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Campi palestinesi in Libano

Tra crisi economica e tagli all’Agenzia dell’Onu per il sostegno ai profughi

1 Dicembre 2025 Eliana Riva  861

I campi profughi palestinesi in Libano sono nati nel 1948, come nel resto del Medio Oriente, a seguito della Nakba, la “catastrofe”. Dopo la risoluzione di spartizione dell’Onu – votata il 29 novembre 1947 e redatta senza il coinvolgimento della maggioranza della popolazione locale, ossia quella araba – l’Organizzazione mondiale sionista si preparava a dichiarare la nascita dello Stato d’Israele. Fu il leader esecutivo dell’Organizzazione, David Ben Gurion, a firmare l’indipendenza, diventando il primo presidente israeliano. La Risoluzione 181 consegnava la maggior parte del territorio alla minoranza ebraica, giunta per lo più nella Palestina storica nei vent’anni precedenti su impulso del movimento sionista, dotato di una forza economica tale da sostenere immigrazione e sviluppo degli insediamenti coloniali. Il progetto prevedeva che i territori migliori e più ricchi fossero assegnati agli ebrei, e il nascente Stato d’Israele, ebraico per costituzione, avrebbe compreso una popolazione che per la metà era araba.

La Risoluzione condannava così all’instabilità l’intera regione, ed è stato l’atto conclusivo di un percorso cominciato dopo la Seconda guerra mondiale, quando le potenze occidentali si spartirono il controllo del Medio Oriente, consegnando la Palestina storica alla Gran Bretagna. L’incarico, attribuito dalla Società delle Nazioni – dalle cui ceneri sorsero poi, con rinnovata e successivamente delusa speranza, le Nazioni Unite –, avrebbe dovuto garantire autodeterminazione e indipendenza alla popolazione dopo la caduta dell’Impero ottomano. Mentre agevolavano l’ingresso degli immigrati ebrei (e delle loro armi), le truppe britanniche reprimevano con durezza le proteste della popolazione araba, che tentava di opporsi al progetto sionista. La Risoluzione 181 riconobbe quel progetto. A seguito di una serie di sanguinosi attentati, compiuti da organizzazioni ebraiche poi dichiarate terroristiche, l’esercito inglese si ritirò senza alcuna considerazione per la sorte della popolazione araba. Almeno settecentomila palestinesi furono cacciati dai propri villaggi, rasi poi al suolo. Migliaia vennero uccisi.

Nel tentativo di riparare, almeno formalmente, alle proprie responsabilità, l’Onu adottò, nel dicembre 1948, una nuova Risoluzione, la 194, che riconosceva il diritto dei profughi di ritornare e di ricevere compensazioni per le proprietà distrutte o danneggiate. Ma sono trascorsi 77 anni e i profughi palestinesi sono ancora profughi, così come i loro figli e nipoti, da quattro generazioni. Quei campi che dovevano essere rifugi temporanei sono diventati case e prigioni. In Palestina, in Libano, in Siria, in Giordania. Ogni campo conserva una storia di crescita dolorosa, intrecciata a quella del Paese che lo ospita: famiglie disperse tra diverse nazioni, diritti negati, passaporti inesistenti.

Nel febbraio 2025, risultano iscritti alla Unrwa, in Libano, circa mezzo milione di profughi palestinesi, anche se l’iscrizione è facoltativa e spesso non vengono comunicati né i decessi né le partenze. Secondo l’ufficio Unrwa di Beirut, sono circa 222.000 le persone effettivamente presenti nel Paese – 195.000 palestinesi originari del Libano e 27.000 arrivati dalla Siria –, e si calcola che circa 248.000 profughi e loro familiari usufruiscano dei servizi dell’Agenzia. Il 45% vive nei dodici campi ufficiali, in un contesto segnato da livelli di povertà estremi che coinvolgono l’80% della comunità. Qui, in Libano, ai profughi palestinesi sono precluse circa settanta professioni. Non possono acquistare case o terreni, subiscono restrizioni alla libertà di movimento, non viaggiano liberamente, e dipendono dall’assistenza delle organizzazioni umanitarie e, soprattutto, dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni unite nata per sostenerli. Nel tempo, la popolazione dei campi è aumentata, mentre lo spazio disponibile è rimasto lo stesso. Le baracche sono cresciute in altezza, diventando edifici a più piani che quasi arrivano a toccarsi. Le strade sono viuzze strette e insalubri, l’acqua arriva a fatica, il sistema fognario è disastroso, i cavi elettrici penzolano dai balconi creando geometrie pericolose. In piccoli appartamenti vivono intere famiglie. I bambini passano gran parte del tempo in strada, nei mercati o nei negozi ad aiutare i genitori: spingono carriole, badano ai fratellini, mentre gli adulti lavorano.

L’instabilità siriana degli ultimi anni ha portato nuovi profughi anche qui, aggravando un quadro già critico. Le scuole della Unrwa non sono sufficienti, la dispersione scolastica è alta e il lavoro delle associazioni non profit diventa vitale. La crisi economica libanese – endemica ma precipitata a partire dal 2019 – ha colpito duramente tutti i settori della società, tranne i più ricchi e potenti. Anche tra i libanesi povertà e miseria sono aumentate. I palestinesi dei campi, che già lavoravano in nero e senza protezioni, si sono ritrovati senza occupazione, improvvisamente privi di ogni entrata. La dipendenza dal sostegno umanitario è cresciuta: senza di esso, migliaia di persone non avrebbero cibo, cure, medicine, istruzione, acqua, elettricità o un riparo. Le organizzazioni internazionali sono le uniche a poter fornire assistenza sanitaria, ma le liste di attesa sono lunghe, i medici sovraccarichi e le visite devono essere rapide. Le operazioni non essenziali vengono rinviate e il contesto favorisce la diffusione di malattie e infezioni. Anche lo smaltimento dei rifiuti è a carico delle Nazioni Unite, ma non è raro che discariche improvvisate sorgano tra le case.

Difficile immaginare che una situazione del genere potesse peggiorare. Eppure è accaduto. Dopo il 7 ottobre 2023 – quando Hamas ha attaccato Israele, e Tel Aviv ha dato avvio alla distruzione di Gaza – una campagna diffamatoria senza precedenti ha colpito l’Unrwa e tutti i profughi palestinesi. Israele ha accusato l’Agenzia di terrorismo e, senza alcuna prova, numerosi Stati – seguendo Washington – hanno interrotto i propri finanziamenti: non solo l’Usaid ma anche, tra gli altri, Canada, Australia, Italia, Regno Unito, Finlandia, Paesi Bassi, Germania, Giappone e Austria. Le Nazioni Unite e una commissione d’inchiesta internazionale indipendente, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese, Catherine Colonna, hanno concluso che Israele non possiede alcuna prova del coinvolgimento dell’Agenzia negli attacchi del 7 ottobre.

Quando la distruzione di Gaza ha iniziato ad assumere i contorni di un possibile genocidio e la protesta internazionale è cresciuta, diversi Paesi – non gli Stati Uniti – hanno ammesso l’errore, ripristinando il sostegno economico alla Unrwa. Nessuno, però, ha presentato scuse, ufficiali o informali, alle migliaia di profughi ai quali l’Agenzia ha dovuto tagliare sussidi e servizi. Circa sei milioni di palestinesi nel mondo dipendono dalla Unrwa. L’Agenzia garantiva ai più poveri anche un aiuto finanziario mensile che, a causa dei tagli, è venuto meno. Questa è stata l’ultima di una lunga serie di difficili prove per i palestinesi senza diritti: figli, nipoti e pronipoti del 1948, che vorrebbero tornare nella propria terra e visitare i luoghi da cui provengono le loro famiglie.

Ma viaggiare è quasi impossibile, soprattutto con la carta da apolide. C’è chi tenta la fuga via mare, chi riesce a trovare lavoro all’estero, abbandonando la vita dei campi e anche la propria famiglia. Il diritto al ritorno è sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e qui tutti i palestinesi vorrebbero esercitarlo. Lo vorrebbero per loro anche molti libanesi, per i quali la presenza palestinese rappresenta un problema che ha influenzato profondamente la storia del Paese. Ma la cosiddetta “questione palestinese” ha segnato il Medio Oriente intero, ieri come oggi. E come ieri, anche oggi i governi mondiali – soprattutto quelli direttamente responsabili dell’attuale situazione – preferiscono tentare di costringere un popolo martoriato a una rassegnazione silenziosa, piuttosto che affrontare e risolvere, una volta per tutte, una pesante ingiustizia storica.

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