Passerà probabilmente alla storia – o forse più modestamente alla cronaca – come la legge di Bilancio dei tre euro al mese al ceto medio: è questa infatti, secondo i calcoli della Fondazione dei commercialisti, la proiezione del beneficio fiscale di cui godrebbe chi ha una busta paga prossima ai 1.700 al mese, in seguito al molto sbandierato taglio della seconda aliquota Irpef dal 35 al 33% per i redditi tra i trentamila e i cinquantamila euro. Qualche blando sollievo la norma lo porterà solo ai redditi vicini alla soglia dei cinquantamila euro: in questo caso il risparmio è stimato sui trentasette euro al mese. Andrà così, probabilmente, dato che la finanziaria che il governo Meloni si appresta a far “leggere” al parlamento, com’è ormai costume, non sarà ritoccata in modo sostanziale. Misura-bandiera di Forza Italia – il partito che fu di Silvio Berlusconi l’aveva proposta in realtà per i redditi fino a sessantamila euro di imponibile (e con un classico effetto antiprogressivo, quindi anticostituzionale, i redditi prossimi alla soglia più alta ne avrebbero ricavato in questo caso, sempre secondo le citate stime dei commercialisti, un beneficio di 120 euro al mese, quindi quaranta volte superiore rispetto a quello già citato per i redditi sui trentamila).
In aumento le accise su sigarette e gasolio (tagliate invece quelle sulla benzina), almeno queste ultime dai probabili effetti inflattivi: data la prevalenza del trasporto su gomma, un aumento dei costi dei carburanti è destinato a essere scaricato sullo scontrino della spesa. C’è la “rottamazione” delle cartelle cara a Matteo Salvini (si può pagare fino al 2035 in 54 rate). Nella bozza della manovra, che circola da domenica 19 ottobre, c’è anche un intervento sull’Irap di banche e imprese assicurative, magari sgradito ma “assolutamente sopportabile” secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dopo che da Forza Italia era arrivato uno stop deciso al prelievo sugli extraprofitti degli ultimi anni, definito da Antonio Tajani come “sovietico” – e non era una battuta… Certo, l’aumento dell’Irap per le banche e le assicurazioni rappresenterà probabilmente il cardine della comunicazione governativa, ma per comprendere meglio il grado di affettuosa vicinanza della maggioranza di destra-centro alle preoccupazioni degli istituti di credito (dei loro azionisti, soprattutto) basta ricordare che in Italia hanno fatto profitti – dal 2022 a oggi – per circa 165 miliardi di euro. Quanto al credito, le imprese con meno di venti dipendenti, che sono il 98% del totale, ottengono meno di un quinto dei prestiti che gli istituti erogano a favore delle imprese medie e grandi. Eppure, non pare essere tra le priorità dell’attuale compagine governativa stimolare le banche almeno a un maggiore dinamismo a sostegno dell’economia reale. Il tutto in uno scenario che vede l’industria ferma al palo da un paio d’anni, e il Pil sorretto a fatica dagli investimenti del Pnrr, destinati a terminare a breve.
Al di là dei dettagli tecnici, tutti da approfondire, dei 137 articoli di cui si compone il testo, lo sguardo va alla sostanza della manovra: vale meno di diciannove miliardi, ha il solo obiettivo di far rientrare l’Italia nelle regole dell’austerità europea, che un tempo i “sovranisti” di destra contestavano, ripristinando lo sport nazionale dell’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito), nel quale l’Italia ha primeggiato per decenni in Europa, senza che questo abbia minimamente intaccato il carico del debito pubblico nazionale. La legge di Bilancio destina risorse insufficienti alla sanità, mentre aumentano le spese militari (che verranno conteggiate a parte in base alle nuove regole europee), confermando l’adesione dell’Italia tanto ai diktat dell’amministrazione statunitense, che pretende di potenziare il proprio export di armamenti, quanto alla scelta di Bruxelles di puntare sul riarmo e – potenzialmente – sulla guerra come strumenti per sostenere i corsi azionari e la riconversione dell’industria, soprattutto quella tedesca, schiantata dalla fine delle forniture energetiche russe a basso costo.
Ma il delitto forse più grave è proprio l’indifferenza rispetto alle condizioni di vita reali della fetta maggioritaria della popolazione: a chi ha perso duecento, anche trecento euro al mese, a causa della corsa dell’inflazione negli ultimi anni, si offre una mancia fra i tre e i quaranta euro al mese, che potrebbe aumentare leggermente solo nel caso di un’ondata repentina – ma piuttosto improbabile – di rinnovi in aumento dei contratti collettivi di lavoro, aumenti che sarebbero in parte detassati. Salari bassi, e compressione del mercato interno per privilegiare la competitività nelle esportazioni, ci hanno fatto diventare sempre più poveri: lo ha riconosciuto perfino Mario Draghi nella sua audizione parlamentare del marzo scorso, riconoscendo – bontà sua – che “forse l’austerità non era la strategia giusta”. Parlava dell’Europa, ma l’Italia è il caso limite dell’applicazione di questa ricetta. Che l’attuale esecutivo, che ha abbracciato in pieno i dogmi dell’austerità europea, sia guidato dall’unico partito che, nel gioco delle parti della politica italiana, si era assegnato il ruolo di “opposizione” proprio al governo Draghi nella coda della scorsa legislatura, può sembrare una delle solite ironie della storia. Ma mentre il parlamento si avvia alla sessione di bilancio, in un quadro globale segnato dall’incertezza, come ha ricordato di recente la direttrice del Fondo Monetario Kristalina Georgieva, questo primo sguardo alla bozza della manovra autorizza al massimo un sorriso amaro.









