Silvia Salis è sulla cresta dell’onda. Se n’è parlato sempre più frequentemente, a partire dall’estate scorsa, come di un fenomeno politico inedito. La sindaca di Genova, che in questo momento è il prodotto più smagliante di un panorama istituzionale italiano che da tempo non produce figure di qualche rilievo, gode di ottima stampa (e di ottima televisione) non solo in città, ma a livello nazionale. Se ne parla a proposito e a sproposito: addirittura qualcuno si è spinto a individuare nella giovane amministratrice l’elemento propulsivo di una per ora non percepibile “rinascita genovese”, e le è stato attribuito, in maniera spuria, il merito dell’atmosfera “frizzante” che caratterizzerebbe oggi la città. Se su questi ultimi due aspetti occorrerebbe una riflessione meno superficiale, che magari in futuro sarà utile sviluppare, per il momento è interessante analizzare le ragioni della sua eventuale ascesa a personaggio politico di rilevanza nazionale.
Se si prescinde da considerazioni “complottiste”, che vorrebbero ricondurre a forze oscure e burattinai occulti il rapido successo della sindaca, rimane come chiave esplicativa il contesto più generale in cui sta operando, in particolare le lacerazioni interne alla sinistra e al Pd. Si è infatti ipotizzato che Salis potrebbe diventare la front woman di un progetto federativo di un nuovo partito centrista ancorato a sinistra, così come la giovane donna potrebbe essere un potenziale candidato primo ministro, guida dello schieramento di opposizione nella prossima tornata di elezioni legislative. L’idea si spinge fino a disegnare un campo larghissimo, da Italia viva, che – con Matteo Renzi promotore del progetto – arriverebbe all’Alleanza verdi-sinistra e al Movimento 5 Stelle. Con gli unici dubbi sulla presenza nella lista di Carlo Calenda. Il tutto sullo sfondo di una possibile trasformazione della legge elettorale (di cui si parla con sempre maggiore frequenza dopo il risultato delle ultime regionali: vedi qui) in senso proporzionale, con un premio di maggioranza. Uno scenario politico in cui un nuovo partito centrista potrebbe aspirare a giungere a percentuali intorno al 10%, che gli permetterebbero di avere importanti chance di condizionare gli schieramenti politici usciti dalle urne. Inoltre, una candidata donna e giovane potrebbe sembrare sulla carta la perfetta sfidante dell’attuale presidente del Consiglio.
Evidentemente, un simile ruolo finirebbe per metterla in diretta competizione con Schlein, creando un dualismo inedito, giocato sullo “Eva contro Eva”, per citare il titolo di un celebre film. La sindaca di Genova verrebbe, in questo caso e forse fin da ora, apertamente utilizzata in funzione anti-Schlein come alternativa moderata allo spostamento a sinistra operato dall’attuale segretaria del Pd. Massimo Cacciari ha accennato a un simile tentativo, in una recente intervista a “Repubblica”, e lo ha liquidato dichiarando che “il tempo degli amministratori locali che poi diventano risorse nazionali nel centrosinistra è finito con Renzi”. Inoltre, secondo Cacciari, fare fuori Schlein “sarebbe pestifero”. Per il momento, comunque, si tratta solo di illazioni, mentre crescono però i punti in cui si scavano differenze rilevanti tra le posizioni politiche dell’una e dell’altra.
La sindaca di Genova sostiene, per esempio, che la sinistra abbia trascurato troppo a lungo il tema della sicurezza. In sé il tema non è nuovo, dato che, da almeno trent’anni, il centrosinistra continua ad agitare questa idea controversa, e, man mano che il Paese si impoverisce, cresce una confusa domanda di sicurezza, dietro cui spesso sta la naturalizzazione del razzismo. Il tema, nel caso, è declinato con intelligenza: siamo ben lontani dalla maniera becera in cui lo agita la destra, dato che Salis ha parlato di partecipazione e sicurezza, tratteggiando forme di quello che un tempo si chiamava, tecnicamente, neighborhood crime watch – potremmo tradurre con “sorveglianza partecipata dei quartieri”, pur lasciandosi (volutamente?) sfuggire in un’intervista televisiva la possibilità del ricorso all’aumento delle volanti.
Schlein, con coraggio e consapevolezza, finora ha resistito a queste sirene (forse uno dei pochi risultati politici ottenuti). Ma il suo alleato del campo largo, Giuseppe Conte, insiste che la “sicurezza non è un bisogno di destra o di sinistra”. Peccato che Conte, come molti dei sedicenti riformisti, da Calenda alla destra Pd, sembri concepire la sicurezza nei consueti termini di meno immigrati, finendo così per allinearsi alla canea che sulle pagine di cronaca e locali della stampa nazionale continua a riproporre una sorta di versione educata del programma di Salvini. Per non parlare di “Repubblica” (e del suo editorialista Minniti).
Sotto questo profilo, Salis con le sue proposte cerca sia di differenziarsi dai temi e i modi di agire della destra, sia di rompere con una tradizione ambigua di campagne di sinistra sulla questione. Al tempo stesso, però, menzionando apertamente il problema, si propone come un’alternativa alla ostinata resistenza, opposta da Schlein, alle tematiche sicuritarie.
È in questa chiave di futura candidata anti-Schlein che forse si può leggere l’attivismo della sindaca a livello nazionale: la sua partecipazione a programmi televisivi dei principali network e alle feste dell’Unità in varie parti d’Italia, spesso in tandem con Matteo Renzi. Rimane da capire perché Schlein non possa ambire a palazzo Chigi. Lo sostengono quelli che vorrebbero il ritorno di Renzi o Letta, quelli che continuano a insistere sulla necessità di allargare al centro. Un allargarsi al centro che diviene sempre più fumoso, nel momento in cui i poveri raddoppiano e si erodono, fin quasi a sparire, quei ceti medi cui il centrismo faceva riferimento. Ancora Cacciari ha insistito sul fatto che Schlein fa bene a posizionarsi a sinistra, “almeno si tiene il suo elettorato”. E ha aggiunto: “Se non facesse così il Pd sparirebbe. In un certo senso Schlein l’ha salvato. Serve un riformismo radicale per battere il radicalismo di destra”.
In ogni caso, se realmente esistono, le ambizioni nazionali di Salis saranno condizionate anche dalle scelte che opererà a livello locale, di cui, per ora, non si vedono che timide avvisaglie, e su cui al momento non è possibile esprimere un giudizio. Ci vorrà tempo per capire se queste ambizioni hanno una base concreta. Nel frattempo, ha da assolvere un compito e una responsabilità importanti: essere la sindaca di Genova. Una città sempre più anziana, dall’economia stagnante, stretta da crescenti difficoltà, in cui economia e politica da decenni hanno stretto un’alleanza malata, che l’ha precipitata in una spirale di declino a cui sarà arduo sottrarla.








