non sono marginali, e colpiscono alcuni dei luoghi più famosi al mondo. La rappresaglia dell’Iran mira, del resto, all’intera regione del Golfo. Dubai non è l’unico Paese colpito. Diversi altri Stati hanno segnalato attacchi: Arabia saudita, Qatar, Bahrain e Kuwait. Ma per Dubai gli attacchi non hanno solo un significato geopolitico: ne danneggiano la reputazione di oasi di pace e di proficuo commercio in Medio Oriente. La città si è posizionata per decenni, sul piano internazionale, come un rifugio sicuro, un luogo dove gli investitori possono convogliare capitali senza timore, ed espatriati e turisti non hanno nulla da temere. Dubai non è stata certo distrutta, ma, quanto appena avvenuto, ha mostrato a tutti che la città non è isolata, non è al riparo dall’imprevedibile politica del Medio Oriente, e può subirne le conseguenze.

Un esperto dell’European Council on Foreign Relations ha scritto su X che si tratta “dell’incubo definitivo per Dubai”. Certo, è una brusca svolta rispetto all’immagine di paradiso esclusivo e protetto finora trasmessa. E chissà che non sia questa l’occasione anche per mostrare quanto antidemocratico e crudele sia questo paradiso: sotto la superficie scintillante, si nasconde una dolorosa verità: la vita dei tanti migranti che, con il loro sudore e spesso il loro sangue, hanno costruito a tappe forzate la città. Le loro vite raccontano storie di duro lavoro, in netto contrasto con l’immagine glamour dello skyline. Migranti con contratti temporanei e a basso salario, che spesso guadagnano solo poche centinaia di dollari al mese, alloggiati in baracche o stipati in appartamenti di fortuna. Gli Emirati fanno affidamento su lavoratori a basso reddito, provenienti da Africa e Asia, per costruire, pulire, fare da babysitter e guidare taxi.

Solo i cittadini emiratini, che sono in inferiorità numerica di quasi nove a uno rispetto ai residenti stranieri, hanno diritto a una serie di sussidi governativi, tra cui l’assistenza finanziaria per l’alloggio. I lavoratori e le lavoratrici vivono in condizioni di sovraffollamento, malsane e in netto contrasto con lo stile di vita lussuoso di chi vive nei grattacieli. Recenti rapporti della Ilo, l’organizzazione internazionale del lavoro, hanno attirato l’attenzione su questo problema, rivelando che si valuta che, ogni anno, centinaia di lavoratori muoiano a causa di malattie legate al caldo o per incidenti sul lavoro. Il sistema kafala, che regola i rapporti di lavoro nei Paesi del Golfo, è stato ampiamente criticato per aver favorito uno sfruttamento implacabile. È un sistema che vincola i lavoratori ai loro padroni, rendendo loro quasi impossibile cambiare lavoro o sottrarsi a condizioni insoddisfacenti.

A Dubai, in fondo, si è da sempre respirata un’aria malsana, nonostante la vernice luccicante. La città-Stato è il simbolo di uno spietato “capitalismo senza democrazia”. Così, mentre una folla variopinta e stupita si affolla nel bellissimo aeroporto non vedendo l’ora di squagliarsela, forse si profila la fine di un’illusione, quella di edificare una città basata unicamente sul potere del denaro, svincolata dalla politica, gestita da un’élite al di sopra di tutto. E non si tratta di un esperimento marginale: il sogno di queste città elitarie e per pochi pare ricorrere nell’urbanistica attuale, basti pensare alla “ricostruzione” progettata per Gaza, o alle Freedom Cities concepite dall’amministrazione Trump, una proposta per la creazione di dieci nuove città deregolamentate su terreni federali negli Stati Uniti, che, secondo quanto viene riferito, è sostenuta con entusiasmo da diversi miliardari.

Dubai è una manifestazione distopica di come non vorremmo che diventassero le città, dominio incontrastato della ricchezza e della speculazione. Microstati arroganti e città-Stato esclusive per ricchi, come Singapore e Dubai, non sono più delle eccezioni all’interno dell’economia mondiale, ma appaiono modelli negativi di come l’intero panorama dell’economia mondiale potrebbe essere riconfigurato – e chissà che anche Milano non cominci a dirci qualcosa a questo proposito.

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TagsAgostino Petrillo attacco americano-israeliano città città per ricchi Dubai

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