Sabato scorso, al corteo, poche centinaia di persone hanno risposto all’invito delle associazioni “Mare vivo”, “Peacelink”, “Codacons”, “Taranto respira”, “Giustizia per Taranto”. Non più i serpentoni di una volta. Anche quella Taranto che vuole vivere senza i veleni della ex Ilva, senza acciaierie e fabbriche inquinanti, è come se si fosse stancata. Forse non ci crede più. Prende atto della realtà: “Non esiste più la contrapposizione salute e lavoro. Mancano entrambi”. E vorrebbe “un accordo di programma per un grande piano di riconversione”.
Sfilacciamento. La situazione si sta deteriorando inesorabilmente con il passare dei giorni. Fino a ieri si andava avanti lasciandosi al tavolo negoziale tra il governo, i sindacati, le istituzioni locali, i commissari ex Ilva, con i successivi appuntamenti. Oggi niente. Calma piatta. L’ultima volta che si sono visti, appena venerdì scorso, non è stato fissato nessun nuovo incontro. Si aspettano novità. Ogni volta sembra che si faccia un passo avanti, salvo poi scoprire che di passi ne sono stati fatti tre – ma indietro. Così è stato con l’intesa di luglio che aveva trovato tutti d’accordo, anche se con diversi mal di pancia. Oggi, invece, tutto è in discussione. Anche i rappresentanti delle istituzioni e dei lavoratori dei “gioiellini” dell’ex Ilva della Liguria e del Piemonte escono dal vertice delusi, e annunciano che la mobilitazione continua.
L’imperturbabile ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, è una statua di marmo. I sindacati e le istituzioni locali temono che siamo ormai a un passo dalla morte del “mostro”, cioè dell’ex Ilva di Taranto, mentre andrebbero avanti i “gioiellini” del gruppo (Cornigliano “dimagrita”, Novi Ligure, Racconigi). E chiedono che la trattativa per il futuro dell’acciaieria italiana traslochi a palazzo Chigi.
La sopravvivenza di tutti i diecimila lavoratori del gruppo è garantita fino al febbraio prossimo, la gara per la vendita di Acciaierie d’Italia, di proroga in proroga, si chiuderà a Natale. E Urso, in una intervista al “Messaggero”, sprizza ottimismo anche per Taranto: “I commissari hanno deciso di investire tutte le risorse nella manutenzione degli impianti, per raddoppiare la capacità produttiva e tutelare la sicurezza dei lavoratori. La formazione serve a migliorare la professionalità nell’uso delle nuove tecnologie green. Sono tutte azioni che dimostrano la volontà di rilanciare, non certo di chiudere gli impianti”.
Tempo però ne è rimasto ben poco. I possibili acquirenti del colosso siderurgico italiano sono saliti a cinque. Ne sapremo di più a Natale. Sapremo anche se sarà superata dal governo la pregiudiziale di coinvolgere, nella prima fase della decarbonizzazione, anche lo Stato, una società partecipata, accanto naturalmente a un privato che dovrebbe comprare i “gioiellini” e i “ferri vecchi”.
È tutto talmente confuso, indeterminato, sfilacciato appunto, che è difficile rimettere insieme le tessere del mosaico. Il ministro Urso lascia intuire che, ove si chiudessero altiforni e cokerie, laminatoi e treni nastri e aree per gli agglomerati per realizzare forni elettrici e impianti di preridotto, in quelle aree dismesse, si devono prevedere nuove iniziative industriali.
Alcuni giornali ipotizzano un interessamento del gruppo siderurgico Arvedi, che proporrebbe una terapia d’urto: chiusura immediata dell’acciaieria a ciclo integrale di Taranto, con l’avvio, tra tre o cinque anni, di due forni elettrici e una produzione dai quattro ai sei milioni di tonnellate d’acciaio all’anno. Occupazione prevista dai due ai quattromila lavoratori.
Ma siamo solo a indiscrezioni, a manovre di corridoio. “Più sarà veloce la decarbonizzazione, più sarà necessario investire nelle aree libere”. La suggestione di Urso, per il momento, poggia sul nulla. Parole in libertà. Questo è il giudizio dei sindacati, anche loro molto provati da questa interminabile vicenda.
Ma da quando è iniziata la vertenza per la sopravvivenza dell’ex Ilva di Taranto? Dal 2012, quando gli impianti furono messi sotto sequestro dalla magistratura per disastro ambientale. Da allora, è iniziato il conto alla rovescia. Ogni protagonista ha svolto la sua parte, con il risultato che siamo ormai sull’orlo del baratro. È come se tutti fossero logorati dal tempo e dalla incomunicabilità reciproca. Sfilacciati, appunto. Prendiamo il mondo sindacale. Il governo getta il sasso nello stagno delineando destini diversi per i “gioielli” di Cornigliano-Genova, Racconigi, Novi Ligure di Acciaierie d’Italia, e per il “mostro” di Taranto. Istituzioni e sindacati di Piemonte e Liguria vengono convocati, in separata sede, dal ministro Urso. I sindacati di Taranto protestano perché vogliono un tavolo unico nazionale. E soprattutto vogliono che il tavolo si sposti dal ministero delle Imprese e del Made in Italy a palazzo Chigi.
Piroetta degna di una “prima della Scala”: la Fim-Cisl di Taranto annuncia che andrà all’incontro di venerdì da Urso, salvo poi, al termine dello stesso, spiegare che era presente solo per sentire le novità in presa diretta. Insomma, di fronte al nulla di nuovo, la mobilitazione continua. La nuova settimana che si è aperta registra che è fermo, da venerdì scorso, anche l’unico altoforno attivo, Afo 4. Brutto segnale.
L’unico raggio di sole, in questa Taranto cupa e grigia, viene da una parte significativa del mondo ambientalista. Greenpeace Italia, Legambiente e Wwf Italia esprimono solidarietà e vicinanza a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori del gruppo Acciaierie d’Italia, ai loro familiari e all’indotto che vive un momento di profonda incertezza. Sembra banale, una frase di circostanza. Ma in questo mondo impermeabile è un primo segnale di speranza. Sostengono gli ambientalisti: “Siamo dalla parte dei lavoratori: la tutela dell’occupazione e il rispetto della dignità delle persone devono essere elementi vincolanti in qualunque processo decisionale che riguardi il futuro degli stabilimenti, alla pari della salvaguardia della salute e della necessità di abbattere le emissioni inquinanti e climalteranti”. “Va scongiurato il rischio ambientale e sanitario che una gestione emergenziale o una chiusura non programmata del ciclo produttivo comportano, specie se attuate in assenza di un piano strutturato di bonifica e di riconversione: ci sarebbero gravi rischi di danno ambientale duraturo per il territorio e per la salute delle comunità locali”.
Le associazioni ambientaliste avevano chiesto al governo, solo dieci giorni fa, un piano di transizione degli stabilimenti del gruppo basato su governance chiara, tempi e finanziamenti certi e obiettivi misurabili per la decarbonizzazione e per la messa in sicurezza delle aree.







