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Home » Analisi » Trump alla conquista dell’impero del petrolio

Trump alla conquista dell’impero del petrolio

La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran introduce nuovi elementi di incertezza nel sistema economico mondiale. Le Borse vanno a picco, e tutti gli osservatori parlano di ulteriori rincari sulle bollette a causa del balzo del prezzo del greggio, dovuto al blocco del canale di Hormuz. Crescono intanto i titoli dell’industria degli armamenti

3 Marzo 2026 Paolo Andruccioli  2096

Tonfo delle Borse europee e asiatiche, crolli a Wall Street, balzo del prezzo del barile di greggio e dei titoli delle aziende legate al riarmo (l’italiana Leonardo ha fatto registrare fino a un più 6%). Sono i primi effetti economici dell’aggressione militare di Israele e Stati Uniti all’Iran, motivata dalla necessità di bloccare il piano nucleare degli ayatollah. A prescindere da quanto durerà questo nuovo conflitto – che comunque non sarà “lampo” –, si può prevedere già chi ci guadagnerà e chi sarà colpito dagli effetti economici a catena: dall’aumento dei prezzi al ricatto negli approvvigionamenti di energia e al conseguente peggioramento della crisi dell’industria (civile) europea. Ancora una volta, nel mirino di Trump, non c’è solo il Paese da bastonare (in questo caso l’Iran), ma sullo sfondo la Cina e l’Europa.

Petroliere in rada

Fino a ieri (2 marzo), erano almeno centocinquanta le petroliere ferme nello stretto di Hormuz per il blocco imposto dai pasdaran come ritorsione all’attacco contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Una petroliera, la Skylight, è stata colpita da testate iraniane, a cinque miglia nautiche dalla costa dell’Oman, e sta affondando. Ci sono già tanti morti e distruzioni per un’operazione “preventiva” che non sarà breve. Cause ed effetti sono però strettamente collegati, perché una delle motivazioni di fondo, che ha spinto Trump ad aderire alla campagna (da parte di Netanyahu) circa quella che dovrebbe essere la distruzione definitiva del regime iraniano, riguarda gli interessi sul controllo delle materie prime a livello globale, mentre l’effetto probabile di tutto questo sarà un terremoto finanziario, che dalle contrattazioni di Borsa e attraverso la speculazione finirà nelle nostre bollette di gas e luce, ma soprattutto piomberà sugli equilibri della già fragile economia reale europea. È noto, infatti, che per i Paesi dell’Unione, in particolar modo per l’Italia, il problema più grosso da affrontare per fare industria (dopo la guerra in Ucraina) riguarda proprio il costo dell’energia. I tempi del ritornello sul costo del lavoro e sulla scarsa produttività per giustificare un’industria asfittica, perennemente assistita dallo Stato, sono ormai lontani.

Cause ed effetti

L’intreccio tra cause ed effetti lo si vede con chiarezza cristallina proprio nella vicenda del blocco delle petroliere nel canale di Hormuz, snodo globale strategico, dove lo scorso anno è passato il 20% del trasporto mondiale del petrolio greggio, e circa il 20% della produzione mondiale di gas naturale liquefatto. Nel nuovo contesto di guerra, il greggio statunitense è salito già di circa cinque dollari al barile, ovvero dell’8%, attestandosi intorno ai 72 dollari, all’apertura delle contrattazioni dei futures domenica sera. Il greggio Brent, benchmark internazionale, è inizialmente balzato di oltre il 12%, attestandosi a circa 82 dollari al barile, per poi scendere di poco sotto gli 80 dollari, dopo alcuni minuti di contrattazione. Venerdì, il Brent si era attestato a poco più di 73 dollari al barile. Poi nuovi balzi, poco sotto gli 80 dollari, mentre i futures sul gas, ad Amsterdam, sono schizzati del 22% a 39 megawattora. La guerra è entrata a gamba tesa sull’andamento dei listini, con l’Europa in forte ribasso dopo le chiusure tutte in calo delle Borse asiatiche. A Wall Street, ieri 2 marzo, è andato in scena il crollo dei titoli delle compagnie aeree e delle navi da crociera. American Airlines ha perso il 5%, Delta cede il 3%, United il 4,27%. Male anche il settore crocieristico: Royal Caribbean Group scende del 5,78%, Carnival Corp del 10,59% e Norwegian Cruise Line del 10,49%. Le compagnie sono preoccupate anche per i costi del carburante, quest’anno, a causa dell’escalation delle tensioni geopolitiche.

Rispunta Vix, l’indice della paura

Ma quello che preoccupa di più gli operatori è il Vix, ribattezzato l’indice della paura. Si tratta di un indicatore della volatilità attesa dell’indice S&P 500, che ieri è balzato del 13% all’apertura della Borsa Usa, cioè ai massimi di quest’anno. Il Vix sale quando i mercati sono nervosi (con le azioni in calo), scende con la stabilità (e le azioni in crescita).

Mentre Trump si dichiara “per nulla preoccupato” circa l’andamento del prezzo del barile, gli analisti già pronosticano un avvicinamento ai cento dollari, soglia toccata l’ultima volta solo dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Gli analisti della banca Barclays e di altri grandi istituti danno per scontato un forte impatto sui prezzi del gas, nonostante la decisione dei Paesi Opec+ (Russia, Azerbaigian, Kazakistan, Bahrain, Brunei, Malesia, Messico, Oman, Sud Sudan e Sudan) di aumentare la produzione di oltre duecentomila barili al giorno dal mese di aprile. Perché Trump non si preoccupa di tutto ciò? Agisce solo in base al suo smisurato ego imperiale? Non tutti accreditano la versione di un novello Stranamore. “Nel 2025, i Paesi del Golfo – ci ricorda, per esempio, lo storico Alessandro Volpi – hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la prima volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali Paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica, l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo, sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva”.

Laute commesse per l’industria bellica

I primi effetti dell’opera di destabilizzazione totale dell’area mediorientale – spiega ancora Volpi – riguardano l’aumento delle commesse delle petromonarchie alle società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe, e i loro titoli saliranno, così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno, ancora una volta, le Big Three della finanza mondiale – BlackRock, Vanguard e State Street –, che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio.

Le mire del dottor Stranamore non si limitano agli affari di piccolo cabotaggio (si fa per dire). “Uno degli obiettivi chiari di Trump – dice il sindacalista Antonio Pepe, segretario nazionale della Filctem Cgil – è quello di aumentare la dipendenza energetica dell’Europa dopo il blocco dell’esportazione di gas russo. I Paesi europei, Italia compresa, sono obbligati a comprare gas americano, che aumenterà di prezzo a causa della nuova guerra e farà lievitare le bollette energetiche, con governi nazionali che si mostrano sempre più impotenti”. Un altro risultato importante per Trump e per i suoi consulenti Maga, secondo Pepe (ma non è certo l’unico a dirlo), è quello di danneggiare il vero nemico principale, la Cina. Il blocco della navigazione nello stretto di Hormuz sta colpendo, infatti, soprattutto i cargo che trasportano gas liquido naturale verso Pechino.

Trump punta all’energy dominance

Il teatro della guerra economica e commerciale in pieno svolgimento, dunque, va dalle regioni mediorientali fino all’estremo Oriente. Il commentatore Federico Fubini (“Corriere” del primo marzo) si chiede se gli Usa siano già vicini all’obiettivo dell’energy dominance. Non è solo questione di emanciparsi dalla dipendenza di quelle che anni fa erano chiamate le “sette sorelle”. L’obiettivo è oggi quello di prendere il comando assoluto della produzione e distribuzione di energia nel mondo. Per questo, gli americani hanno fatto un grande sforzo tecnologico, negli ultimi anni, che li ha portati in vetta alla classifica dei produttori. “A partire dalla metà degli anni Duemila – scrivono Paolo Gila e Maurizio Mazziero nel libro Le mappe del tesoro (2024) – inizia la seconda fase di abbondanza produttiva statunitense, grazie alla rivoluzione dello shale oil, il petrolio ottenuto dal fracking, una nuova tecnica estrattiva che consiste nella frantumazione delle rocce di scisto, con conseguente liberazione di petrolio e gas da giacimenti residuali, per alzare il tasso di recupero”. A partire dal 2015, sono diventati così esportatori di petrolio, e oggi sono in testa alla classifica della produzione. Al secondo posto, c’è l’Arabia saudita, al terzo la Russia. La Cina è al quinto, mentre l’Iran è all’ottavo.

Normalizzazione elettorale

Già dalla campagna elettorale che lo ha riportato alla Casa Bianca per la seconda volta, sono state evidenti le scelte di Trump. No alla transizione verde e all’elettrico, ma combustibili fossili per rilanciare l’economia in crisi. “Da questo punto di vista – spiega ancora Volpi – gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso a Suez e allo stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houthi, e dunque normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas liquido naturale ai Paesi europei, che hanno sviluppato una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia. Nella stessa logica, poter piantare la bandiera americana su ogni area dove ci sono riserve energetiche ingenti – dal Venezuela, all’Iran, alla Groenlandia, alla Nigeria – significa davvero dare un sottostante reale a un’economia che ormai non cresce più dell’1%, e matura un duro scontro sociale interno”.

Le conseguenze per l’Asia

Sciogliendo i vari nodi della matassa, si comincia così a capire chi ci guadagnerà dalla guerra contro l’Iran e chi ci perderà. Sul “Fatto quotidiano” Chiara Brusini ha confermato la tesi che le conseguenze del conflitto potranno essere “particolarmente gravi per l’Asia, destinazione principale delle forniture”. Tra i più danneggiati, la Cina, alleato dell’Iran e principale partner commerciale, anche perché è il primo acquirente del greggio iraniano (circa 3,3 milioni di barili al giorno), nonostante le sanzioni statunitensi. Circa il 90% delle esportazioni energetiche iraniane è diretto verso Pechino, e gran parte transita proprio attraverso Hormuz. Un blocco prolungato interromperebbe flussi importanti per l’economia cinese, con un effetto boomerang per Teheran, azzerandone o quasi le entrate petrolifere. Dell’impatto sui Paesi europei abbiamo già detto. Per quanto riguarda invece gli Stati Uniti, si ripete la scena dei dazi. Introdotti “per punire chi ci vuole fregare” (come pensa Trump), alla fine i dazi si sono ritorti contro l’economia americana e i cittadini statunitensi. Discorso analogo per il petrolio. Anche se gli Stati Uniti sono i primi produttori mondiali, non per questo sono immuni dall’effetto diretto dell’aumento del prezzo del barile sui prezzi dei carburanti. E per gli americani la pompa di benzina è sacra. Secondo il “Financial Times”, un conflitto prolungato che destabilizzi i prezzi energetici rappresenterebbe un ulteriore choc per la fiducia dei mercati, già sotto pressione per i rischi legati al boom dell’intelligenza artificiale e al possibile crollo del credito privato.

Ma la Cina abbandona il petrolio

Per concludere, tornando alla Cina, c’è da fare una precisazione. È vero che nel momento contingente risulta tra i Paesi più danneggiati dal blocco di Hormuz e dalla guerra in Iran. Ma è anche vero che la Cina ha raggiunto, durante lo scorso anno, il picco dell’uso del petrolio, che ora sta scendendo, perché i motori a combustione interna sono sostituiti da quelli elettrici. Il 2024 ha incoronato la Cina leader globale nelle rinnovabili, avendo installato più capacità di batterie e pannelli solari di Stati Uniti ed Europa messi insieme.

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