Dopo mesi in cui le trattative per una soluzione negoziata della guerra russo-ucraina si trovavano in uno stallo (sostanziale nulla di fatto del vertice in Alaska tra Trump e Putin, annullamento del nuovo vertice previsto a Budapest nello scorso ottobre, ecc.), la proposta di un piano di pace in 28 punti (che qui chiameremo per brevità “piano Trump”) da parte del presidente americano ha rappresentato decisamente una svolta. Che poi questa svolta porti a una cessazione delle ostilità, oppure, al contrario, a una loro ripresa anche più cruenta, o ancora a un prolungamento dell’attuale situazione sul campo, è da vedersi. Prima di entrare in un esame delle reazioni che il piano ha suscitato sui vari fronti, è bene considerare un attimo quale sia questa situazione sul campo, in base almeno a quanto si può ricavare dalle fonti il più possibile obiettive.
Esistono infatti versioni, se non opposte, almeno largamente divergenti su quale sia l’andamento del conflitto. Da una parte, c’è chi insiste sui graduali, ma inarrestabili, avanzamenti delle forze armate russe, testimoniati, tra l’altro, dall’asserita caduta di piazzeforti ucraine come Pokrovsk. Chi, al contrario, ha sempre sposato la causa ucraina “senza se e senza ma” (come la maggior parte dei nostri politici e dei nostri opinionisti) tende a negare la realtà di questi progressi russi, oppure, quando sono innegabili, li definisce di scarsa importanza strategica. L’analisi della situazione militare è dunque condizionata dalle posizioni politiche. Non sappiamo nulla di tattiche e strategie militari, e quindi ci limitiamo a riportare un passo di un recente articolo del “New York Times” (vedi qui): “La capacità di Putin di continuare la guerra non è illimitata. […] Tuttavia, egli ritiene che, rispetto all’Ucraina, il tempo sia dalla sua parte. […] La situazione sul campo di battaglia si sta deteriorando per l’Ucraina. […] E l’Ucraina sta esaurendo i fondi per sostenere le sue difese e la sua economia, con i suoi alleati europei che esitano a utilizzare miliardi di dollari di denaro russo congelato per finanziare Kiev”.
Dunque, la conclusione di un accordo di pace (o, meglio, di cessazione delle ostilità) può essere nell’interesse di ambo le parti: l’Ucraina rischia di crollare, anche se non immediatamente; e la Russia, per quanto dotata di un immane apparato bellico e della capacità di resistere a tutte le sanzioni economiche finora emanate contro di lei, non può continuare in questo sforzo indefinitamente (anche perché può darsi che prima o poi le sanzioni facciano effetto). D’altra parte, un problema tanto per Putin che per Zelensky è quello di non far passare un eventuale compromesso se non come una vittoria. Altrimenti, come potrebbero motivare l’essersi impegnati in questa guerra per quasi quattro anni?
In questo contesto, è apparso il piano Trump, apparentemente all’improvviso, ma in realtà preceduto da incontri del genero di Trump, Jared Kushner, e dell’inviato speciale del presidente statunitense, Steve Witkoff, con Kiril Dmitriev (inviato di Putin) e con Rustem Umerov (consigliere di Zelensky per la sicurezza nazionale). Quando i contenuti del piano sono trapelati, esso ha suscitato varie reazioni, di tenore diverso, anche all’interno dello staff stesso di Trump: è stato descritto come un documento provvisorio dal segretario di Stato, Rubio, e come quasi definitivo, invece, dal vicepresidente Vance e dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
Le reazioni più indignate sono giunte da parte dei Paesi europei, che non erano stati consultati, ma anche da parte di molti politici e opinionisti americani, non solo liberal, ma anche repubblicani, come il senatore Mitch McConnell, che ha detto che “Putin ha passato un anno intero a cercare di prendere in giro Trump” (vedi qui e qui). Molti sostengono, negli Stati Uniti e in Europa, che il piano non è altro che la traduzione di un documento russo, come dimostrerebbe anche la sua stessa forma linguistica. A questo proposito, abbiamo chiesto l’opinione a una persona esperta di lingua russa, che ci ha risposto di non trovare nel piano nessuna particolare traccia di russismi. In ogni caso, è trapelata la registrazione dei colloqui di Steve Witkoff con i funzionari del Cremlino, da cui si ricaverebbe che Witkoff abbia dato loro istruzioni su come negoziare con Trump, nonché abbia cercato di ostacolare una prossima visita a Washington del presidente ucraino Zelensky. A queste accuse, hanno replicato tanto Trump che Putin, il primo difendendo l’assoluta correttezza del suo inviato, l’altro affermando sarcasticamente che “sarebbe stato probabilmente sorprendente se ci avesse maledetto con oscenità nelle sue conversazioni” (vedi qui).
Il problema non è dunque quello della forma linguistica del piano Trump, ma dei suoi contenuti (il testo del piano è scaricabile qui). Un articolo uscito sul sito del “Center for Strategic & International Studies (Csis)”, il 24 novembre scorso (vedi qui), lo analizza e lo confronta con le controproposte elaborate alla fine della scorsa settimana dai vari rappresentanti europei, riuniti a Ginevra assieme a Rubio e a Zelensky.
13 punti su 28 sono stati considerati accettabili anche dall’Europa, salvo qualche lieve variante formale. Alcuni di questi sono: la conferma della sovranità ucraina (punto 1), la libertà per l’Ucraina di aderire alla Unione europea (punto 11), la reintegrazione della Russia nell’economia mondiale, cioè l’abolizione delle sanzioni (punto 13), l’impegno della Russia a stabilire nella sua legislazione che non aggredirà nuovamente l’Ucraina o Paesi Ue (punto 16), l’impegno di Russia e Ucraina a non tentare di annettere ulteriori territori con la forza, una volta raggiunto l’accordo sulla reciproca sistemazione dei confini (punto 22). Di altri tre punti, l’Europa chiede lievi riformulazioni.
Invece sono 13 i punti di disaccordo. In sintesi, la controproposta europea elimina, o comunque attenua, le previsioni del piano Trump più decisamente favorevoli alla Russia. In particolare: mentre il massimo di effettivi dell’esercito ucraino è previsto in seicentomila unità dal piano Trump (punto 6), per i Paesi europei deve essere portato a ottocentomila; il piano originario esclude l’adesione dell’Ucraina alla Nato (punto 7), mentre la controproposta europea la condiziona solo all’approvazione da parte della stessa Nato (come avviene, del resto, per qualunque membro dell’alleanza), aggiungendo però che tale approvazione “attualmente non esiste”; le “garanzie di sicurezza Usa”, non specificate nel piano Trump (punto 10), per l’Europa devono “rispecchiare l’art. 5 dello statuto Nato”; il piano originario prevede che la Crimea, il Luhansk e il Donetsk vengano “riconosciuti come di fatto russi”, compresa la parte del Donetsk non ancora occupata dalla Russia (punto 21), mentre i Paesi europei ammettono solo che l’Ucraina “rinuncerà a recuperare militarmente i territori sotto la sua sovranità”, e che “scambi territoriali verranno stabiliti a partire dall’attuale linea del fronte”; infine, il piano Trump prevede che il cessate il fuoco entrerà in vigore dopo l’accordo delle parti sui vari punti del piano (punto 28), mentre per l’Europa le sue modalità verranno discusse dalle due parti sotto la supervisione statunitense (il che significa, evidentemente, che dovrebbe entrare in vigore molto più rapidamente).
Quali sono le prospettive di riuscita del piano, anche rivisto accettando tutte le controproposte dell’Europa? Secondo il “New York Times” del 25 novembre scorso, in quest’ultimo caso, difficilmente il piano potrebbe essere accettato dalla Russia (vedi qui e qui). Il giorno dopo, invece, Trump ha detto che “restano solo pochi punti di disaccordo” sulla proposta. Tuttavia, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha dichiarato che “se il piano cancellasse lo spirito e la lettera di Anchorage”, allora “sarebbe una situazione fondamentalmente diversa” (“lo spirito e la lettera di Anchorage” sono evidentemente quelli che hanno ispirato la versione originaria del piano Trump). Ancor più variegate le reazioni da parte europea. Il premier polacco, Donald Tusk, ha affermato che “non c’è motivo di nutrire alcun tipo di ottimismo”, mentre per Mark Rutte (già premier olandese e oggi segretario generale della Nato, finora da collocare tra i “falchi”), “la guerra può finire entro il 2025” (dichiarazione del 26 novembre); il giorno successivo, il parlamento europeo ha votato a larga maggioranza una risoluzione che sostanzialmente boccia tutti i tentativi di Trump, sostenendo che “la Russia non ha intenzione di conseguire la pace” e condannando “l’ambivalenza della politica statunitense”.
Tanto l’Ucraina che la Russia, come si è detto sopra, hanno buoni motivi per desiderare una cessazione delle ostilità. D’altra parte, per entrambe esistono dei punti irrinunciabili, delle “linee rosse” oltre le quali non possono ritirarsi. Secondo A. Kramer, capo ufficio corrispondenza del “New York Times” in Ucraina, per la stessa Ucraina “il territorio è assolutamente cruciale”; dunque non può in ogni caso accettare di cedere alla Russia (a cui probabilmente “servirebbero almeno due anni per conquistarla”) la parte del Donetsk che quest’ultima non ha ancora occupato. “Un compromesso”, prosegue Kramer, “potrebbe essere quello di definire quest’area una zona demilitarizzata sotto il controllo russo. […] In privato, i funzionari ucraini affermano che le garanzie di sicurezza sono più importanti dell’esatta ubicazione della nuova zona demilitarizzata” (vedi qui).
Secondo A. Kurmanaev, a lungo corrispondente del “New York Times” dalla Russia, per questo Paese è fondamentale “escludere definitivamente l’adesione dell’Ucraina alla Nato”, con un impegno da inserire esplicitamente negli statuti della stessa alleanza atlantica. “La graduale espansione della Nato verso est”, dice Kurmanaev, “ha suscitato un profondo senso di indignazione tra i russi, compresi i critici di Putin. La gente teme che l’Ucraina diventi una base per truppe e missili occidentali”.
Ci pare dunque che questi due conoscitori diretti della situazione in Russia e in Ucraina (che nemmeno Carlo Calenda, Pina Picierno & c. vorranno etichettare come “filoputiniani”) confermino la validità della posizione che ci è sempre sembrata l’unica ragionevole, cioè che il conflitto non si potrà fermare se non si stabiliranno garanzie di sicurezza accettate da ambo le parti: per l’Ucraina, quella di non essere più esposta alle aggressioni russe; per la Russia, quella che la Nato rinunci esplicitamente e definitivamente ad allargarsi all’Ucraina. Il piano originario di Trump o la sua riformulazione da parte europea offrono una soluzione a questi problemi? Evidentemente no: il primo è sbilanciato verso la Russia, rimanendo molto vago sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina ed escludendone l’adesione alla Nato; il secondo fa riferimento all’art. 5 dello statuto Nato, e questo dovrebbe costituire una buona garanzia di sicurezza per l’Ucraina, ma al tempo stesso non ne esclude l’adesione all’alleanza, una “linea rossa” per la Russia. Per quest’ultima poi, un’altra clausola sembra molto difficile da digerire, in entrambe le versioni del piano, cioè i limiti numerici dell’esercito ucraino. Infatti, anche la cifra di seicentomila unità è largamente superiore di quella prevista nella bozza di accordo di Istanbul della primavera 2022, sul fallimento dei quali ci siamo già soffermati più volte (vedi per es. qui): in quella sede, infatti, il limite previsto era di sole ottantacinquemila unità.
Come uscire dall’impasse? Ci sembra che l’alternativa sia una sola: o la prosecuzione del negoziato o la prosecuzione della guerra. L’Europa sembra sempre più avviata verso la seconda strada, anche con un suo impegno diretto. Il generale Fabien Mandon, capo dell’esercito francese, ha dichiarato che, “se la Francia non è disposta a perdere i suoi ragazzi, noi siamo davvero a rischio”, aprendo così apertamente alla prospettiva di una guerra guerreggiata.
La strada del negoziato è certamente difficile e le recenti dichiarazioni di Putin, che ha detto di non volersi sedere allo stesso tavolo con Zelensky, considerato “illegittimo”, sembrano dare ragione alla risoluzione del parlamento europeo che abbiamo citato sopra. Da parte sua, però, anche l’Unione non ha mai accettato di sedere allo stesso tavolo con il presidente russo: le uniche trattative che ha intavolato sono state quelle con gli alleati, americano e ucraino. Samuel Charap, coautore del famoso articolo su “Foreign Affairs” del 16 aprile 2024, dove si esaminava il perché del fallimento dei negoziati di Istanbul (vedi qui), ha dichiarato al “New York Times” del 24 novembre scorso: “Solo una settimana fa, sembrava che la diplomazia fosse sostanzialmente morta. Anche se nessuno dei 28 punti venisse adottato, avrebbe già avuto un effetto catalizzatore, costringendo tutti i governi interessati a impegnarsi sulla loro visione di un accordo”. Perché non proseguire su questa strada, anziché su quella indicata dal generale Mandon?








